Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Cambiare è possibile (e urgente)!

su 4 settembre 2014
Liz Huston, 2010

Liz Huston, 2010

Ringrazio Il Ricciocorno per la segnalazione di questo articolo.
Varchiamo un territorio delicato, che ho toccato già in passato, diventare madri o non diventarlo.
Le lotte per la diffusione di metodi contraccettivi sicuri, per una sessualità consapevole, per liberare la donna e renderla in grado di scegliere la maternità o meno, sembra che non abbiano intaccato un elemento marcio e tipico di una mentalità patriarcale. Oggi torniamo a essere giudicate e valutate per il nostro essere portatrici potenziali di vita. Siccome siamo leggermente più consapevoli di una gatta o di altri animali, siamo state in grado di elaborare delle alternative a una maternità per destino. Il destino, ammesso che esista, vogliamo comunque che sia grosso modo orientato da noi, per quanto possibile. Ho già spiegato in altri post cosa comporta a mio avviso una maternità, quindi non assimiliamola a una medaglietta, perché poi quella medaglietta non brilla su di noi, ma sull’uomo, perché se analizziamo bene le caratteristiche di questa mentalità oscurantista, è ancora l’uomo il proprietario della prole e della “sua” discendenza. Noi donne siamo solo lo strumento, il contenitore, sino a quando riusciamo biologicamente ad esserlo, poi il nostro valore subisce un semi-azzeramento. Se noi donne siamo “a scadenza”, alla fine questo implica che possano venir posti mille piccoli ostacoli sul nostro cammino di vita. Da giovani non ce ne accorgiamo, ma non appena si avvicina la scadenza, diventiamo “pericolose” per il lavoro, “strane” per il resto del mondo. Questo invade ogni aspetto della vita e venir giudicati per il nostro figliare o meno ci porta a rendere vano qualsiasi nostro tentativo di voler affermare noi stesse, come soggetto autonomo, pensante e portatore di valori e qualità peculiari e uniche. Davvero, desideriamo che delle donne ci si ricordi unicamente per questi aspetti, legati alla riproduzione della specie? Quel che forse abbiamo smarrito, nel corso delle nostre battaglie, è comprendere che la maternità doveva essere lasciata tra quelle libertà personali di scelta. Che la maternità o la famiglia non avrebbero potuto intaccare la nostra convinta partecipazione alle lotte delle donne, così come pensava la de Beauvoir. Azzardo un’ipotesi: in qualche modo ha prevalso una mentalità patriarcale che ha diviso le donne e non ha permesso di dipanare bene questa matassa, questo tema della maternità. Questo nostro contrapporci tra di noi, senza capire il nocciolo della questione non ha prodotto passi in avanti. Siamo noi tutte a essere sotto la lente, questa lente va infranta e per farlo dobbiamo spogliarci di stereotipi, pregiudizi ed etichette. Dobbiamo parlare francamente di questo tema, senza creare fazioni, perché sono queste cose che poi portano alla vittoria di un certo tipo di mentalità maschile. Nessuna ha da insegnare qualcosa a nessuna, dobbiamo scambiarci le idee e diffondere a tutte le altre donne la nostra energia che chiede un mutamento dello status quo, che ci fa dire che CAMBIARE E’ POSSIBILE!

“We are not simply the childbearing and the child-free; our stories extend beyond the production or non-production of others. We are complete in our own right and deserve to be viewed as such”.

A volte mi sembra che il marchio di qualità DOC che ci viene assegnato come “sforna-bambini” sia di grado differente a seconda di quanti figli mettiamo al mondo. Sì, perché il numero conta, non quante attenzioni, cure ecc. sei in grado di offrire ai figli. La mentalità corrente guarda ancora alla quantità e non alla qualità. Dopo il primo figlio inizia il valzer di coloro che ti chiedono quando farai il secondo o perché no il terzo. In pratica, il martellamento non passa, cambia solo il tema e qualche nota qua e là. Quel che è certo è che tu vieni percepita come un utero con i piedi e non si capisce perché tu possa essere impegnata in qualcos’altro, che forse tu abbia scelto consapevolmente per una serie di ottime ragioni, che devono essere rispettate in quanto personalissime e privatissime.
Dobbiamo far sì che quello che ci si aspetta da noi donne sia un valore prezioso per la società, che prescinda dal nostro stato di famiglia o dalle nostre scelte personali. Perché il giudizio su noi stesse non dev’essere sul “come siamo state brave a far tutto, senza dimenticare gli obblighi di riproduzione della specie”, ma sul nostro contributo, sulle nostre capacità, punto e basta. Perché sino a quando a essere biasimata sarà solo la donna senza figli, mentre per un uomo è un dato irrilevante, avremo ancora tanta strada da fare. Perché solo noi donne diventiamo “avariate” stando alla mentalità corrente, che ci portiamo dietro da secoli? Questo è il punto su cui riflettere e da scardinare. Dobbiamo sganciare il nostro “essere donna” dagli aspetti biologici, altrimenti verranno sempre tirati in ballo argomenti come la maternità, l’isteria, la sindrome premestruale ecc. Per nessun uomo è così. Solo per noi donne essere single o in coppia, madri o non, insomma qualunque sia la nostra condizione, diventa un fattore che fa la differenza. Per ognuna di noi il rischio di essere discriminata è molto alto. La nostra società non riesce ancora a vederci come persone e basta, senza etichette di genere o di “contorno” affettivo o familiare..

Noi donne riusciamo a “vincere” ogni qualvolta scegliamo liberamente di fare o meno, di essere o meno qualcosa. La vera vittoria sta nel seguire la nostra strada, nonostante quel che si bisbiglia attorno a noi.
Ma poi, cosa c’è da “vincere”?
Alimentare, tenere in vita e rigenerare questa mentalità patriarcale della riproduzione forzata risulta una consuetudine ancora più indigesta allorquando viene sostenuta dalle donne stesse, che si fanno portatrici di una stigmatizzazione di altre donne sulla base di questioni come la maternità. In pratica, ogni volta che anche noi donne “giudichiamo” altre donne sulla questione “maternità” o su altro, ci rendiamo “complici” di una mentalità che ci rende oggetti, involucri, merce in vendita o da usare.
Se vogliamo poi soffermarci sulle modalità con cui una certa “mentalità” viene tramandata di generazione in generazione, possiamo considerare anche le fiabe, una in particolare tocca il tema. La bella addormentata nel bosco, in cui i due sovrani erano felici, ma non avevano un erede: la procreazione diviene un complemento necessario alla felicità. Quando una coppia si sposa tutti i parenti e conoscenti si aspettano un erede, al più presto. Ad esempio, ogni volta che parenti e amici vedevano mia madre, le toccavano la pancia e si informavano sul suo stato.
L’esibizione di un figlio come attestazione del proprio successo, l’enfatizzazione della maternità, come sfoggio al femminile di un potere esclusivo, legato a logiche meramente riproduttive e non di scelta consapevole. La maternità come sigillo di qualità alla propria esistenza di donna, un elemento che ci viene sempre ricordato e ritorna ossessivamente. Pensiamo alle donne dello spettacolo che ostentano i figli e fanno di tutto per averne. Pensiamo alle copertine dei settimanali di gossip dove schiere di donne sono pronte a presentare al mondo la propria prole, il trofeo della mamma. Pensiamo alle interviste che non mancano mai della domanda: hai mai pensato/desiderato diventare mamma? Mi chiedo, che diritto ha certa stampa di trattare un tema così intimo e delicato in modo così superficiale. Soprattutto, quando certi pseudo giornalisti scandagliano i desideri intimi con una sorta di coltello. Il che accade non solo per le donne di spettacolo giovani, ma soprattutto per le più âgée. Trovo spregevole questo accanimento. Un modo becero e retrogrado di fare bilanci. Peccato che siano solo atteggiamenti verso le donne. Difficilmente certe domande si rivolgono ai maschietti. Chissà perché. . Così si tramandano cliché vecchi e sottoculture difficili da scardinare.
Per chi volesse partecipare, vi segnalo che il 26 settembre, alle 18:00, (nell’ambito degli incontri presso le Biblioteche di Milano, per l’iniziativa Il Tempo delle Donne) Eleonora Cirant, autrice di Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, incontra i lettori alla biblioteca Parco Sempione.

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8 responses to “Cambiare è possibile (e urgente)!

  1. Paolo ha detto:

    oggi avere un figlio è una scelta non una forzatura, ci sono donne che vogliono dei figli e altre che non li vogliono, altre che prima non li volevano o non ci pensavano e poi cambiano idea magari in seguito ad una gravidanza non programmata, vanno tutte rispettate e c’è pure chi vorrebbe dei figli e non può per varie ragioni e vale pure per gli uomini
    Aggiungo poi che ignorare la biologia, far finta che non esista è stupido come lo è ridurre tutto a essa: si concepisce in due ma solo una resta incinta, è solo il corpo di una che si ingrossa per nove mesi, è solo una che partorisce e se vuole e può allatta al seno questo non può essere ignorato anche perchè è il motivo per cui a lei spetta la decisione se portare avanti la gravidanza o interromperla: riguarda il suo corpo
    la maternità (come la paternità) fa parte della vita e dell’umano e va raccontata, quanto alle donne di spettacolo hanno tutto il diritto di parlare della loro maternità, non è un attacco a chi non vuole figli..e se una vip o non vip si dichiara felice di essere madre non sta sputando in faccia a chi non lo è o non è felice. Semmai anche gli uomini dovrebbero essere intervistai sulla loro paternità.
    Quanto alle fiabe, vanno storicizzate: le famiglie nobili dovevano mettere al mondo un erede per mantenere la terra, il regno nelle mani della famiglia non era solo una questione di felicità personale, avere figli e averne molti (poichè la mortalità infantile era alta) era una necessità anche per le famiglie contadine,.. è oggi nell’epoca moderna che fare figli è molto più una scelta e che quindi la felicità personale, il desiderio personale conta molto di più (infatti se ne fanno meno anche per potersene occupare meglio, credo e anche perchè si aspetta molto più tempo prima di farli se se ne fanno.
    e non criminalizzerei anche il gesto di preoccuparsi delle condizioni di una donna in gravidanza, toccarle la pancia e simili

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    • Paolo ha detto:

      e comunque le riviste pubblicano quello che interessa ai lettori. A me per esempio di attori e attrici mi interessa solo il loro lavoro, i loro film ma devo fare i conti col fatto che c’è gente interessata molto di più alla loro vita privata (con chi stanno, se si sono lasciati, se aspettano un figlio, chi fa le corna a chi e con chi) e questa gente qua compra i giornali

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    • simonasforza ha detto:

      La domanda corretta è perché tutti gli aspetti che ho evidenziato riguardano spessissimo solo per le donne.
      Per quanto riguarda la terribile sensazione di parenti e amici che ti torchiano non appena ti incontrano e ti ricordano, toccandoti la pancia, che devi figliare: basterebbe ascoltare mia madre, che dopo quasi 40 anni ha ancora il trauma..

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      • Paolo ha detto:

        non so forse perchè la gravidanza è un evento che riguarda il corpo femminile? In un certo senso si può dire che nessun bambino nasce senza la presenza (e la decisione) di una donna e se al momento della nascita è presente anche un uomo è perchè quella donna gli ha permesso di esserci. Comunque io sono per rivolgere anche ai vip maschi domande su una loro eventuale paternità anzi sarebbe ancora meglio se il privato dei vip non ci interessasse così tanto ma è un’utopia.
        Quanto alle pressioni di parenti e amici possono essere deleterie, bisognerebbe trovare il coraggio di dir loro gentilmente ma con fermezza di essere più discreti, non è sempre facile

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  2. Paolo ha detto:

    la maternità è una capacità biologica e anche una scelta

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