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Femminismi e dintorni

su 12 dicembre 2014
by Elin Høyland

by Elin Høyland

Il 6 dicembre in Canada è stata la giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne, in ricordo delle 14 donne uccise nel 1989 all’École Polytechnique, da un uomo armato che sparò urlando: “siete un branco di femministe e io odio le femministe!” (qui qualche informazione)
Ringrazio Ilaria Baldini per aver condiviso questo articolo di Meghan Murphy, che provo a tradurre qui per voi.
L’autrice coglie questa occasione per spiegare in cosa consiste il femminismo oggi e quali sono gli obiettivi che si prefigge.

 

“Io definisco il femminismo come un movimento per porre fine al patriarcato e alla violenza maschile sulle donne. Questa definizione ha un suo senso e mi sembra ovvia perché senza patriarcato non ci sarebbe bisogno del femminismo e perché la violenza maschile sulle donne è il frutto – e il principale effetto – del patriarcato. Le donne saranno oggetto della violenza maschile, finché saranno una classe oppressa e soggetta a un sistema di controllo che adopera la violenza come strumento di minaccia (e sottomissione, ndr). Uno stato di impotenza (dipendenza, ndr) economica e sociale rende gli individui vulnerabili alla violenza.
Alcuni sostengono che il femminismo consista nel fatto che le donne aspirano a diventare “uguali” all’uomo, ma io non sono d’accordo con questa definizione. Gli obiettivi del femminismo non sono e non dovrebbero consistere nel diventare “come gli uomini”. Il potere maschile è un problema. L’idea della mascolinità (il prototipo virile) è un problema. La gerarchia è un problema. Questa definizione che non mi piace, sembra alludere agli uomini e alla virilità come qualcosa di “migliore” rispetto alle donne e al concetto di femminile, quando, in realtà, sappiamo che mascolinità e femminilità sono dei prodotti, delle prescrizioni derivanti dai ruoli di genere che stiamo cercando di demolire. Mascolinità e femminilità sono dei concetti non reali. Non sono qualità innate, ma il risultato di una serie di caratteristiche che ci sono state appiccicate (inculcate) sin dalla nostra infanzia. Io non voglio più aspirare ad essere “come un uomo”, voglio essere rispettata come una donna. Non desidero il potere che ha l’uomo, io non aspiro ad essere il sesso o la classe o la razza dominanti. Dire che auspichiamo che le donne divengano “uguali” agli uomini non coglie le radici della disuguaglianza e non affronta il fatto che le donne sono di fatto biologicamente differenti dagli uomini e che per questo i nostri diritti possono non collimare esattamente con quelli degli uomini (per esempio, i diritti riproduttivi). (C’è la necessità di una declinazione diversa, ndr). Alcuni pensano che una femminista sia semplicemente una persona che chiede di avere pari diritti uomo-donna e che si tratti di “parità tra i sessi”. Sono d’accordo sul fatto che uomini e donne debbano avere pari opportunità, dignità e diritti, ma allo stesso tempo penso che se non nominiamo il patriarcato come l’origine del problema e non sottolineiamo che la violenza maschile sulle donne è il risultato chiave del patriarcato, stiamo perdendo di vista il nostro reale bersaglio, contro il quale stiamo combattendo.
Ci sono innumerevoli punti su cui le femministe non concordano tra loro: la soluzione migliore in materia di legislazione sulla prostituzione, se la pornografia può o meno essere femminista, il numero di peli pubici che è consentito avere, il grado di divertimento quando mangiamo l’insalata da sole, se le donne possono o meno amare il whisky. Ci sono conflitti su tanti aspetti, tranne sul fatto se il sessismo sia o meno ok, se la violenza sulle donne sia o meno ok, se il patriarcato esista o meno e se sia o meno un male per le donne.
Ora che abbiamo fatto queste puntualizzazioni, desidero segnalarvi un recente articolo di Joyce Arthur, una delle fondatrici di FIRST (una organizzazione nazionale femminista di sex worker con sede a Vancouver, che si batte per la depenalizzazione della prostituzione in Canada), ed è un’attivista pro-choice.
In questo articolo si sostiene che il 6 dicembre non fosse il giorno più appropriato per il varo della nuova legge sulla prostituzione che penalizza protettori e clienti. A questa affermazione io avevo già risposto sostenendo che:
“Il fatto che la nuova legge entri in vigore nella giornata della memoria e dell’azione contro la violenza sulle donne è perfetto, perché va a punire i clienti che sono là fuori in cerca di una giovane donna vulnerabile, aborigena, per soddisfare i loro bisogni. Il 6 dicembre è il giorno in cui ricordiamo e agiamo contro la violenza sulle donne. Questo è il significato della giornata. Quale migliore occasione per gridare contro i perpetratori della violenza: MAI PIU’! Non è un vostro diritto, queste donne non sono per voi. Queste donne meritano di meglio e non sono una serie di fori da penetrare. Le donne povere o vittime di discriminazioni razziali meritano qualcosa di meglio della prostituzione.
Ho anche risposto alle asserzioni (riferite anche da Arthur) secondo cui questa legge alimenterebbe la violenza nei confronti delle sex workers. Non solo non esiste alcuna prova che questo sia vero, ma non vi è prova reale nemmeno che la legalizzazione e la depenalizzazione completa porti alla violenza sulle sex workers. Il fatto che la legalizzazione porti un incremento del traffico significa assistere a un incremento della violenza. Un altro fatto è che sin da quando il modello nordico è stato applicato in Svezia, nessuna prostituta è stata uccisa, mentre nei quartieri a luci rosse di Amsterdam annualmente si registrano femminicidi ai danni delle donne che vi lavorano.
Arthur sostiene la solita tesi secondo cui lo “stigma” provoca la violenza contro le prostitute e ciò che il modello nordico perpetra è uno “stigma”. Ma anche in paesi che hanno legalizzato, lo stigma non è scomparso. Le donne tuttora non vogliono prostituirsi e solo un ridotto numero di prostitute si registrano per pagare le tasse (il che significa che la maggior parte del settore è ancora sommerso, il che contesta l’affermazione secondo cui il modello nordico produce clandestinità) – perché? Perché non desiderano essere registrate e mostrare di essersi prostituite. La loro speranza è di uscire dal loro stato e di fare qualcosa di diverso nella vita (una registrazione è qualcosa che rischia di marchiarti a vita, ndr). Gli uomini non uccidono le prostitute a causa dello “stigma”, bensì perché viviamo in una società patriarcale, all’interno della quale gli uomini imparano che la violenza contro le donne è accettabile e sexy (vedi BDSM), perché i clienti sono misogini che non rispettano le donne (se le rispettassero come esseri umani veri, non le tratterebbero come oggetti e materie prime) e perché molte delle donne che si prostituiscono sono emarginate economicamente, socialmente, a livello razziale e di genere: questo “legittima” il potere dei clienti su di loro, sminuendo il valore di queste donne e rendendole meno visibili nel contesto di un patriarcato capitalista.
Ho affrontato già in precedenza queste tematiche e ho risposto a molte di queste affermazioni senza fondamento che Arthur ripete nel suo articolo, per cui ora vorrei andare oltre e concentrarmi su “cosa le femministe realmente pensano e credono”, “su cosa sia una femminista” e su “cosa sia il femminismo”, rispondendo puntualmente ad alcuni punti dell’articolo di Arthur.

 

La connivenza con alcune forze politiche
Arthur scrive:
“Le femministe radicali che si oppongono alle sex workers hanno sostenuto gruppi di destra e il governo federale conservatore per far passare questo testo di legge sulla prostituzione. Questi ultimi due gruppi sono motivati da un forte desiderio di contrastare i diritti delle donne, l’autodeterminazione e la libertà di espressione sessuale “non tradizionale”, fatto che denota le difficoltà con cui queste femministe radicali affrontano questi temi. Per lo meno credo che lo facciano quando si parla di diritti delle sex workers”.
Io non ho unito le mie forze a nessun partito politico, tanto meno con il governo federale conservatore. Questa non è una questione di parte. Ho sostenuto la legge C-36 perché è un buon testo, nonostante io non sostenga il partito conservatore. Non condivido la posizione del NDP sulla prostituzione perché la ritengo pessima e fuorviante, anche se alla fine alle prossime elezioni potrei votare per loro. Chi lo sa. Ma non posso oppormi a una legge che io ritengo buona, solo perché non voto il partito che la sostiene, così come non vorrei mai dover sostenere un progetto di legge cattivo ad opera di un partito che voto. Il mio voto in occasione delle ultime elezioni locali lo dimostra. Mi piacerebbe poter votare per un partito che sostengo in toto, ma è difficile che ciò possa accadere in tempi brevi.

 

Sugli abolizionisti
Gli abolizionisti si oppongono all’industria del sesso (Arthur sostiene che ci opponiamo al sex work, ma non usiamo l’espressione “lavoro sessuale” perché troppo vago per includere ogni aspetto e perché è più corretto dire che ci opponiamo all’industria del sesso). Questo non è perché abbiamo “problemi” in relazione ai diritti delle donne, all’autodeterminazione e alla libertà sessuale delle donne. Questa è un’affermazione assurda se si ha la minima comprensione di cosa sia il femminismo e cosa siano prostituzione e patriarcato. Tutte le femministe sostengono i diritti umani delle donne. Questo non significa che sosteniamo il potere maschile e l’industria che rende le donne e le ragazze un servizio sessuale per gli uomini che hanno maggiore potere di quanto ne abbiano loro. Sosteniamo l’autodeterminazione delle donne in quanto aspiriamo a una società che consenta scelte reali per le donne, che vadano ben oltre l’essere scopate da degli sconosciuti, per il solo fatto che queste donne non hanno altri mezzi per sopravvivere.

 

Sulle tradizioni
I sostenitori del sex work e i maschilisti ignoranti solitamente asseriscono che sia “il mestiere più antico del mondo” (che non lo è, per la cronaca) il che sembra suggerirci che, lungi dall’essere “non-tradizionale”, la prostituzione è parte di una lunga tradizione che è legata a stretto filo con la tradizione del patriarcato. Ciò significa dire che non solo è una cosa ridicola e risibile che qualcuno dotato di un po’ di cervello possa definire la prostituzione come qualcosa di “non tradizionale”, ma anche che non ha niente a che fare con la naturale espressione sessuale delle donne, questo perché l’unico motivo per cui la prostituzione esiste è che a questo mondo gli uomini detengono un maggiore potere economico e sociale. Non perché le donne entrano volontariamente in massa nell’industria del sesso. Se così fosse non esisterebbero la tratta internazionale di esseri umani, i rapimenti, i ricatti, le bugie e tutti i vari espedienti messi in atto che costringono e portano le donne a prostituirsi. Perché loro non dovrebbero fare altro che “scegliere” di farlo come parte della loro “espressione sessuale non-tradizionale”.

 

Sulla scelta
Naturalmente esistono donne che scelgono intenzionalmente di prostituirsi, senza esservi costrette. Ma ci sono anche migliaia di donne in tutto il mondo che si sottopongono a operazioni di mastoplastica additiva (per scelta), che agitano le tette a spettacoli rap (per scelta), che pubblicano selfies su Instagram (per scelta) – questo significa che tutta l’auto-oggettivazione è femminista? O che le protesi al seno siano qualcosa di buono? O che ottenere applausi per un nudo non abbia nulla a che fare col patriarcato? Se una persona sceglie o meno qualcosa non significa automaticamente che quella cosa che sceglie sia o meno femminista (o più in generale buona o cattiva, etica o salutare o altro). Si tratta semplicemente di una scelta che hanno fatto, considerando il contesto di una serie di fattori – in questo caso i fattori sono stati principalmente il capitalismo e il patriarcato, e se facciamo riferimento al nostro precedente quesito su cosa sia il femminismo, noterete che è un movimento che combatte il patriarcato e che, pertanto, se il tuo femminismo non è fermamente radicato in questa lotta, nei fatti non stai facendo esperienza di femminismo.

 

Sulle vittime
Nonostante ciò, Arthur sembra credere il contrario, se qualcuno si identifica come “vittima” non ha niente a che fare con il fatto che l’industria del sesso vittimizzi o meno le donne. Gli abolizionisti si concentrano sui comportamenti maschili e non su quelli femminili. Questo significa che il colpevole è la persona che vittimizza, quindi che una persona scelga o meno di identificarsi come vittima, non cambia le responsabilità del colpevole. Se per esempio una donna rimane con il marito violento e non si sente/definisce vittima, si tratta di una sua scelta. Ma questo non significa che le azioni del marito diventano “accettabili” (“legittime” ndr), che le femministe debbano accettare ciò come “normale” e guardare altrove o che quello che sta facendo non costituisca vittimizzazione. Per quanto riguarda la prostituzione, in particolare, una donna può sentirsi nelle piene facoltà di scegliere di prostituirsi, ma 1) Lei fa parte di una minoranza (la maggior parte delle prostitute è povera, molte di loro non hanno scelta e non rilasciano interviste) e 2) questo non cambia le dinamiche e il senso dell’industria del sesso, nel suo complesso. Nel mondo vi sono più di 20 milioni di vittime di tratta, la maggior parte delle quali sono donne o ragazze da avviare alla prostituzione. Non esistono milioni di donne adulte nel mondo che stanno scegliendo la prostituzione perché gli piace.

 

Sul femminismo anti-femminista ed altri aspetti in merito al femminismo e alle femministe
Nel resto dell’articolo Arthur ricorre prevalentemente a insulti sessisti e tropi, di solito riservati agli MRA (men’s rights activist), ai giocatori, ai frat bros, in modo tale da accusare le femministe di essere delle fanatiche, come i patriarchi cristiani fondamentalisti che reprimono la sessualità. Arthur prosegue con l’etichettare le femministe che si oppongono all’industria del sesso come pudiche e che cercano di reprimere la sessualità maschile e di incoraggiare la monogamia, affermazioni che suonano molto simili a ciò che direbbe un uomo sessista. Non sono certo cose che direbbe una persona che sostiene di essere in linea con il movimento femminista. In ogni caso, se la prostituzione fosse qualcosa di innato della sessualità maschile, è stupro? Tutto ciò che facciamo per affrontare il “diritto” al sesso che gli uomini accampano e l’uso dei corpi femminili significa “reprimere la sessualità maschile”? Gli uomini sono in qualche modo biologicamente predisposti ad avere rapporti sessuali con donne che non li desiderano? Perché trovo questo concetto preoccupante, per non dire altro.
Le femministe sono apostrofate in ogni modo dalle anti-femministe: naziste, odia-uomini, nemiche del sesso, brutte, pelose, arrabbiate, pazze e pudiche. Arthur utilizza alcuni di questi epiteti. Lei ci accusa anche di odiare le donne: “è possibile che (le femministe radicali) abbiano una vena punitiva che disprezza le prostitute?”
Permettetemi di rispondere: no Joyce. Per la miliardesima volta no. Il femminismo non odia le donne. Si tratta di qualcosa che concerne gli uomini e consiste nello sfidare il potere maschile. Inoltre, molte femministe radicali, femministe e femministe abolizioniste sono state prostitute. E loro non possono certo odiare se stesse, le amiche, le loro sorelle, le figlie e le madri che in passato sono state prostitute o lo sono tuttora. Mi verrebbe voglia di rispondere con il dito medio a queste insinuazioni, ma questa volta rinuncerò.
Nelle sue esultanze misogine finali, Arthur sforna un classico: You’re all just jealous, bitcheeeees. Nelle sue parole “le femministe radicali…vedono le sex workers come concorrenti che, troppo disponibili sessualmente, rovinano “la piazza” alle altre donne. Mi sembra un’ipotesi un tantino confusa, perché mi sembrava di aver capito che le femministe radicali odiassero gli uomini e il sesso, quindi mi sembra strano che ora vengano dipinte come gelose e desiderose di essere possedute dai clienti al loro posto.
Non so voi. Si potrebbe pensare che se le femministe fossero messe così male riguardo al sesso, se la prostituzione fosse una pratica tanto piacevole per far soldi, ci dovrebbe essere un buon numero di uomini prostituti per risolvere il problema delle femministe radicali. (…)
Scherzi a parte le argomentazioni dell’articolo di Arthur non possono definirsi femministe. Sono dannose, sessiste, pieni di stereotipi contro le donne radicati nei miti e nelle fantasie maschili. Sono tesi che concorrono a mantenere lo status subordinato delle donne e mirano a far sembrare “naturale/normale” la nostra oggettivazione, la nostra sessualità e la nostra disuguaglianza. Sono argomentazioni che servono ad attribuire un’aurea di normalità al potere maschile e alla violenza. E come ogni 6 dicembre, ogni anno, ricordiamo che l’odio nei confronti delle femministe può essere molto pericoloso.

Quale libertà ci può essere in una scelta, quando non si hanno alternative percorribili? Pensiamoci, questo ci riguarda molto da vicino.

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One response to “Femminismi e dintorni

  1. Paolo ha detto:

    non si può dividere tutto tra “qualità innate” e “imposizioni culturali”. Mascolinità e femminilità non sono nè l’una nè l’altra cosa o non si esauriscono in esse..ci sono tanti modi di intendere la mascolinità e la femminilità e di viverle, tanti quanti sono gli uomini e le donne nel mondo, modi più o meno frequenti statisticamente ma sempre legittimi.
    E la mia idea di virilità non prevede fare sesso con una donna che non mi desidera, è la cosa meno virile che mi viene in mente

    ma non credo affatto che chi si fa un selfie su instagram o fa un lavoro che prevede di mostrare il seno anche in maniera erotica o ricorre ala chirurgia estetica si stia “auto-oggettivando”, per me è anche questo tipo di giudizio che allontana alcune donne, anche emancipate, dal femminismo

    Mi piace

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