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Le donne e le classi

su 3 luglio 2014

 

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Magritte, Les Graces Naturelles, (c.1948)

Partendo dalla distribuzione in classi degli individui, sulla base dei dati EU SILC (2012), rileviamo grosso modo tre formazioni sociali legate alla distribuzione funzionale del reddito: la classe dei lavoratori, il cui reddito è esclusivamente da lavoro; la classe dei capitalisti il cui reddito è esclusivamente da capitale e rendita; la classe media, costituita da chi percepisce sia redditi da capitale che da lavoro e reddito misto da lavoro autonomo.
La redistribuzione del reddito avviene attraverso l’interazione osmotica tra tre elementi: Stato, mercato e famiglia.
Ma come si pone la donna in questi meccanismi economici e sociali?
Come evidenzia e argomenta bene questo articolo apparso su InGenere, le donne italiane, rispetto alla media europea, sembrano più polarizzate tra i “capitalisti” e la classe media; sotto la media europea è invece la loro presenza tra i “lavoratori”. Come se ci fosse un buco che inghiotte le donne di questa fascia. Questa voragine la conosciamo molto bene.
La ricerca ci porta poi a ragionare sui sussidi statali e sui trasferimenti inter-familiari di reddito.
La quota di donne che dipende da trasferimenti inter-familiari e dal welfare è maggiore rispetto a quella degli uomini, sia in Italia sia in Europa. Ma il divario si accentua se guardiamo i nuclei familiari composti da un solo adulto: risulta che sono per lo più di genere femminile i casi di dipendenza da trasferimenti inter-familiari e da welfare.
Ci si è interrogati se il femminismo fosse in grado di creare un ponte tra le istanze di donne di classi sociali diverse, nel corso di un dibattito online The Curve, where feminists talk economics. Premetto che il contesto di riferimento è statunitense, quindi poco confrontabile con il nostro europeo e italiano, si pone l’accento sul fatto che le femministe generalmente non parlano abbastanza di questioni economiche, ma si concentrano su:

“discussions about so-called culture problems like abortion access and domestic violence lack the economic context necessary to appreciate their true causes and repercussions. When topics such as the pay gap or workplace discrimination come up, coverage is often superficial and focused on the experiences of a tiny elite. Meanwhile, the economic pressures on women are mounting: as inequality soars, women make up a growing proportion of the long-term unemployed, low-income women lead a growing majority of single-mother households, middle-income women struggle with few social supports, and even the progress being made by high-income women into the executive suites remains glacially slow.”.

Insomma, secondo l’articolo, dovremmo imparare a leggere i problemi, i gap, le discriminazioni, i ritardi e le difficoltà attraverso una lente di stampo “economico”. Quindi anziché parlare di fattori culturali dovremmo concentrarci di più sul contesto economico. Io preferirei più una riflessione sul modello economico, che però non può e non deve essere l’unico filtro per leggere i fenomeni. Perché i ritardi e i problemi culturali ci sono e sono innegabili.
Lasciando perdere lo pseudo femminismo della Sandberg, che invita a spinte individualistiche di affermazione personale, Kathleen Geier si chiede:

“Different classes of women—low-income women who make up over half of minimum wage earners, middle-income women whose wages have stagnated for a decade and elite women seeking to shatter glass ceilings—have needs and problems that look very different from one another. Is there a way for feminism to bridge the class divide and advance an economic agenda that will serve the interests of all women?”

Esiste un femminismo cross-class in grado di trasformare l’economia a vantaggio di tutte le donne?
E si suggerisce che:

 “The barriers to women’s progress are not personal, they are structural, and they are embedded in the workings of American capitalism”.

Quindi si tratta di questioni di gap socio-economico, indotto da un sistema produttivo che genera da sé ineguaglianze e distanze.
Personalmente, se differenti e innegabili sono i presupposti, gli strumenti, le risorse e gli obiettivi di ciascuna classe di donne, penso sia difficile definire delle soluzioni uniche e valevoli per tutte. Perché le misure che possono alleviare le fatiche di una donna precaria, con un salario basso non saranno adeguate o rispondenti agli obiettivi o alle istanze di una donna della classe media o capitalista. E viceversa. I pesi delle variabili in gioco sono innegabilmente diversi. Perciò se di misure correttive dobbiamo parlare, penso sia necessario lavorare innanzitutto sulla rimozione di quelle barriere di classe, che non hanno necessariamente caratteristiche e appartenenze di genere.
Poi possiamo anche mettere in piedi un mix di sistemi di welfare, che creino sinergie utili tra interventi aziendali e privati con forme pubbliche di sostegno alla conciliazione. Basta non smarrire per strada i compiti di riequilibrio e di sostegno universali che solo un intervento pubblico può e deve assicurare. Altrimenti continueremo ad avere garantiti vs non garantiti, in una lotta tra poveri inascoltati.
Interessante la proposta di legge che vorrebbe introdurre il voucher universale per i servizi alla persona e alla famiglia.

Alla fine, dobbiamo registrare che le cose sono cambiate in meglio unicamente per le donne di alcuni ambienti, per lo più già abbastanza privilegiati. Da questi vantaggi e progressi la maggior parte delle donne è stata esclusa. Non è detto che avere un numero maggiore di donne ai vertici della politica o delle aziende possa contribuire a distribuire miglioramenti a tutte le altre. Se si è trattato ancora una volta di privilegi, forse le istanze di tutte, collettive, diffuse sono state annegate a vantaggio di una minima parte.

E non avremo fatto grandi passi in avanti, ma staremo sempre a osservare i tassi di occupazione femminile, le difficoltà di conciliazione, i tagli ai servizi di sostegno per le donne ecc. Come evidenzia questa intervista a Chiara Saraceno.

Dal governo del nostro Paese ci aspettiamo risposte concrete e non operazioni di pinkwashing.
E non sono sufficienti queste chiavi di lettura, per farci sentire meglio e per farci respirare aria di un cambiamento reale in atto.

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