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Dominanza e violenza

© Franco Matticchio

© Franco Matticchio

Cito un paragrafo di Chiara Volpato e il suo “Psicosociologia del maschilismo“.

“Il lato più tragico del maschilismo è quello che traduce gli atteggiamenti di dominanza maschile in comportamenti di oggettivazione, mercificazione, violenza, che possono arrivare all’annichilimento fisico e psichico della vittima”.

Secondo Patrizia Romito nel suo Un silenzio assordante. La violenza occultata su donne e minori, 2005, ha evidenziato i pericoli di una separazione tra le diverse forme di violenza, che invece vanno considerate insieme per poterne cogliere gli aspetti comuni e la stretta interdipendenza. Spesso un filo sottile ma innegabile lega le forme di sessismo di ultima generazione (di cui parlavo in un mio post precedente), la pornografia violenta che sfocia in prostituzione, le forme di sopraffazione, gli stupri e i femminicidi. La violenza maschile è uno strumento di oppressione e controllo e un modo per sottomettere, per ribadire la superiorità gerarchica, nei confronti di donne, minori e anche altri uomini (mascolinità subalterne). Sembrerebbe che gli uomini siano programmati per l’aggressività più delle donne. La violenza tra uomini è per lo più dettata dalla competizione, mentre quella nei confronti delle donne è principalmente di tipo domestico. La cultura paternalistica ha sancito che le donne hanno bisogno della protezione maschile, subordinata all’accettazione del ruolo di genere. Quando si sovverte questo equilibrio, la violenza prende il posto della protezione, nel tentativo di riportare in riga la donna. Marco Cavina nel suo Nozze di Sangue documenta la violenza domestica dal Medioevo al Novecento.

A proposito di violenza domestica ho trovato significativa la Power-Control-Wheel, elaborata la prima volta negli USA da un gruppo di donne maltrattate e di operatrici e ricercatrici del progetto “Duluth”, in Minnesota.

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Tutta la storia e molti studi dimostrano come buona parte della violenza sulle donne si poggi su un’asimmetria di potere e di status (socio-economico-culturale) uomo-donna. Alcuni potrebbero sostenere che le cose sono cambiate. Ebbene, se da un lato è venuto meno il sostegno ideologico alle pratiche violente e l’accesso al lavoro ha permesso alle donne di allontanarsi dai partner violenti (cosa che non è così scontata), così come status e potere si sono ampliati, dall’altro lato si registra una sorta di backlash da parte di alcuni uomini, che cercano di invertire la rotta, non accettano di perdere il dominio sulla donna. Le violenze sulle donne che pongono fine a una relazione o che vorrebbero vivere in modo non tradizionale e rivendicano la propria indipendenza, le molestie sul lavoro, lo stalking non sono altro che manifestazioni di questa resistenza maschile.
Carrie Yodanis, in Gender Inequality, Violence Against Women, and Fear: A Cross-National Test of the Feminist Theory of Violence Against Women, 2004, rileva una correlazione tra debolezza dello status delle donne e la probabilità di incorrere in episodi di violenza. Lo studio coinvolge anche l’Italia e noi italiane siamo tra coloro che maggiormente avvertono l’insicurezza, che le porta ad autolimitarsi, a non uscire al buio, oppure pensiamo ai consigli sull’abbigliamento anti-stupro. Tutta questa paura è indotta anche da un certo modo di riportare le notizie di violenza sui media, una sorta di battage affinché le donne si sentano più insicure e si affidino alla protezione maschile, nel tentativo di evitare che la violenza le colpisca. Capite che è un circolo vizioso e i messaggi dei media tutt’altro che neutrali.
Quanto il nostro contesto culturale in qualche modo incoraggia, alimenta e legittima la violenza sulle donne? Le parole che si adoperano e le rappresentazioni delle donne oggettivate e deumanizzate che si propongono sui media dovrebbero essere oggetto di valutazioni più accurate. Ma questo è un altro capitolo, che magari affronterò più avanti.
Purtroppo l’editoria è diventata anche questo.

7 commenti »

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