Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Ricordi? No, sono i nostri diritti!

su 9 ottobre 2014
Memories - Andrei Baciu

Memories – Andrei Baciu

“Le elaborazioni teoriche e le analisi del femminismo italiano sull’economia e sul lavoro sono eccellenti, estremamente intelligenti ed acute. Si moltiplicano, poi, i convegni e i seminari sulla crisi, le cui ripercussioni sulle donne sono particolarmente acute a causa della riduzione del welfare state e del maggior tasso di disoccupazione, di inattività e di precarietà femminile. Sarebbe importante diffondere on line gli atti prodotti e gli interventi pronunciati nel corso di questi convegni.
(..)
Quella che manca, a mio parere, è, però, l’espressione pubblica, da parte del femminismo italiano, di una posizione condivisa sui provvedimenti del governo Renzi e l’organizzazione di forme di mobilitazione e di resistenza contro il Jobs Act e, in genere, contro le politiche di austerità.
Una simile presa di posizione è possibile o non esistono punti di vista concordanti su queste questioni? Cosa possiamo fare per contrastare da femministe le politiche neoliberiste italiane ed europee?”

Maria Rossi (qui il post completo)

Provo a rispondere al bel post di Maria Rossi, che ha giustamente rilevato un’anomalia tutta italiana. La prima cosa che mi viene in mente è la scarsa propensione alla partecipazione in prima persona degli italiani. Particolare che si riflette in ogni compagine associativa, di classe, di gruppo, di collettivo ecc. Questa pigrizia fisica e mentale porta ad affidarsi a qualcuno/a altro/a che porti avanti per te le tue istanze, salvo poi lamentarti se questo non avviene. Questo morbo è presente da tempo immemore, ma c’è stato anche un periodo, una fase in cui è stato scelto come modalità operativa anche da alcune femministe.
Per quanto riguarda la produzione teorica in materia di crisi, disoccupazione, precarietà con le ripercussioni sul mondo femminile, si tratta di un lavoro importante, ma solo se viene condiviso, divulgato e reso compartecipato. Per giungere a questo dobbiamo rendere questi seminari, questi incontri, fruibili e non delle semplici vetrine per codesta o quella donna. Questi lavori restano lettera morta perché sono troppo spesso rivolti agli addetti ai lavori, oppure servono per fare curriculum. La divulgazione è un’arte delicata e complessa e non tutti ne sono capaci e non tutti sono interessati a trasmettere, a molti basta parlare per sé. Questo vale anche per le donne. Noi non siamo immuni dalle lusinghe delle passerelle dei convegni.
Ma siccome non esiste unicamente l’oratore, l’oratrice, dobbiamo considerare anche il ricevente, il pubblico. Siamo certi che il pubblico sia pronto e avvezzo ad essere interpellato? Il disinteresse è una piaga, ma è dovuto ad anni di immobilismo, di inerzia, di crisi profonda della politica, di crisi della rappresentanza, di crisi dei partiti e di una partecipazione diffusa alla politica, attraverso i corpi intermedi. Ma questo è il capitolo su come si può costruire una diffusa cultura politica e una sana affezione alla politica.
Per quanto riguarda poi la capacità di esternare pubblicamente e unitariamente il proprio dissenso al dilagare di politiche neo-liberiste da parte del femminismo italiano, azzardo un’ipotesi. Parlando di femminismi al plurale forse riesco a spiegarmi meglio. Gran parte dei movimenti delle donne hanno deliberatamente scelto una posizione esterna, facendo politica delle donne, ma concependola come una mobilitazione separata da quanto avveniva a livello della politica istituzionale, per non finire in un tritacarne ideologico e pericolosamente omologante. Questo non ha escluso che altre donne invece scegliessero una partecipazione e una militanza più istituzionalizzata. Una percentuale di queste donne ha fatto del marchio “femminismo”, un vero e proprio brand da adoperare all’occorrenza, ma senza troppa convinzione personale, tanto perché fa “spessore” e fa tanto intellettuale. Il risultato lo potete immaginare. Per chi ha un minimo di esperienza e bazzica i partiti, sa perfettamente che se vuole fare carriera interna e aspirare a fare politica nelle istituzioni deve rassegnarsi a ridimensionare la propria autonomia di pensiero e la possibilità di esternarlo. Diciamo che devi seguire la linea. Inoltre è molto difficile far sentire la propria voce e le proprie idee. C’è un sistema gerarchico, amicale, con logiche da bacino elettorale, che ingabbiano la circolazione delle idee. La varietà del prodotto della partecipazione è risicata. Le voci sono sempre quelle “autorizzate”, certificate, che vengono interpellate per tutte le stagioni e per condire ogni evento. Quindi, tranne rarissimi casi, di solito le donne fanno tappezzeria. Sì facciamo tappezzeria e se “rompi” vieni automaticamente ostracizzato. Ci sono le eccezioni, ma sono casi isolati. Quindi, riassumendo:
tra chi fa politica per carriera e non per passione
tra chi cavalca il femminismo per far carriera e per far colore nel cv
tra chi non si avvicina alla politica istituzionale
tra chi non si esprime e rimane passivo
tra chi non vuole sporcarsi le mani
tra chi non vuole rovinarsi la carriera
tra chi si occupa solo dei fatti suoi
tra chi “non mi alzo dal divano”
tra chi “tanto ho le spalle coperte”, chi me lo fa fare
tra chi “in fondo mi stanno bene Renzi & co.”
tra chi “faccio lotta per conto mio”
TUTTO RESTA FERMO.
Quindi, cosa fare? Entrare in campo e rompere gli schemi. Ci si prova, quanto meno.
Le porte in faccia sono all’ordine del giorno, ma almeno si prova a cambiare qualcosa.
Ma quel che manca è la dimensione collettiva e unitaria, che ci faccia prendere una posizione chiara e forte.
Un’ultima annotazione: dobbiamo perdere l’abitudine di guardare le cose unicamente dalla nostra ottica, dal punto di vista dei nostri interessi. Un problema è un problema anche quando non ci riguarda direttamente. Un problema va affrontato non solo nel momento in cui diventa un nostro problema. In questo senso dobbiamo approcciare tutto il tema dell’art. 18 o meglio di quel che ne resta. Non possiamo dire: “tanto non mi tange, non mi riguarda, non mi interessa”. Proprio ieri una donna che conosco mi ha detto di essere stata messa in mobilità. Indovinate il motivo..
Stesso discorso vale ogni qualvolta si viola una norma costituzionale e sono gli stessi organi istituzionali a farlo. Ci riguarda, perché sono in gioco i nostri diritti e quella cosa chiamata democrazia. A noi tocca dire BASTA!
Non ci bastano più i seminari, ma vogliamo le piazze in grado di abbracciare tutt* e parlare a tutt*.
Può servire per ricordarci e mettere a fuoco quali sono i nostri diritti. Per non farli diventare vecchi ricordi.
Grazie e Maria Rossi per il suo post.
Grazie a Giulia Siviero per questo articolo e per dare voce alle donne della realtà.
Grazie a tutte le donne che non smettono mai di interrogarsi, di approfondire, di cercare di dare risposte, di essere indipendenti, di pensare con la propria testa, di rimboccarsi le maniche, di essere magnificamente uniche!
Grazie a tutti coloro che sanno quando la misura è colma e sanno dire BASTA! Grazie Walter (non Veltroni, naturalmente).

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