Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Tra spinte individualistiche e dimensione collettiva

su 20 dicembre 2014
Andrea Latina - La scelta, 2007

Andrea Latina – La scelta, 2007

 

Queste riflessioni preziose di Maria Rossi, che ci espone il contenuto della tesi di dottorato di Geneviève Szczepanik, “La mobilisation de la notion de choixdans les discours et débats féministes contemporains: une analyse de blogues féministes” (L’impiego della nozione di scelta nei discorsi e nei dibattiti femministi contemporanei: un’analisi di alcuni blog femministi), sono fondamentali per il lavoro che sto cercando di condurre sul tema del cosiddetto “porno femminista”.
Sono le premesse fondamentali che ci serviranno per ragionare successivamente. Vi consiglio questa lettura perché è importante per porre le basi per un dibattito serio e per comprendere il perimetro che sto cercando di decodificare. Si tratta di un terreno impervio e su cui è in atto un dibattito “infuocato”.
In pratica, si evidenziano due macro-filoni di femminismo: femminismo come libertà individuale di scelta e femminismo come movimento di liberazione collettiva delle donne dall’oppressione patriarcale.

Le scelte individuali sono diventate nel nostro contemporaneo autolegittimanti, indiscutibili, svincolate dal contesto, emancipatrici per eccellenza in virtù di una autodeterminazione scevra da qualsiasi “vincolo economico, politico, sociale, culturale, un’idea che si fonda sul presupposto dell’ormai acquisita uguaglianza fra gli esseri umani. Tutte le decisioni, purché frutto di accurata ponderazione, sono ritenute non solo equivalenti ed indiscutibili, ma schiettamente femministe, anche nel caso in cui comportino l’accettazione dell’ordine patriarcale, dei ruoli tradizionalmente assegnati alle donne, della subordinazione ad un uomo”.
Ci chiediamo che senso abbia a questo punto il femminismo nelle sue connotazioni di movimento di liberazione collettiva, la pratica dell’autocoscienza di gruppo, la sorellanza, la solidarietà tra donne. Come se non ci fossero barriere sociali, economiche, culturali reali da smantellare, come se ognuna dovesse lottare per sé, dotata unicamente delle sue scelte. Ognuna per sé, chi può può, chi non ci riesce è perché ha fallito nelle sue scelte (e nessuno mette in dubbio se fossero o meno libere). Chi ha la possibilità economica, sociale, culturale può godere indubbiamente di una libertà di grado più elevato. Le altre si devono arrangiare. Tutto sembra fondarsi su un individualismo totalizzante e sovrano. Si crea un solco incolmabile tra le donne perché in queste tendenze volte all’isolamento e alla decontestualizzazione delle problematiche delle donne, si perde la percezione delle reali motivazioni e delle forze in gioco, nei rapporti tra i generi, nelle relazioni sociali, nelle dinamiche e nelle disparità economiche. La donna si trova isolata, alle prese con un se stessa come unico parametro e centro di pensiero, di scelte e di universo. In una parola, viene meno la politica delle donne, sostituita da un io superior, di chiara matrice neo-liberista. Si fa strada una emancipazione e una liberazione illusoria, prêt-à-porter, consumabile e inventabile a seconda delle esigenze, si smarrisce il discorso morale, le basi filosofiche necessarie per fare un’analisi corretta, perché è sufficiente la scelta della singola donna per assicurare un marchio di qualità femminista. Così ogni operazione può rientrare nell’alveo del femminismo, dalle sex-workers, al porno. Basta essere dotati di quel marchio di libertà di scelta individuale per avere una specie di “sigillo di qualità femminista”. Comprendete che c’è una sorta di strumentalizzazione del discorso femminista, è in corso un inghiottimento/annientamento della dialettica tra le donne e tra le donne e il mondo, l’unica in grado di assicurare un ragionamento e un’analisi profonda originata dal confronto/scontro tra le diverse posizioni, che producano idee e soluzioni meditate, ponderate, innovative, rivoluzionarie. È avvenuto uno slittamento di idee e pratiche che avevano dato la spinta propulsiva al movimento delle donne. Lo slittamento verso l’io, verso un ego avulso dal contesto, depositario di una delle tante verità. Il partire da noi stesse deve avere uno sbocco in una dimensione collettiva, altrimenti non ha senso e non matura nulla per il mondo in cui tutte noi viviamo. Se ognuna guarda unicamente alla propria libertà, cessando di ascoltare le altre, compirà un cammino a metà. Il pericolo di nuove servitù mascherate da libertà è dietro l’angolo. Alcune di noi si sono dimenticate che la dimensione collettiva è l’unica in grado di liberare le nostre riflessioni, le nostre letture del mondo attraverso lenti nuove. Non dobbiamo illuderci di bastare a noi stesse, la dimensione collettiva è necessaria. Il confronto tra noi lascia emergere le incongruenze, gli errori, i punti su cui concentrarci, ci rende vigili, aperte verso l’esterno e non chiuse in noi stesse. Non tutte le scelte sono libere in assoluto, non basta affermare qualcosa perché essa sia esattamente così come l’abbiamo affermata. Spesso ci sono sfumature che il concetto di scelta rischia di coprire, di celare a uno sguardo superficiale. Infine, non dobbiamo dimenticarci di porre al centro delle nostre analisi anche le questioni socio-economiche, perché se perdiamo l’abitudine di raffrontare le nostre riflessioni al contesto in cui ci muoviamo e in cui viviamo, rischiamo di perderci alcuni pezzi del puzzle, correndo il rischio di essere facilmente strumentalizzate, ricondotte a soluzioni preconfezionate da altri. Non si può prescindere da una critica severa al sistema economico-produttivo capitalista e liberista, funzionale alla sopravvivenza del patriarcato. Tutto viene facilmente “ripulito”, “rimarchiato”, “riletto” per renderci addomesticate e addomesticabili, innocue e felici di essere “ancelle” sempre di quel potere che non è mutato, ha solo reso più impalpabili i suoi strumenti. Per questo in molte sono pronte a sostenere che la parità è raggiunta e che non c’è più bisogno di femminismo. Questa deriva è il risultato di un certo tipo di femminismo che ha annacquato tutto nella libertà di scelta individuale e fine a se stessa. Non si tratta di scegliere un femminismo ortodosso o “adeguato”, meno “libero”,ma di conciliare un punto di vista personale, con un contesto in cui non si può fare a meno di tener presenti i fattori della collettività, le variabili socio-economiche. La mia libera scelta non può diventare vessillo per un modo di agire svincolato dalle regole, altrimenti sotto la bandiera del femminismo potrebbero passare nuove forme di sfruttamento e di servitù, mascherate da libertà personale. Occorre ri-codificare il mondo in cui viviamo, rendendolo anche a misura di donna. Vogliamo renderci strumenti di operazioni commerciali, di miti costruiti dal patriarcato per imbrigliarci e indottrinarci? La dimensione collettiva del movimento ci aiuta a non isolarci nel nostro egoistico e parziale punto di vista, ci porta a considerare il cambiamento necessario come un percorso di tutte. Non dobbiamo farci usare e dividere perché di questo passo finiremo schiave di un modello economico che già da tempo investe le relazioni tra le persone. È semplice affermare che prostituirsi è bello, se è frutto di libera scelta, ma qualcuno si è interrogato a sufficienza su questa presunta libertà, da cosa viene indotta, da quali miti e da quali necessità è mossa? Oppure ce ne freghiamo e lo consideriamo emancipazione, perché partiamo dal presupposto che a questo mondo non ci siamo differenze socio-economiche e culturali che possano influire sulla libertà di scelta? Personalmente, penso che l’analisi femminista sia chiamata a un ragionamento più complesso e meno semplificante della realtà, dobbiamo dotarci di strumenti nuovi di decodifica dei fenomeni, perché quelli fornitici dal liberismo e da una società patriarcale non vanno proprio bene. Il corpo è mio, io sono mia, ma se ho bisogno di sopravvivere, ogni libertà nasce tronca. Ecco la necessità di una dimensione collettiva, che non lasci sola nessuna di noi. Se bastasse volere e scegliere di essere libere, non ci sarebbero tanti problemi e violenze a carico delle donne.

Giorgia Serughetti, prima di avventurarsi in queste affermazioni, si dovrebbe leggere i post sulla prostituzione di Resistenza Femminista, anziché fantasticare su una prostituzione mitologica, lontana dalla realtà.

Dobbiamo svegliarci dal torpore ed essere di nuovo per un movimento collettivo affinché il cambiamento sia per tutte!

“Clare Chambers nota che il concetto di scelta ha il potere di tramutare una situazione iniqua in una condizione apparentemente giusta: affermare che essa rappresenta il prodotto di una libera scelta serve a conferirle, infatti, una parvenza di giustizia. La retorica liberista della scelta può, anzi, consentire di mettere fra parentesi i concetti di disuguaglianza e di ingiustizia” (Sex, Culture, and Justice: The Limits of Choice, Pennsylvania State University Press, 2007).

“Se al concetto di scelta viene dunque conferito un carattere politico, tanto nel discorso sociale che in quello femminista, l’atto di decidere viene invece depoliticizzato, in quanto pensato come individuale, isolato dal contesto sociale e affrancato da qualsiasi forma di condizionamento. L’enfatizzazione della nozione della libertà di scelta rende ardua la comprensione dell’oppressione delle donne e delle pressioni che subiscono, sia perché non ne riesce ad individuare le basi materiali e fisiche, sia perché implica il rifiuto di un’analisi condotta in termini di rapporti sociali tra i generi.
I discorsi femministi incentrati sul concetto di scelta lasciano intendere che tutte le donne siano totalmente libere e uguali, ma implicitamente fanno riferimento soltanto a quelle delle classi sociali abbienti, economicamente, politicamente e socialmente in grado di effettuare scelte che si dispiegano entro un ampio ventaglio di possibili opzioni. In tal modo non sono soltanto le analisi relative ai rapporti tra i generi ad essere oscurate, ma anche le indagini che potrebbero chiarire la dinamica di altri rapporti sociali, nonché la loro intersezione.
Il femminismo così concepito rinuncia, in conclusione, ad ogni potenziale trasformativo e perde la propria originaria carica sovversiva.
Dal momento che, in sostanza, si astiene dalla critica al sistema patriarcale, lo si può effettivamente definire, a mio parere, ancella del patriarcato”.

 

Chiudo con Wendy Brown, citata da Cristina Morini qui:

“Per Wendy Brown, il concetto di libertà deve infatti fare i conti con una sovranità che “è turbata soprattutto da forme di potere sociale sempre più intricate, seppur diffuse” (Brown, 2012: 9). E, d’altra parte, la libertà come pratica relazionale costantemente contestualizzata e non come concetto assoluto, continua a rappresentare la più efficace misura per distinguere chi è in grado, seppure relativamente, di esercitare il controllo sulla propria vita o chi invece no, la linea che segna la linea di divisione tra coercizione e azione.

Mi piace ciò che suggerisce Cristina Morini, perché allarga l’analisi, amplia gli orizzonti, compie un processo di contestualizzazione importantissimo. Si tratta di combinare saggiamente due idee di libertà:

“La crisi distrugge ciò che eravamo ma crea anche nuovi legami tra le persone. Come vivere una vita buona, pur dentro le nostre complesse “varietà di esilio”? Essendo consapevoli dalle trappole suadenti del potere, recuperando strumenti autonomi di diagnosi, come l’autocoscienza, in cui il soggetto prenda parola senza intermediari, posizionandosi in modo conflittuale rispetto al potere e alle sue istituzioni, aiutandosi, attraverso il confronto collettivo, a sottrarre il “sintomo” (vivere) alla oggettivazione degli esperti e degli intellettuali di professione. Facendo con-vivere l’idea di libertà individuale con quella di comune. Ritrovando più che mai dentro una linea di sottrazione, di rifiuto di ruoli e funzioni assegnate nella vita e nella società, il cuore stesso della politica delle donne. Più rivoluzionario di qualsiasi promessa di rivoluzione, questa disposizione conflittuale va allargata, potentemente, dal privato al pubblico. La libertà delle donne (e degli uomini) passa da un processo di smobilitazione di questa vita, che deve, tutta, cambiare”.

Non tutta la libertà che si sbandiera, anche se luccica e acquista crediti da parte delle stesse donne, è da prendere come oro colato. Non fermiamoci alla superficie, manteniamo la mente critica e vigile. Perché non ci vendano aria fritta al posto della libertà.

 

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4 responses to “Tra spinte individualistiche e dimensione collettiva

  1. IDA ha detto:

    Femminismo liberale: è un femminismo fondamentalmente razionalista, utilitarista e implicitamente basato sul presupposto che il patriarcato e il capitalismo è un dato di fatto, rinuncia a combatterlo e cerca di creare delle piccole nicchie di privilegi per alcune donne. In definitiva non è altro che un movimento della borghesia che mira ad estendere alle donne i poteri e i privilegi degli uomini, ma non si cura del destino della donna in senso globale.
    Poi c’è un femminismo che punta ad un cambiamento della società, al superamento delle gerarchie e del patriarcato. A cui non interessa un patriarcato dal volto umano ne un capitalismo dal volto umano ma la loro distruzione..

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  2. Paolo ha detto:

    per me l’importante e non dire che una non è libera solo perchè vive in una maniera che a noi non piace

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