Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

su 28 agosto 2014
SOGNI - VITTORIO CORCOS

SOGNI – VITTORIO CORCOS

 

La maternità, la nascita, l’essere donna, figlia e poi madre, il rapporto tra corpo materiale e pensiero. I percorsi e le analisi di Daniela Pellegrini toccano tutti i livelli di queste staffette. Sono tornata sul testo di Daniela Pellegrini, perché vorrei tentare un primo esercizio per mettere a fuoco questi passaggi. Sarà un flusso libero di pensieri.
Non penso che ci sia un istinto materno, quel quid che ti porta a desiderare di essere madre, anche se una mia amica me ne attribuiva i sintomi e le caratteristiche già prima che diventassi madre. Penso che il desiderio sia un processo naturale che avviene (come può anche non avvenire) quando ci sono più concause favorevoli, tra cui il compagno “giusto” e una certa stabilità emotiva ed economica. Ma non bisogna dare nulla per scontato, non è detto che l’istinto materno alberghi in ognuna di noi e nelle medesime forme. Per questo penso che la decisione debba essere ponderata bene, essere madri può essere a volte faticoso, estenuante, se poi diventa un’imposizione, la strada è in salita non solo per sé, ma anche per il figlio. Si tratta di un impegno a lungo termine e che implica un cambiamento radicale in noi stesse. Dobbiamo essere pronte ad accettare un numero enorme di piccoli grandi cambiamenti. Si tratta di un cammino che si intraprende affidandoci al futuro, alla nostra capacità di adattamento e di trovare le risorse giuste dentro di noi per superare ogni cosa. Ogni giorno sarà da inventare e ci sarà qualcosa che ci stupirà. Non dovremo costruire nulla, perché ogni cosa si costruirà da sé. Non serve fare le “provviste” emotive e pratiche per essere genitori. Non serviranno. L’improvvisazione sarà l’unica regola e bussola di vita. Ti capiterà di accorgerti che tuo figlio ha un suo carattere e una sua “indipendenza” caratteriale sin dal primo giorno. Ti scontrerai e sarà giusto che sia così. Ti sveglierai in una nuova dimensione, plurale, caotica e costellata di errori. Avrai una quantità enorme di dubbi, debolezze, umori diversi, sarai una nessuna e centomila donne. Sarai felice quando tua figlia a due anni ti darà torto, dicendoti “hai sbagliato mamma”, mentre magari cambierai parere quando sarà adolescente e sarà in perenne conflitto con te. Avrai modo di capire che punti di riferimento non ce ne saranno mai.
Ho vissuto la mia maternità in punta di piedi, giorno dopo giorno, lentamente, guardando i piccoli momenti quotidiani, quasi come se non volessi vedere evaporare quel percorso unico. Non ero proiettata al momento del parto, se non con l’approssimarsi della fine delle 40 settimane. Ero concentrata sui singoli istanti, quasi a volermi proteggere da qualsiasi evento. Caratterialmente sono sempre stata così, avanzo quasi cieca, non mi piace programmare, per la paura di compromettere tutto e di vedere svanire ogni progetto. Non sono donna da progetti (quelli vanno bene solo al lavoro), amo godermi il susseguirsi degli eventi. So che non fa bene mettersi di traverso. Combatto con fragile realismo. Diciamo che la frase della mia ginecologa, “sa benissimo che i primi tre mesi sono i più delicati e che tutto può succedere”, mi è rimasta appiccicata ben oltre il primo trimestre e ha trovato terreno fertile nel mio istinto e nel mio approccio con le cose. L’ineluttabilità degli eventi. Ho proseguito la mia vita normalmente, finché il mio corpo non mi ha dato i primi segnali di warning e sono stata costretta a rallentare. Il mio corpo stava facendo, mentre stranamente il mio pensiero ha avuto un periodo di rallentamento. Solitamente mentalmente iperattiva, le mie attività di pensiero si sono ridotte, sono stata assorbita dai colori e dagli schemi del punto croce, attività che stranamente mi tornava piacevole. Non ho mai riflettuto veramente sui pericoli a cui andava incontro il mio corpo. Come se la maternità non fosse pericolosa per la mia salute. Sicuramente ero incosciente. È stata la prima volta in cui il mio corpo si è fatto estraneo alle mie attenzioni e ho messo al primo posto quella che sarebbe diventata mia figlia. Questo non mi ha impedito di cercare di alleviare le conseguenze della gastrite che mi ha accompagnata negli ultimi 30 giorni. Ho iniziato il percorso di allontanamento da me stessa, dalla centralità del mio corpo. La gravidanza può rappresentare non solo la nascita di una nuova vita, ma una rinascita per chi quella vita ha generato. Nella gravidanza si sperimenta concretamente il dualismo conflittuale tra i due istinti di Freud, di vita e di morte. Solo la donna ha il privilegio e può sperimentarne biologicamente e non solo, i termini e le implicazioni di questi due istinti. Sono processi che avvengono automaticamente e nella maggior parte dei casi restano sommersi, all’interno di una gestione e una costruzione tutta patriarcale del divenire genitrici. Perché in qualche modo, la maternità per secoli è stata una delega del maschio alle femmine, come se il conflitto tra i due istinti dovesse essere risolto dalla donna, ma sempre in funzione della supremazia della vita. In qualche modo penso che sia come dice Daniela Pellegrini a pag. 59: “la mia ri-produzione avrebbe cancellato il mio corpo, il mio significato, una volta per tutte”. Io aggiungo che questo processo di cancellazione si riferiva al “prima”, alla Simona che ero stata prima di generare. Daniela ha cercato un riscatto della mente, del prodotto intellettuale su un corpo negato, ma nel mio caso, penso che il processo di trasformazione e di passaggio abbia segnato ogni pezzetto del mio essere originario. Ho sempre avuto la netta percezione di quali fossero i momenti di passaggio nella mia vita e di quanto fosse possibile suddividerla in fasi. Le fasi non sono quasi mai soggette a una nostra scelta, bensì sono il frutto di un cambiamento, di un bivio naturale, spesso involontario. La scelta sta solo nel nostro assecondare o metterci di traverso agli eventi, cercando di plasmarli a nostro piacimento. Ciò che desideriamo è un’aspettativa a priori su qualcosa di sconosciuto, che avverrà o meno. Il nostro progetto di vita è un affidamento su basi che solide non sono, ma fermarsi non si può. Bisogna spingere più in là lo sguardo e cercare di guardare cosa c’è nella fase successiva. Lo facevamo continuamente quando eravamo piccoli, le prime fasi della vita sono molto più frenetiche e più ricche di “passaggi”. Siamo stati tanto “coraggiosi” da bambini e poi rischiamo di irrigidirci con l’età. La mia maternità si può paragonare a un ennesimo salto con l’asta nella mia vita, questa volta in “doppio”, anzi in “triplo” includendo il papà. È stato come aprire un cammino parallelo al mio.
Ho più volte constatato che per molti ero preziosa nel mio essere portatrice di vita, diventando un po’ meno preziosa dopo la nascita di mia figlia. Come se si trattasse di un rispetto condizionato, subordinato e finalizzato. Questo si è palesato nel mio ambiente di lavoro, in cui all’improvviso ero diventata un problema delicato, difficile da “gestire”, quanto meno fino ai tre anni di mia figlia, a causa di una legislazione che per i datori di lavoro è come la peste. Ho iniziato a capire il concetto di involucro con rilevanza secondaria, quasi nulla, che alcuni antiabortisti prediligono. Per alcune persone valiamo solo in funzione della nostra capacità di procreare, ‘alienazione sacrificale del corpo di donna’. L’aborto segna la negazione di questa idea, perché la donna decide al posto di un diritto, potere, possesso maschile sul suo corpo e sul nascituro. Ho compreso attraverso le trasformazioni di corpo e mente quanto sia complessa questa fase del diventare madre. In prima battuta c’è da attraversare la fase che ci vede madri di noi stesse, tramite il processo di identificazione semplice con la madre, di madre in figlia (Kereny, pag 229 Una donna di troppo). Occorre rielaborare questa identificazione e in qualche modo superarla, diventando noi stesse, un unicum diverso e irripetibile. Successivamente, occorre essere disposte a una ulteriore trasformazione. Come se si dovesse passare attraverso la negazione di sé per creare. Il giudizio su me stessa ha subito uno slittamento. Se prima era su me stessa, ora diventava su di me in quanto madre. Forse il “prendersi cura”, l’essere madre è in primo luogo verso noi stesse, ma non sempre si sviluppa come un “tendere” verso l’esterno, con desiderio di procreare una vita. Il progetto, la propensione al diventare madri non sono scontati e appartengono unicamente alla nostra storia personale, irripetibile e da rispettare. Dobbiamo chiedere che ogni scelta sia libera e rispettata. Anche perché il desiderio di maternità è un sentiero emozionale confuso, dai contorni incerti in quanto si tratta di un’esperienza eccezionale, unica, soggettiva, con esiti molto imprevedibili. Tra il desiderio, il progetto e il diventare madre c’è un percorso pieno di punti interrogativi e di sfide. Ciò che vale per me non è detto che valga per un’altra donna, anzi quasi mai. Ad esempio, riflettevo su una cosa che mi ha detto mia madre. Sostiene che non essendo sufficientemente paziente, su quale scala poi si misuri la pazienza materna me lo deve spiegare, non sono adatta ad essere madre. Eppure lo sono e cerco di fare del mio meglio. Non esiste un “essere adatta a” qualcosa come l’esser madre, ognuna lo è a suo modo e basta. Liberiamoci del vademecum della maternità doc. Liberiamoci del modello di donna doc, scegliamo di vivere fuori dai marchi di qualità, scegliamo di essere solo ciò che vogliamo essere. Liberiamoci anche del carico di aspettative che possono piovere su di noi. Io e mio marito abbiamo fatto e faremo i salti mortali per far crescere nostra figlia e nessuno può venirci a criticare. Nessuno può ergersi a giudice, se non vive le situazioni in prima persona, quotidianamente. Essere paziente per mia madre è lasciar fare a mia figlia tutto, concederle ogni cosa, per evitare di rovinarle il carattere con i miei rimproveri. Salvo poi criticarmi perché non la so educare. Rovino mia figlia se cerco di farle capire i limiti, una mia ‘colpa’ tipica. Ecco che i punti di vista cambiano e si rivelano inefficaci.
Forse si è inceppato qualcosa nel mio meccanismo di passaggio da figlia a madre. Forse ciò di cui bisogna liberarsi è il giudizio sul proprio valore che proviene dalla propria famiglia di origine. Non c’è nulla da perdonare o da accettare, solo da superare. Sono tante le persone dispensatrici di consigli anche non richiesti, spesso parlano senza sapere nemmeno i contorni, ma emettono giudizi e sentenze. Sono da sorpassare. Io non rivedo me stessa in mia madre, siamo troppo diverse, come mentalità, carattere, opinioni, modelli, ogni cosa. Non riesco a intraprendere una riconciliazione simbolica entro il rapporto madre/figlia. Oggi sono una persona diversa per fortuna dal modello che i miei genitori avevano scelto per me. Il parto pone una cesura, una distanza e una separazione tra madre e figlio, difficile da immaginare, comprendere ed accettare, ma questi passi vanno compiuti. So che io non sono immune da quel naturale istinto protettivo-migliorativo a sostegno del figlio. Mi auguro che nonostante i mille errori inevitabili, io riesca a fare anche qualcosa di buono.

In questi giorni sto leggendo alcune interviste a Simone de Beauvoir (Quando tutte le donne del mondo.. – Giulio Einaudi editore, 2006). Le sue parole pronunciate negli anni 60-70 sono in buona parte adattabili alla situazione odierna, un ritratto della situazione femminile che potrebbe essere ripreso in modo identico, quasi senza eccezioni. Spietate ma vere le sue parole sulla donna che passa da uno stato di lavoratrice a uno di casalinga. Ma devo precisare che la crisi e la sofferenza di cui spesso soffre, dipende da un’oppressione esterna, che la vuole schiava di un ruolo non scelto. Non è il ruolo reale di moglie e madre che la opprime, bensì quegli sguardi dispiaciuti di chi dall’esterno la giudica come fallita e non realizzata. Ti portano a sentirti male e frustrata, perché non è concepibile altro. Forse si è generata una ulteriore frattura, il lavoro come unico modello di vita per la donna per affermarne l’esistenza e il valore. La scelta ancora una volta non è appannaggio delle donne. Ancora una volta la strada è prestabilita da qualcun altro. Ti devi subire le etichette, gli sguardi che deplorano la tua condizione. Vai in paranoia perché non sai più chi sei, se alla fine quella donna ricostruita a tavolino è o meno quella reale. Le paure di aver compiuto la scelta sbagliata hanno il sopravvento, perché ci tengono che tu avverta la colpa o l’errore. Ancora una volta siamo stritolate e l’emancipazione sembra passare solo attraverso esistenze funamboliche, subappaltate magari a qualche altra donna che faccia le tue veci di angelo del focolare. Si susseguono miti di donne tuttofare, in grado di sostenere ogni cosa da sole, ci raccontiamo tante frottole per soddisfare il modello che oggi è considerato vincente e irrinunciabile. Ci facciamo strizzare, comprimere per essere quelle donne perfette come ci chiedono gli altri, il sistema sociale ed economico. Ci dibattiamo su quale sia la scelta giusta, quando non esiste. È palese che la crocifissione in virtù di una scelta perfetta non va bene. Non esiste, una e una sola ricetta. Saranno tutte ugualmente fallimentari, finché non cambierà il sistema produttivo, i rapporti sociali e culturali. La mancata piena emancipazione femminile è fondata sul mantenimento di donne perennemente traballanti, qualunque sia la loro scelta. Ci vogliono così, perché disunite, fragili, piene di sensi di colpa, affannate, tremanti, angosciate, siamo più controllabili e ci possono tenere sotto dominio, palese o celato. Incelofanate e pronte al multiuso. Dobbiamo imparare a sbarazzarci di sistemi di vita preconfezionati e marchiati come vincenti e socialmente approvati. Costruiamone di nostri, autentici. Sicuramente sbaglieremo, ma almeno saremo in grado di esserne consapevoli.
È un po’ lo stesso discorso che compie Simone de Beauvoir nella sua prefazione a Un caso di aborto, del 1973 ( qui ). Dobbiamo riuscire a interrompere i meccanismi che rendono la donna asservita alla maternità, rendendola un evento scevro da elementi negativi, lontano dai progetti di oppressione a cui la donna è sottoposta fin dalla nascita. La maternità, frutto di una libera scelta, non dev’essere più il mezzo per sottomettere la donna, ma un processo da scegliere e da costruire consapevolmente. Dobbiamo liberare la maternità e le donne da un carico di pregiudizi e di costrizioni o gabbie psicologiche, perpetrate nei secoli. Siamo donne ed è questo l’unico legittimo punto di partenza, da vivere poi ognuna a proprio modo, secondo i propri desideri e inclinazioni.
Cito ancora Daniela Pellegrini: “non è nel definirsi madri o figlie, ma nel nominare il desiderio di sé, la libertà di essere donne” (pag 123, Una donna di troppo).
Dobbiamo partire dalla conoscenza, dalla consapevolezza, dalla coscienza del nostro io e lottare affinché non venga schiacciato, ma sia sempre rispettato e libero di esprimere il suo potenziale. La testimonianza della de Beauvoir è un valido strumento per capire cosa accadrebbe se tornassimo a rendere illegale abortire. Questo è uno dei tanti segnali che ci devono far preoccupare e dire con forza #maipiùclandestine.
Simone parlava in un contesto diverso da quello attuale. Lei auspicava una rivoluzione socialista (che la de Beauvoir poi comprese meglio, capendo che la lotta di classe non necessariamente avrebbe portato un miglioramento per la condizione della donna, lotta di classe non necessariamente risanante della lotta tra i sessi), un superamento del sistema produttivo capitalista, un cambiamento culturale, che portasse a smontare le strutture familiari, coniugali ecc. L’emancipazione passava per un netto rifiuto del matrimonio (era un elemento centrale anche del Manifesto di rivolta femminile di Carla Lonzi del 1970, qui), della famiglia e della maternità, con la creazione di strutture nuove (collettive/izzate, in stile platonico?) che sostituissero la donna nei suoi ruoli di cura. L’emancipazione passava attraverso l’indipendenza economica e il lavoro, che in un contesto di piena occupazione sarebbe stato più facilmente accessibile anche per le donne. Le parole di Simone, appaiono fragili sotto il peso dei decenni trascorsi. In questo caso vacillano, perché non ha potuto assistere a tutte le distorsioni che sono accadute nel frattempo. Il lavoro non ha prodotto una liberazione reale per la donna, che avendone accettato meccanismi e regole create dagli uomini, ha visto nascere nuove forme di schiavitù e nuove fatiche, a cui non sono stati posti rimedi, eccetto il solito faidate. Il mancato sviluppo di modelli e soluzioni autonome, non ha consentito alle donne di intraprendere percorsi migliorativi. Siamo diventate delle lavoratrici, con diritti inferiori, difficoltà maggiori, impelagate nel nostro affanno quotidiano per conciliare famiglia e lavoro. Ibridi sempre vincolate a soluzioni estreme. Non è cambiato molto e tuttora la discriminazione è pane quotidiano per tante, troppe donne. Non ci siamo nemmeno svincolate dalle forme più sgradevoli per far carriera, bruciando le tappe e senza possedere né talento, né preparazione adeguata. Assistiamo a stuoli di donne che per affermarsi scelgono di essere le compagne di uomini di potere, di successo, mercificando se stesse per raggiungere velocemente posizioni altrimenti precluse. Siamo ancora una volta subordinate a un uomo, oggetti e soggetti di un consumo ignobile. Se questi sono i meccanismi che hanno ancora spazio per poter emergere mi dispiace, ma siamo molto lontani da quella rivoluzione culturale e reale che doveva scardinare patriarcato, consuetudini che prevedono sempre il Pigmalione di turno per garantire un ruolo che altrimenti la donna non avrebbe. Mi dispiace, ma se accettiamo di essere mogli, compagne, figlie di un Tizio solo per avere la strada spianata ci condanniamo da sole alla fossa dell’inutilità. Non può valere il motto che il fine giustifica i mezzi, non per noi, che dobbiamo aspirare ad affrancarci da certi meccanismi che vanificano ogni tentativo di affermare il vero valore della donna. Dobbiamo scardinare queste pratiche e avere il coraggio di investire solo su noi stesse. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie che quel tipo di donna in carriera non è un modello positivo, da seguire, ma che la strada deve essere autonoma, frutto di un faticoso e operoso lavoro di costruzione del nostro edificio intellettuale e di saper fare. E se le nostre madri hanno ancora promosso la scelta del partner giusto, solo in funzione del suo denaro o del suo status, dobbiamo avere il coraggio di gettare alle ortiche questi cattivi consigli. Il coraggio sta nell’interrompere queste catene e scegliere senza queste pseudo strutture di idee marce. Finché ci appoggeremo a un uomo per la legittimazione del nostro valore e misura del nostro essere, saremo sempre le sconfitte e le perdenti di un gioco che noi stesse avremo alimentato. Altrimenti avranno ragione i Berlusconi e gente simile.
Vi consiglio questi passaggi di Daniela Pellegrini ( qui ). Condivido il suo sconcerto nelle modalità che molte donne hanno scelto per il loro stare nel mondo, quando si permette uno sfruttamento e inglobamento di ogni voce di donna. Il desiderio di visibilità, di potere, di vincere, di affermarsi ci asservisce agli orizzonti creati dagli uomini, barattiamo la nostra autonomia nel nome di un esserci effimero, che non ha alcun spessore o anelito ampio. Resta un percorso individuale, spesso fine a se stesso. Ecco che i nostri orizzonti di donne si rimpiccioliscono e si avviliscono. “è facile riconoscere che ognuna di noi è attraversata, costruita e sedotta dall’Unico mondo Parlante e Funzionante, quello dell’uomo, ma esso è Unico perché ha neutralizzato perfino la nostra capacità di prospettare altro, perfino in presenza reale nel mondo di altre culture, altri valori, altre strutture materiali e psichiche. Forse perché la potenza dell’Uno, quello occidentale in primis, sta stravolgendo anche quelle”. Cosa ci induce a metterci in relazione con questo mondo, nel tentativo di modificarlo? La scelta dello stare nel mondo, nel mondo creato dagli uomini, sottintende l’esistenza delle differenze di genere e in questo prevede una struttura dialettica duale, uomo-donna, che sarebbe da superare, in quanto è stata la causa principale della nostra subalternità storica al maschio. Due non è abbastanza, citando Daniela. Da qui nasce l’esigenza di una terza posizione, “un relativo plurale di ogni differenza, e perciò di ogni parzialità di soggetti e di soggettività”. Quello che Daniela chiama libertà: “lo spostamento dei rapporti binari dal fuori di sé al dentro di noi, tra noi, segnerà la nascita di un altro luogo, quello del relativo plurale, complesso, mobile, relativizzante che darà conto della nostra differenza e di tutte le parzialità del mondo”. Un mondo alternativo rispetto a quello che conosciamo, in cui ci saranno tutti e potremo esserci noi donne e sarà giocato sulla reciprocità, i rapporti non si baseranno più su relazioni di dipendenza. Spero di non avere distorto il pensiero di Daniela e di averne dato una lettura corretta. Si tratta di un processo complesso che a mio avviso potrebbe aiutare a superare molti conflitti e impasse.
Tornando alla de Beauvoir, non condivido il passaggio, secondo cui la maternità sarebbe un impedimento per le donne. Non è perdendo i pezzi che possiamo pensare di ottenere un miglioramento reale e automatico. I passi in avanti devono esserci e devono consentire alle donne di scegliere se e quando sposarsi, creare una famiglia, avere dei figli e tutte le altre scelte che si possono fare nella vita. Sarebbe troppo semplice annientare questa o quella pratica, per dire di aver risolto il problema. Non tutte vogliamo necessariamente la stessa vita, con le stesse tappe o con le stesse caratteristiche. In Simone manca la capacità di guardare oltre la propria lente, di percepire come possibili altre scelte. Così come non comprendo la sua visione elitaria e per categorie del movimento delle donne, come se ci fossero gruppi o soggetti più o meno degni di portare buone energie alla causa delle donne. Come se essere madre e moglie automaticamente non consentisse di apportare vantaggi per le donne, non consentisse di essere una sincera e capace attivista. Nessuna donna può essere lasciata fuori dalla causa femminista, considerata come persa. Nessuna generazione deve essere considerata perduta (pag 106, Quando tutte le donne del mondo..) questo continuo guardare alle generazioni future come le uniche degne depositarie di un successo ci porta a perdere importanti occasioni. Come se la coscienza e la propensione al cambiamento non potessero germogliare e crescere rigogliose in tutte le donne, solo perché Simone le vede schiave di un matrimonio e dei figli. Simone cerca di mettere una toppa con le sue scuse e il suo ripensamento, ma il suo errore di fondo resta in tutta la sua alterigia, miopia e superficialità ( qui ). Per fortuna, nessuno oggi si sognerebbe più di scrivere certe cose con una tale leggerezza. Il movimento delle donne ha perso pezzi e occasioni importanti forse proprio a causa di questi allontanamenti. La causa è di tutte le donne o di nessuna, il cambiamento a cui dobbiamo anelare deve essere per tutte e tutte devono essere libere di partecipare e di concorrervi. Ognuna con le sue forze, risorse, idee, progetti, contesti familiari e sociali diversi: in ognuna di noi può scattare la scintilla che sarà importante per il cambiamento comune. La visione elitaria di una Simone, chiusa nella sua torre d’avorio, gelosa del suo progetto intellettuale, non contempla le donne reali, quelle molteplici sfaccettature dell’essere donna. Per lei il quotidiano non è faticoso perché ha tagliato ciò che le avrebbe impedito di compiere il suo percorso, e lo ha potuto fare grazie alle ampie possibilità economiche e di status sociale di cui godeva. Se fosse stata impegnata e affannata nelle faccende del quotidiano non si sarebbe mai permessa di criticare le scelte altrui. Nessuna deve farlo con nessuna. Simone ha inciampato nel suo essere di fatto una privilegiata, incapace di contemplare le molteplici forme che può assumere il variegato universo femminile. Dai suoi discorsi traspare un certo biasimo per tutte quelle donne che, troppo deboli ai suoi occhi, hanno ceduto e non si sono sapute affermare ed emancipare. stesso discorso per tutte coloro che non lavorano fuori casa. Salvo poi quantificare e chiedere un riconoscimento per tutte le ore di lavoro compiuto dalle donne tra lavori domestici e di cura. La de Beauvoir oscilla e non riesce a trovare la quadra, poiché ella stessa avverte la debolezza e l’inconsistenza delle sue tesi. Nonostante dichiari che la scrittura del Secondo sesso abbia modificato la sua percezione della questione femminile, a mio parere resta una convinta e inguaribile collaborazionista della classe privilegiata degli uomini, come si autodefiniva lei stessa descrivendo gli inizi della sua carriera ed esistenza ( qui ). Resta sempre incredula di fronte alle concrete difficoltà della stragrande maggioranza delle donne. Purtroppo sembra sempre ragionare da un piedistallo. Le battaglie con la puzza sotto il naso non mi sono mai piaciute e alla fine nonostante tutto, Simone de Beauvoir difetta in questo. La nostra gabbia non sono necessariamente i meccanismi coniugali o i figli, ma sovrastrutture più elevate, complesse, anche e soprattutto culturali, istituzionali, produttive. Sento di poter condividere con Simone la questione della trasformazione delle strutture economiche ( qui). Ma non penso che la liberazione della donna passi unicamente attraverso il lavoro, il denaro e il potere. Questo rappresenta l’adesione a un sistema di valori maschili, come se fossero gli unici valori possibili, esistenti e praticabili. Lo abbiamo visto con i nostri occhi che questi miti e valori maschili ci hanno portato fuori strada, illudendoci di poter esistere attraverso meccanismi che ci erano estranei (vedi qui pag 197, di Daniela Pellegrini). La liberazione dev’essere culturale, mentale, ideologica, prima di tutto. Possibilmente di pari passo con una maturazione maschile. Altrimenti i cambiamenti pratici non saranno duraturi e diffusi. Ci dev’essere una rinascita che metta in discussione e sappia rifondare i pilastri sociali e culturali dei rapporti tra i sessi. Ma lo dobbiamo volere e dobbiamo crederci e lottare fino in fondo. Concordo con quella che Daniela Pellegrini chiama rivoluzione ontologica, che può partire dalla nostra differenza, cercando però di superare dicotomie, contrapposizioni fondate sulle differenze di genere. Non dobbiamo perseguire il primato di nessuno dei due sessi. Dobbiamo ridimensionare ma non eliminare la differenza di genere. “La nostra differenza deve emergere con estrema forza e autorevolezza. Da essa può riemergere la complessità del tutto e la parzialità di ogni differenza. In essa ognuna troverà accoglimento etico nella reciprocità e rispetto. E non solo tra donna e uomo, ma tra donna e donna, tra uomo e uomo, materia spirito, singolarità e trascendenza” (pag 134-137, qui, Daniela Pellegrini). Questo è il nuovo spazio ontologico a cui dobbiamo lavorare, quello delle donne.

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5 responses to “Uno spazio ontologico nuovo, tutto per noi

  1. IDA ha detto:

    Sulle diverse vite parallele è da tempo che ci stavo pensando anche io, prima della gravidanza ero una persona, con i figli piccoli un’altra, con i figli adolescenti un’altra ancora e adesso che sono adulti sono una persona ancora differente che ho difficoltà a riconoscermi nelle vite precedenti. Io non aspiravo ad essere madre, come non aspiravo a vivere con un uomo, ma il fato, destino, storia ha voluto questo.. e non ho nessun tipo di rimpianti, nemmeno quello con il mio ex compagno.. se passo una giornata senza pensare ai miei figli nemmeno un attimo, mi sento in colpa, se li telefono mi sento in colpa, se non li telefono mi sento in colpa, ho capito che fare la madre vuol dire sentirsi sempre in colpa.. il primo senso di colpa, quando è nato, nel vederlo viola e con la testa a pera, ho pensato- oddio com’è brutto- il secondo il giorno dopo che non avevo il latte.. la prima volta che mi hanno chiamata signora, avevo 29 anni ed ero incinta, la mia gravidanza ha stupito tanti, me per prima.. non ricordo qual’erano i miei pensieri, ma ricordo che mi vergognavo di esibire quella pancia, nella seconda gravidanza no.

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  2. […] capitalistico. Il capitalismo è vivo e vegeto, le discriminazioni delle donne pure. Ne parlavo qui, commentando le tesi di Simone de […]

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  3. […] verrà assimilato nella categoria “lavoratori”. Sul fallimento (ne avevo già parlato qui a proposito di alcune argomentazioni di Simone de Beauvoir) della strategia femminista che […]

    Mi piace

  4. […] Il femminismo sta riemergendo, (con tutti i pericoli dell’essere diventato “di moda”, fashion, come era emerso in questo recente post) ma ha i connotati che descrive Donatella. Sta tornando in quanto strumento di una restaurazione silenziosa di modelli e strutture di ragionamento e di pratiche che pensavamo ingenuamente di aver superato. Il nostro stare nel mondo ha assunto le caratteristiche dello stare nel mondo degli uomini, e alcune di noi hanno ceduto ad esso, perché implica una semplice accettazione di qualcosa di già pronto all’uso, per poter avere spazio. Anche alcune femministe storiche, come dice Donatella, si sono voltate “dall’altra parte” facendo “non so quanto inconsapevolmente, il gioco delle liberal e dei loro alleati maschi”. Si è dismessa la via autonoma, di trovare modalità tutte nostre, che cambiassero veramente l’assetto delle relazioni e dell’agire nel mondo.. E si è tornate in un privato privatissimo. Questo per tutte le generazioni. Lo è ancor di più per le ultime precarissime e affannate. Chiaramente il risultato di un “sapere” e di un “sentire” femminista (purché non sia neoliberal) potrebbe fare tanto bene in molti ambiti, dalla lotta alla violenza maschile contro le donne, alle soluzioni in ambito lavorativo, dalle politiche per contrastare la disoccupazione o per favorire la conciliazione, alle battaglie per ottenere nuovi e/o migliori servizi. Ma dobbiamo anche contemplare l’idea che c’è di mezzo il denaro, i finanziamenti, i bandi che rendono “appetitose” la gestione di queste attività destinate alle donne. C’è di mezzo il potere e la sua gestione o co-gestione. Tutto diventa acquistabile, perché siamo immerse in una società dominata da un sistema di scambio economico che crea disparità. Il sistema si regge solo se ci sono persone “sacrificabili”, situazioni che contemplino l’eccezione di diritti, se non c’è eguaglianza, resta solo l’illusione di pari diritti, diritti come ologrammi. Ultima annotazione: siamo abituate a vedercela per conto nostro. L’isolamento porta a non riuscire a difendere i diritti, le conquiste, si attua una fragilità anche di chi nel femminismo investe notevoli energie e speranze. Dopo tutte queste brutte esperienze di “tradimenti” e fraintendimenti, sottrazioni, strumentalizzazioni, abbiamo sempre più paura di fidarci dell’altra, della compagna di lotte. Quanto meno dovremmo riuscire a trovare una formula per fare rete con coloro che sentiamo vicine. Per non fare il gioco di chi ci vuole frammentate, come ho più volte sostenuto. Con il rischio di diventare “cose”, oggetti, suppellettili da spostare all’occorrenza e da usare in ogni senso. Con il rischio di sentirsi anche contente di questo status. Dobbiamo forse tornare a lavorare a uno spazio ontologico nuovo tutto nostro, di cui parlavo qui. […]

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