Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Programmatrici

su 18 ottobre 2014

maternal wall

 

Non è un articolo per “abappisti” (ovvero, programmatori Abap). Qui si parla di quanto previsto da Facebook e Apple in tema di congelamento di ovuli. La notizia gira (qui).
Non c’è nessun aspetto positivo, solo tanta ipocrisia e strumentalizzazione. Questo significa trattare le donne come se fossero oggetti programmabili.
Sul tavolo ci sono varie questioni. Prima cosa: la mia azienda perché dovrebbe intervenire nella mia vita privata e nelle mie decisioni, in pratica “consigliandomi” di congelare i miei ovuli? Viene così suggerito il fatto che io in quanto donna, essendo un problema potenziale per l’azienda, dovrei aiutare la mia azienda e non rompere i “cosiddetti”, ma abituarmi a programmare. Un figlio = progetto. Come se fosse un progetto di lavoro, sì. Inoltre, magari, dovrei scegliere insieme ai miei superiori, l’anno più idoneo a fare un figlio. Ma non guardiamo le stelle, bensì il piano di lavoro e le commesse. Già mi immagino..”Sai, quest’anno abbiamo poco lavoro, ci piacerebbe che tu mettessi in cantiere un figlio”. Ammesso poi che la crioconservazione vada a buon fine e che io possa realmente diventare madre con ovuli congelati, nonostante l’età, malattie che possono sopraggiungere, problemi vari all’utero ecc. Pessimista? No, basta essere realiste e non fare gli struzzi. La verità non si racconta, meglio che le donne restino nella loro ignoranza e con i loro sogni, vero? Poi, questo binomio donna-mamma dovete per favore rimuoverlo, è un fattore che discrimina di per sé. Quando capirete che non vogliamo che entriate nel nostro intimo e nel nostro utero, vi ringrazieremo! Lo dico anche alle super-manager che si vantano di riuscire a tenere tutto in equilibrio (tipo la “donna perfetta” di Angela Finocchiaro qui) e si accaniscono, forse più di alcuni colleghi maschi, sulle loro sottoposte (la sindrome dell’ape regina influisce molto su questo atteggiamento). Noi lavoriamo al pari degli uomini e visto che la nostra vita è scandita dal lavoro, almeno lasciateci la libertà di decidere se e quando fare figli. Dannazione, come pensate che si possa ragionare come se stessimo in una catena di montaggio o se dovessimo sfornare figli al momento giusto, generando futuri consumatori, che sono sempre utili all’economia? Questa è oggettificazione dei corpi delle donne, che vengono private di ogni possibilità di scelta e sono semplici strumenti da adoperare per scopi produttivi o ri-produttivi. Piuttosto, le aziende dovrebbero organizzarsi per offrire flessibilità a chi la chiede, per tutte le incombenze di cura a carico di una persona, che sia uomo o donna, perché la cura non è solo donna o mamma, ma può avere anche connotati maschili: per esempio un genitore o una persona cara da aiutare, da curare ce li abbiamo tutti. Organizziamo il lavoro in modo tale che sia possibile per le persone, in determinati periodi della vita, usufruire di un part-time, di flessibilità in entrata e uscita (naturalmente, compatibilmente con le mansioni). Una soluzione si può trovare, se si desidera mettere al primo posto la qualità del lavoro (non dico il benessere del lavoratore, che credo non sia proprio preso in considerazione in alcuni contesti). Un lavoratore sereno e che si sente sostenuto dall’azienda, lavorerà meglio e non si sentirà schiacciato dalle incombenze quotidiane. Questo ridurrebbe anche i carichi sullo stato sociale (ormai sempre più in affanno e soggetto a pesanti tagli), agevolerebbe la fidelizzazione del dipendente all’azienda. Ma l’azienda non deve mettere il becco anche nel mio desiderio o meno di riprodurmi. Non siamo galline in batteria, non vogliamo essere considerate prodotti “con data di scadenza” o materiale “pericoloso”. Siamo lavoratrici. Questa è l’unica cosa che vi dovrebbe importare, insieme alle nostre competenze professionali. Dobbiamo abbattere il maternal wall (qui e qui), quel muro che sbarra la strada alle donne con figli, che nel comune sentire aziendale sono percepite come meno coinvolte nel lavoro, meno competenti e meno affidabili, per via delle incombenze familiari (ancora considerate unicamente a carico delle donne).
Per tutte le donne: non fatevi ingabbiare in ruoli. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto a una libera scelta, SEMPRE. Io non sono una incubatrice potenziale a priori. Capito!? Quando a un colloquio di lavoro non mi verrà fatta la domanda sul mio stato di famiglia, esulterò. La paternità quanto incide in un colloquio di lavoro? Piuttosto, pagateci in modo adeguato e cerchiamo di colmare il pay gap! Dobbiamo far emergere, evidenziare che qualcosa nel sistema attuale non va. Vi segnalo un articolo di Letizia Paolozzi sul tema.

Il Femminismo storico ha investito molto le relazioni private, il privato. Ma in qualche modo è rimasto indietro quando si è trattato di incidere nel mondo del lavoro, delle professioni, dell’istruzione delle future generazioni. Segnare il punto di svolta in questi ambiti, travasando le esperienze tra donne, in altri contesti, è difficile. Forse non si è state abbastanza compatte nel disvelare certe storture e compiere la rivoluzione. È come se la vita e le necessità di far parte di un contesto forgiato da uomini, avessero preso il sopravvento. La contaminazione positiva non è avvenuta, se non in rari casi. Dovremmo interrogarci su questo punto.

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