Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Non è solo genetica

su 17 giugno 2014
Sandria Savory

Sandria Savory

Questo post nasce dalla lettura di questo articolo sul libro The confidence code di Claire Shipman e Katty Kay. Non dipende solo dalla genetica se una persona ha più o meno fiducia in se stessa. Ci sono i fattori familiari e ambientali che incidono, e lo fanno spesso in termini decisivi. Il successo e la carriera che sembrano incentivate da un’alta percezione di sé, da una fiducia in sé elevata, da quella che viene chiamata honest overconfidence, non possono essere fondate principalmente solo sulla predisposizione naturale, biologica, altrimenti i fattori socio-economici non avrebbero un peso così forte nelle possibilità che ciascuno di noi ha nella vita. Ricordiamoci che il mondo in cui viviamo non ci consente di partire tutti dal medesimo gradino.
La fiducia in sé parte da piccoli, da quando in famiglia ti mettono o meno il marchio di inadeguat*, scars*, continuano a fare continui paragoni con gli altr*, ti fanno capire che sarai sempre incapace e mediocre. Il bello è che di solito continuano a ripetertelo anche quando diventi adult*. A volte sarebbe preferibile essere ignorati che essere al centro di questi amorevoli e incoraggianti giudizi.
Di solito i genitori tendono a proteggere i propri figli, li sostengono e sono fieri di loro. Solitamente. A volte ci sono genitori che ripetono solo e soltanto che i figli sono delle nullità, che non hanno mai combinato niente di buono nella vita e che hanno fatto solo scelte sbagliate. Solo perché diventano adulti e scelgono da soli la propria strada.
Poi ci sono gli insegnanti, che a volte partoriscono frasi come: “ la ragazza è intelligente, studia, ma non sa vendere bene la propria merce”.
La mia autostima, evidentemente geneticamente bassa, è stata affondata per anni sotto questo genere di colpi. Poi a un certo punto ho iniziato a prendere a pugni queste etichette e a rinviarle al mittente. Ma evidentemente non è stato sufficiente. Sono tuttora appiccicate al mio corpo psichico. Questi marchi di solito in sede di colloquio non mi hanno mai dato fastidio. Certo, non ambivo a una carriera direttiva, perché avevo altre ambizioni e progetti nella vita, ma la mia insicurezza non mi ha mai impedito di trovare lavoro. Le cose sono mutate drasticamente con il cambiamento del mio stato di famiglia, da quando sono diventata moglie e madre. Questi e non altri sono stati i fattori discriminanti. Devo ringraziare coloro che candidamente hanno ammesso di adoperare certi metodi di valutazione: quanto meno sono stati sinceri.

Perciò, prima di fare considerazioni che pongono l’accento sul genere e su caratteristiche “vincenti”, sostenute da fini ricercatori e da indagini mediche, guardiamo il contesto e parliamo bene di tutti i fattori. Il cambiamento culturale e sociale è indispensabile. Fino a che in sede di colloquio saranno adoperati due pesi e due misure, non ci sarà selfconfidence che tenga. In sede di colloquio, così come si avverte l’insicurezza del/la candidato/a, così emerge lo sguardo compassionevole di chi esamina e sa già che ti dovrà scartare per questioni che esulano dalle tue competenze o capacità. Non è vero che noi donne non chiediamo stipendi e contratti adeguati: semplicemente il più delle volte, le nostre richieste non vengono accolte. Dobbiamo mutare in primis queste regole che storpiano e impediscono una competizione ad armi pari.
Inoltre la capacità di successo lavorativo subisce l’influenza dei meccanismi del mondo del lavoro in cui siamo immersi. In Italia, in cui i rapporti familiari, i cosiddetti “agganci”, hanno un ruolo decisivo e preponderante nella ricerca di un lavoro e negli sviluppi di carriera, la strada è resa ancora più ripida e irta di ostacoli.
Fino a che inseguiremo il modello di successo e di lavoro maschile non avremo fatto passi in avanti. C’è tutto un universo parallelo di vita privata da salvaguardare, sia che si desideri una famiglia o meno. Io non voglio replicare le scelte di un uomo, ma essere in grado di scegliere, come donna. Creiamo la nostra strada e cerchiamo di contemplare altri modelli di vita possibili, possibilmente non preconfezionati da uomini per donne.
Non è mica detto che tutte le donne aspirino al medesimo e unico modello di vita. Può anche darsi che io non mi faccia avanti per motivi del tutto personali e che vanno comunque rispettati. Spesso i modelli che questi libri propongono, sono semplicemente finalizzati a confezionare il lavoratore o la lavoratrice “ideali” per il mondo produttivo capitalistico.
Per cui, questi pseudo consigli mi sembrano della stessa risma di quelli della Sandberg (COO Facebook). Roba da donne di successo, ricche e di potere, che vogliono “educare” le altre e affermare: “ti insegno io come essere brava”.

“Estes’s work illustrates a key point: the natural result of low confidence is inaction. When women don’t act, when we hesitate because we aren’t sure, we hold ourselves back. But when we do act, even if it’s because we’re forced to, we perform just as well as men do”.

In pratica, per aumentare la fiducia in se stesse, le donne devono pensare meno e agire di più.
I neuroscienziati parlano di plasticità. Altri la chiamano flessibilità. Noi la chiamiamo viaggio alla ricerca di un equilibrio all’interno della precarietà. Per fortuna che siamo dotate di grande fantasia.
Ancora una volta sembra che le questioni di gender gap siano “colpa” delle donne.
Ripeto ancora una volta, che “mollare” non è necessariamente un male, una debolezza, un difetto, ma può essere sintomo di una scelta consapevole, in un contesto che semplice non è.
Non vogliamo tutt* le medesime vite, preconfezionate.

Aggiornamento del 20.06.2014

Ho letto di un sondaggio per scoprire se, diventando madri, si sono acquisite capacità preziose da sfruttare nel lavoro. Posso fieramente constatare e rispondere che il fatto di essere diventata madre è stata considerata come una iattura dal mondo del lavoro. Io ero pronta a conciliare, loro no.


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