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Maschilismo e mascolinità

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

René Magritte (1898-1967), Le mois des vendanges, 1959, Oil on canvas, Private collection, Paris

Ho intrapreso la lettura del saggio di Chiara VolpatoPsicosociologia del maschilismo” (edizioni Laterza, 2013) e vorrei condividere con voi qualche passaggio, dei numerosi che mi hanno sollecitata.

“Nella civiltà occidentale, gli uomini hanno continuato e continuano a incarnare il canone, il prototipo, la norma. Continuano a essere gruppo dominante, che scrive la storia e detta l’ideologia. La loro supremazia, così come la subordinazione femminile, sembra rientrare nell’ordine naturale, nell’idea di un diritto suggerito dalla natura del mondo e delle cose, universale e immutabile”.

Questa dimensione naturale ha fatto sì che si dessero per scontate le sue caratteristiche vincenti, per cui fino a qualche anno fa si preferiva incentrare gli studi sul genere femminile, cercando di approfondire i motivi della subalternità, operando e indagando unicamente nella metà femminile. Come se il “difetto” o le motivazioni fossero tutte nel campo “debole”. In questo modo l’universale uomo era il prototipo che non aveva alcun bisogno di legittimarsi, perché esisteva da sempre e dettava le regole del gioco, senza di fatto incontrare ostacoli al suo dominio. Pertanto si cercava il cavillo nella donna e si rimaneva relegati in un angolo di una questione ben più ampia. Per fortuna, negli ultimi anni si stanno sviluppando i men’s studies o masculinity studies. C’è voluto tanto tempo anche perché forse c’è stata un po’ di resistenza da parte degli studiosi maschi a indagare sul proprio gruppo di appartenenza. Il sistema androcentrico ha coltivato nei secoli un modello fondato sull’identità di genere, con l’obiettivo di cancellare le somiglianze tra uomini e donne, accentuando solo le diversità (Gayle Rubin, The traffic in women). Il fatto di creare un solco considerato naturale, in quanto “biologico”, tra i sessi, ha rafforzato l’idea che fosse una condizione immutabile e l’unica in grado di mantenere un sano equilibrio. Pertanto, come sostiene Rhoda Unger (citata da Volpato), sarebbe preferibile usare il termine genere, che rimanda a comportamenti e a tratti che le culture attribuiscono a uomini e donne. Perché è stato il movimento delle donne a svelare che mascolinità e femminilità sono costruzioni storiche. La mascolinità e la femminilità possono essere comprese solo attraverso lenti di indagine specifiche. Sono strettamente legate al contesto, alla cultura di una società. Per questo si parla di studi di genere, di educazione di genere per non richiamare aspetti biologici (cosa che avverrebbe se usassimo la parola sesso) che in quanto tali sarebbero considerati come immutabili e “naturali”. Torniamo per un attimo all’infanzia. Trattandosi di modelli indotti dalla società e dal contesto storico in cui vive il bambino, il suo margine di libertà di scelta si riduce. Ecco l’importanza di una guida fluida e di strumenti che permettano di formarsi una cultura non condizionata dagli stereotipi di genere. Di estrema importanza sono le letture per l’infanzia. In parallelo, vari studi sociologici, hanno portato alla conclusione che: “la grandezza e spesso anche la direzione delle differenze di genere dipendono dal contesto e i dati scientifici non corroborano le credenze diffuse sulla profonda differenza psicologica tra uomini e donne”. La presunta superiorità maschile si sostiene attraverso strategie psicologiche e sociali più o meno violente e silenti, che si adattano al contesto socio-economico e storico-politico, inserendosi nelle pratiche quotidiane. Sono rimasta positivamente colpita dall’applicazione della categoria gramsciana di egemonia alla mascolinità (pag. 6-7) elaborata da Raewyn Connel: “Una dinamica culturale che permette a un gruppo di conquistare e mantenere una posizione dominante nella vita sociale”. In pratica viene individuato un modello maschile vincente, un ideale che “nella società capitalista occidentale coincide con uomini competitivi, orientati al successo, aggressivi, cinici, anaffettivi, eterosessuali”. Seguendo il ragionamento di Connel, si può parlare di mascolinità multiple, in quanto ogni epoca storica e ogni società elabora il proprio modello vincente. Questo naturalmente porta a una subordinazione e una marginalizzazione di tutti coloro che non rientrano nei canoni del modello maschile egemone (classi sociali subalterne, omosessuali e naturalmente donne). Connel rileva anche quella sorta di complicità maschile, che permette di mantenere lo status quo e consente anche a chi non rientra nel modello egemone di godere dei benefici della superiorità maschile. In pratica si ottiene una parte del dividendo patriarcale, la propria fetta di vantaggio ottenuto dalla subordinazione delle donne”. Questo sistema non ammette che ci sia qualcuno che lo metta in discussione. Ecco perché per alcuni il femminismo, l’emancipazione e l’autonomia delle donne sono pericolose e vanno fermate in ogni modo (qui un bel post del blog Bambole&Diavole). Molto interessante l’excursus storico di Volpato sui modelli della mascolinità. Qui accenno unicamente alla genesi della frattura tra i due generi. Genesi è la parola appropriata perché è proprio la dimensione di donna genitrice a essere coinvolta. Sulla scorta degli studi dell’archeologa Marija Gimbutas (pag. 8-9), “fu la scoperta, avvenuta durante il Neolitico, del ruolo maschile nella procreazione a causare l’inizio della subordinazione femminile (oltre a una differenziazione delle tecniche agricole, nel passaggio da popoli raccoglitori ad agricoltori) e l’affermarsi del modello patriarcale. Il culto della Dea generatrice viene rapidamente sostituito da un Dio maschile (oggetto dell’indagine su cui si soffermerà la teologia femminista). Per quanto riguarda la teologia cristiana annoto questo articolo sul saggio di Selene Zorzi. “La donna stessa, del resto, è stata ritenuta durante tutta la storia della teologia non degna di rappresentare neppure l’immagine di Dio: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore, la donna no. E come l’uomo è sottomesso al Dio di cui è «immagine e somiglianza», così la donna deve essere sottomessa al maschio dalla cui costola è stata tratta, ancor di più perché sommamente e primariamente colpevole del peccato originale”. Finché le capacità che permettevano la prosecuzione della specie erano state percepite unicamente femminili, la donna aveva mantenuto un ruolo importante e di sostanziale parità. Il ruolo dell’uomo nella riproduzione non è da dare per scontato o semplicemente comprensibile. Considerate che tra il concepimento e la nascita intercorrono 9 mesi. Per un uomo non è immediato comprendere il nesso. Mi piace immaginare che sia stata una donna, attraverso l’abitudine data dall’esperienza e dalla percezione dei mutamenti del proprio corpo e dall’osservazione della regolarità del ciclo mestruale, a comprendere quel nesso. Ma potrebbe anche essere stato un uomo, osservando gli animali. La storia recente è stata contraddistinta da flussi e reflussi di posizioni fortemente mascoline e maschiliste alternate a fasi in cui la donna ha cercato di riappropriarsi di strumenti che le permettessero di emanciparsi: “il femminismo.. ha posto il problema della cancellazione della soggettività femminile e dell’espropriazione subita dalle donne ridotte a corpi, oggetti, merci. Il femminismo ha segnato per le donne la riappropriazione del pensiero e della parola, a lungo strumenti della loro esclusione (Cavarero e Restaino, Le filosofie femministe. Due secoli di battaglie teoriche e pratiche, 2002). C’è chi si sente “minacciato” e indebolito da queste orde di femministe selvagge e cerca di recuperare tutti gli orpelli della mascolinità perduta: la superiorità biologica del maschio, il culto della forza, l’omofobia, la centralità della competizione, l’aggressività, il successo, l’indipendenza e l’amore per l’avventura. Questa vera e propria “mistica della mascolinità” trova una sua rappresentazione nelle manifestazioni esteriori dell’apparato militare e nello sport. “L’iper- mascolinità è spesso associata a forme di violenza contro le donne ed è diffusa soprattutto tra giovani e uomini dotati di scarso potere socio-economico, una cattiva abitudine maturata nel corso dell’adolescenza” (un modo per fronteggiare paure e insicurezze dovute dal basso status). Per questo occorre intervenire precocemente e non lasciar correre certi atteggiamenti e i primi accenni di queste insane abitudini. to be continued..

p.s. 13 ottobre 2014 Vi consiglio di leggere i commenti a questo post sul mio profilo Facebook. Rendono bene la mentalità corrente. Sono la dimostrazione che abbiamo toccato un nervo scoperto.

20 commenti »

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