Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Giocattoli di genere

Gangs of Paris - France, 1950

Gangs of Paris – France, 1950

A quanto pare sembra diventato una moda interrogarsi sui giocattoli di genere. Ho già scritto altre volte sul tema, oggi ci torno su dopo aver letto questo studio.

Quando ero piccola, all’asilo, vigeva una separazione netta tra giochi per femminucce e per maschietti. Ricordo che adoravo i pupazzetti degli indiani e dei cowboys, ma non mi era permesso giocarci. Potevo solo colorare, disegnare e giocare con roba da femmine. Mi annoiavo a morte, anche perché sono sempre stata negata per il disegno ornato. Al di là del fatto che questo accadeva 30 anni orsono, nella mia vita quotidiana, extrascolastica, nessuno mi ha mai impedito di giocare con qualche giocattolo. Di solito la scelta era libera e tuttora, con mia figlia, cerco di assecondare il suo istinto, più che il mio. Per cui l’esperienza di Riley di cui parla l’articolo, in realtà è un non problema, in quanto basta cambiare corridoio e si possono scegliere tutti i giocattoli che si desidera. Il problema è più in noi adulti, gli stereotipi sono in noi. Nonostante mia figlia non abbia martellamenti sul rosa e affini, quando si tratta di scegliere un vestito o un paio di scarpe, si butta decisamente su articoli con fiorellini e simili. Questo cosa significa: che ognuno è fatto a suo modo e bisogna soltanto non pressare questi gusti, ma assecondarli. I gusti poi cambiano molto velocemente e facilmente. Non esiste una soluzione pratica alla ghettizzazione delle bambine nell’utilizzo di giochi “femminili”: l’alternativa, sarebbe bandire il rosa o i colori pastello o i giochi di cura e di bellezza, con un’ulteriore rischio di proibizione. Quindi un gioco di genere non mi sembra così decisivo nella maturazione e nella crescita, non penso che sia un problema vedere una bambina che gioca a cucinare. Sarebbe una violenza impedirle di farlo o nasconderle alcuni tipi di giocattoli solo perché considerati fuorvianti. Questo vale anche per i maschi.

Lasciamo i bambini giocare con quello che desiderano, senza la nostra perenne preoccupazione che questo possa ledere la loro crescita e il loro successo da adulti, perché secondo me gli adulti vanno nel panico solo perché hanno paura che i figli non siano adeguatamente equipaggiati per avere successo.
Spesso questi studi partono con dei risultati già prefissati e nel corso del loro processo dimostrativo, fanno di tutto per giungere a quel risultato predeterminato, scartando tutte le ipotesi e le prove che confutano la loro idea iniziale. Facendo così si manipola la realtà e si cerca di convincere che il mondo segua leggi che non hanno fondamento. Opinione personale.

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Riflessione personale, a posteriori

Paola Bacchiddu è la dimostrazione e la testimonianza di come non contino più i contenuti, nemmeno in politica. Cerco di spiegarmi meglio e non linciatemi a priori. Lei ha cercato di far arrivare i veri contenuti per settimane, ma alla gente questo non interessa o interessa molto poco. Per cui a un certo punto ha scelto di adoperare un post provocatorio e ironico su Facebook per avere una visibilità che non sarebbe riuscita ad avere in altro modo, vista la scarsa informazione da parte dei media sulla Lista Tsipras. Dal mio punto di vista in linea teorica le posso dar ragione, però, in questo modo ha ceduto alle regole di un certo modo di far politica e i contenuti lo stesso non emergeranno. Io non sono moralista, ma la Bacchiddu non so se ha fatto un buon servizio alla campagna della Lista Tsipras. Se ne parla, ma ancora una volta il bel programma della Lista non viene alla ribalta. Eppure su diritti, autodeterminazione e questioni di genere la Lista Tsipras ha idee eccezionali e chiare, che mi sono piaciute molto. Ma ne possiamo parlare o dobbiamo per forza ricorrere all’immagine, all’azione eclatante? Interessano a qualcuno veramente? La Bacchiddu ha il merito di aver messo a nudo questo aspetto. Non giriamoci attorno, siamo noi, con la nostra superficialità a non porre attenzione alle cose realmente importanti che dovremmo chiedere in campagna elettorale ai candidati e al nostro partito di riferimento.

Vi consiglio questo articolo di Lorella Zanardo, che espone il suo punto di vista sulla questione.

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Questione di volontà

tulips

Questo articolo riassume molto bene tutta la storia della #Legge40 sulla PMA.

Nel corso della lunga analisi mi è apparso molto chiaro che questa normativa ha deliberatamente creato un tappo, incostituzionale, ma che ha necessitato un intervento demolitorio a suon di sentenze, prima di essere reso inefficace. Nel frattempo sono trascorsi 10 anni. Se ci pensate è un tempo enorme, disumano, perché a pagare sono state le coppie, le donne, le persone, noi. Inoltre, le battaglie legali non sono a costo zero e ancora una volta una legge dello stato viola il diritto all’uguaglianza in modo plateale. Viola il diritto a vedersi garantita una normale prassi che tuteli la salute. Per questioni ideologiche e confessionali tutto questo è stato negato e congelato per 10 anni. L’Italia da stato laico solo in teoria, si è trovata a fronteggiare questa ondata mai sopita di una politica che ha consapevolmente preso le parti, ma non delle persone. Siamo un paese in cui ci si deve arrangiare sempre. La Legge 40 non ha colpito tutti, ma solo coloro che non potevano permettersi di andare all’estero e chi non poteva permettersi una causa in tribunale. 10 anni sono tanti per chi desidera un figlio. 10 anni sono un macigno troppo grosso da rimuovere. Le nostre coscienze devono risvegliarsi e organizzarsi per evitare il ripetersi di un nuovo disastro legislativo in materia. Dobbiamo mobilitarci e difendere i diritti di tutti, chiedere l’applicazione di leggi che tutelino le persone e che sia garantita la piena realizzazione di quanto prescritto da leggi come la #Legge194. Abbiamo visto che quando c’è una volontà politica forte, le leggi nascono e vengono approvate velocemente. Nel caso della Legge 40 è stato plateale, purtroppo. Bene, ora cerchiamo di procedere con la stessa celerità a fare una norma seria e utile per aiutare le persone. Una norma non deve aprire un calvario, ma aiutare le persone e garantire che i diritti fondamentali non vengano schiacciati.

“Sappiamo bene che non basta una sentenza – per quanto, una volta tanto, positiva – a garantire le donne, ma servono percorsi di autorganizzazione e di lotta capaci di rivendicare diritti e di mostrare i reali bisogni di chi li attraversa”.

Mobilitiamoci e vigiliamo, perché i diritti sono fragili, hanno bisogno di essere difesi e una volta persi ci vuole molto tempo prima di sanare la situazione.

Per la cronaca, esiste una proposta di legge (qui un articolo di Chiara Lalli, che ne spiega bene i termini e le contraddizioni) presentata da Gian Luigi Gigli e Paola Binetti sulla PMA. Si chiama “Norme sulla attuazione del principio del contraddittorio nei procedimenti civili in materia di PMA”, prevede la figura di un curatore speciale, il curatore dei nascituri. Insomma, tra poco avremo un tutore anche del nostro desiderio o della nostra idea di diventare genitori. Una sorta di “lega di protezione” a priori.

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Work life balance

A trip to the beach, 1920

A trip to the beach, 1920

Ritorno sul tema ancora una volta, spinta da questo articolo di Tiziana Canal. Che la work life balance non sia una questione di genere potrebbe avere un senso se in Italia fossimo culturalmente diversi e se i ruoli genitoriali fossero realmente interscambiabili. Ma sappiamo benissimo che non ci siamo proprio.
In un mondo perfetto, anche soluzioni come i nidi sarebbero sufficienti a garantire una buona via per questo bilanciamento. Evidentemente siamo nel mondo reale e quindi dobbiamo fare i conti con le mille variabili esistenti. In un contesto occupazionale difficoltoso, in cui le regole sono sempre più arbitrarie, tendenti alla massimizzazione del margine di profitto, il benessere, i diritti e la conciliazione vanno a farsi benedire. La precarizzazione confermata anche dall’incerto testo del Jobs Act ha un’unica matrice: non si tratta di garanzie, ma di un alleggerimento delle regole, e non basta l’idea di estendere l’indennità di maternità a tutte le categorie di lavoratrici per indorare la pillola.
Si prevede di incentivare gli accordi collettivi per favorire la flessibilità dell’orario lavorativo e dell’impiego di premi di produttività. Questo teoricamente potrebbe essere un aspetto positivo, ma occorre conoscere il nostro sistema produttivo, per capire che la tendenza generale va verso una contrattazione sempre più particolareggiata, one to one, dove la donna (e non solo) è da sola, schiacciata in un gioco con un’unica regola “prendere o lasciare”. Se da un alto con la crisi cresce il part-time, per troppe donne questo resta una chimera. La regola principale è la flessibilità, o meglio la totale disponibilità a lavorare quando, come, dove il tuo padrone desidera. In un contesto simile le probabilità di riuscire a conciliare sono prossime allo zero.
L’abolizione della detrazione per il coniuge a carico e l’introduzione della tax credit quale incentivo al lavoro femminile va a penalizzare chi si fa carico del lavoro di cura familiare, che nella maggior parte dei casi grava sulla donna. In pratica, il lavoro di cura resta a nostro carico e in più veniamo bacchettate.
Se l’obiettivo è lavorare a tutti i costi, ecco che ogni regola e ogni condizione sono lecite. Il tema della conciliazione resta molto femminile, ma questo non è a mio avviso un problema, soprattutto se dietro c’è la libertà di scelta. Mi spiego meglio. Se alle donne fosse data una reale possibilità di scegliere quale equilibrio creare tra vita privata e lavoro, se non ci fosse una discriminazione di genere in molte professioni, se non ci fosse un marchio di pericolosità per tutte le donne in età fertile, se il lavoro di cura fosse considerato come un valore aggiunto per la società anziché come un peso e un flagello per la nostra industria/economia, se accettassimo che ci sono delle peculiarità che fanno delle donne una risorsa di cui tener conto e da sostenere, forse avremmo compiuto qualche passo in avanti. Non dobbiamo negare il ruolo delle donne, che non va assolutamente confuso con quello degli uomini. Il punto debole sinora è stato che alla donna non si è data una reale possibilità di scelta. Finora, chi può (per varie motivazioni di carattere economico o di contesto familiare o lavorativo) è riuscito a conciliare; chi non ha potuto, si è sacrificato e ha accettato la mortificazione, con annessi sensi di colpa inflitti nel caso non riuscisse a mantenere i piatti della bilancia in equilibrio.
Conciliare è quando non sei costretto a soffocare uno dei due aspetti, conciliare è quando non ti senti un impaccio per l’azienda e/o la società se devi dedicarti alla cura familiare, conciliare è non diventare un fantasma per nessuno. Non ricordatevi di noi donne solo per il PIL o per le quote rosa. Noi siamo parte dello scheletro portante di questa società, quanto i maschietti. E se qualcosa non va da questa parte, anche l’altra ne risente. Negare questo è una forma di cecità egoistica.

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A che punto siamo arrivati

Anarkikka for #noDesigual

Anarkikka for #noDesigual

L’antefatto. Una donna si prova un abito Desigual davanti allo specchio, prende un cuscino, lo mette sotto al vestito simulando un pancione. Appare la scritta #tudecides. La ragazza prende dei preservativi e li fora con uno spillo, sorride allo specchio. Sullo schermo appare la scritta “Feliz día de la madre”.
Ok, fin qui potrebbe trattarsi di una trovata pubblicitaria, che per quanto discutibile, andrebbe presa per quello che è. Il punto sta nelle parole adoperate.
Infatti #tudecides appare troppo vicina, per essere una semplice coincidenza, al #Yodecido coniato dalle donne spagnole per contestare il provvedimento di legge antiabortista Gallardon. Il motto Yodecido è stato adottato in tutta Europa per manifestare solidarietà nei confronti delle donne spagnole e per campagne di sensibilizzazione a sostegno dell’autodeterminazione della donna e della libertà di scelta.
Si tratta di una nemmeno tanto subdola strumentalizzazione della campagna Yodecido per fare una pubblicità, tra l’altro con messaggi alquanto inappropriati. Il fatto di bucare il preservativo indica l’idea di voler imbrogliare il partner, come se la maternità fosse in qualche modo un raggiro e un’idea egoistica della donna. Altro che autodeterminazione, qui di comunica l’idea di voler “fregare” l’uomo. Ne vien fuori un mix indigesto di tutti i peggiori stereotipi e pregiudizi maschilisti.
Insomma, si usa uno slogan che imita una battaglia femminile per fare marketing e per vendere. Siccome si sono accorti che questi temi, insieme a quello della violenza sulle donna, sono sempre più diffusi e popolari, che ora hanno deciso di sfruttare la corrente. Sempre sulla nostra pelle.
Mi chiedo che messaggio diamo alle più giovani? Anche se c’è la frase in carattere minuscolo “no lo intentes en casa”, mi sembra alquanto miserevole spacciare per autodeterminazione e per emancipazione questo messaggio.
Pur di vendere si arriva a manipolare qualsiasi cosa, mercificando e banalizzando ogni cosa.

 

Approfondimenti:

(1)

(2)

(3)

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Un altro militante che abbandona la nave

William Frederic Ritschel

William Frederic Ritschel

Questo post di Pino Salerno trasuda di quell’universo culturale che componeva la struttura portante della sinistra. Tutto un bagaglio che oggi si va smarrendo, perché troppo oneroso da costruirsi, più facile parlare per slogan e per frasi a effetto. Aspettando l’imboccata del partito. Ci siamo persi anche un certo modo di ragionare e di costruire il pensiero attraverso il confronto dialettico. Forse sono in pochi a sentirne la mancanza, ma io sento un vuoto enorme. Continuando a semplificare e ad appiattire il linguaggio e i messaggi, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa e di non trasmettere nulla. Assomigliamo sempre più agli altri da cui dichiariamo di volerci distinguere. Cosa ci resterà dopo questa abbuffata di frasi glamour e infiorettate, da annuncio senza contenuto?
Quello che ci manca sono i contenuti e le parole chiare, nette su molti temi ormai abbandonati.
Sarà il nuovo vento, ma a me pare che si sia persa la rotta.

 

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Meglio una pizza?

Donna in una canoa, Giuseppe De Nittis, 1876  (olio su tela)

Donna in una canoa, Giuseppe De Nittis, 1876
(olio su tela)

Tutti questi discorsi sul fare carriera, delle manager rampanti, del pensare positivo (vedi il mio post l’egocentrismo nascosto in un mantra) vanno bene, ma l’importante è accettarle per il loro valore esplicito e non per quello che sottitendono o non dicono. È una questione di logica aristotelica. Se io dico “chi osa, guadagna”, non sto dicendo che “chi non guadagna non osa”. Vanno bene finché restano congelate lì, senza interagire con l’ambiente reale ed esterno. Le cose diventano esplosive, se queste affermazioni non restano più relegate alla dimensione di best seller imbellettato, ma diventano merce da inculcare nelle menti di tutte le donne, assumendo la forma di un meschino strumento di flagellazione collettiva. Questa gente deve vendere un prodotto, un modello, un sistema di produzione, un tipo di famiglia, di via per il successo attraverso l’affossamento altrui. Tutto questo è funzionale ancora una volta al modello di sviluppo capitalistico. Lasciatemi ripetere che la Sandberg deve vendere l’idea del successo e del potere. Di tutto quello che c’è in mezzo le interessa molto poco. I dettagli di una vita comune non le entrano nemmeno nell’anticamera del cervello. Per cui, basta non prendere sul serio questi vademecum per il successo. E ogni tanto chiudere la porta in faccia a chi ti dice che la carriera è l’unica strada per la felicità.
Non acquistate questa robetta tanto di moda e con quei soldi mangiatevi una pizza o andate a vedere una mostra, che fa bene all’umore.

 

Ringrazio Zeroviolenzadonne per l’articolo allegato.

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I malanni della democrazia

democrazia

Che la democrazia non goda di ottima salute ultimamente è chiaro a tutti, ma a proposito suggerisco l’approfondimento dell’Economist, che cerco di adoperare come personale occasione di riflessione. Ho scritto questo post qualche settimana fa e ora vorrei condividerlo con voi.

Mi scuso se sarò prolissa.

La crisi ucraina è stata contraddistinta da richieste di democrazia e di un reale stato di diritto, almeno ufficialmente. Il mito della democrazia che porta con sé ricchezza, pace, benessere diffuso e possibilità di pianificare la propria vita e quella delle future generazioni, certezza del diritto e delle pene, persiste e affascina tuttora, se tante persone sono disposte ancora a lottare per questo obiettivo. Ma le cose non sono così e non sempre i risultati sono immediati e si giunge necessariamente a un modello migliore. Questa è solo la patina, perché spesso il nuovo non è meglio del vecchio governo. Non dimentichiamoci che la rivoluzione arancione aveva già mandato a casa Janukovic, tornato in auge nel 2010 dopo il fallimento dei governi post rivoluzione. L’opposizione spesso stenta a realizzare un progetto di cambiamento reale ed efficace, come accade nella stragrande maggioranza delle ultime rivoluzioni.

Qualcosa è cambiato rispetto alla seconda parte del secolo scorso, in cui la democrazia si è affermata ed è attecchita bene anche in contesti difficili e a pezzi come la Germania, l’India e il Sud Africa. Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Grecia. Il fenomeno è continuato soprattutto dopo la caduta dell’URSS.

Nel 2000 si segnava il trionfo della democrazia:
“Representatives of more than 100 countries gathered at the World Forum on Democracy in Warsaw that year to proclaim that “the will of the people” was “the basis of the authority of government”. A report issued by America’s State Department declared that having seen off “failed experiments” with authoritarian and totalitarian forms of government, “it seems that now, at long last, democracy is triumphant.”

In realtà, con l’arrivo del nuovo secolo, questo processo democratico sembra aver subito un arresto, se non un arretramento: non solo per una conversione autoritaria, ma anche perché, in alcuni casi, nonostante ci siano libere elezioni, diritti e istituzioni sono solo una crosta superficiale di mera facciata. Il modello democratico, aggiungerei occidentale, ha perso lo slancio vitale e si è dimostrato non sempre esportabile, nonostante qualcuno continui a pensarla diversamente. Perché a mio avviso è questo l’errore di fondo: voler esportare un modello dappertutto senza considerare le peculiarità di ciascun paese.

Nel saggio dell’Economist si suggeriscono alcune piste: la crisi finanziaria 2007-2008, che ha dimostrato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, incrinando la fiducia nei confronti del modello democratico e l’ascesa della Cina. L’erogazione di diritti e prestazioni ha gonfiato il debito pubblico, gli stati si sono illusi di riuscire a tenere sotto controllo i cicli economici e il rischio. In Italia abbiamo semplicemente applicato a dismisura il clientelismo sfrenato. Il salvataggio delle banche da un lato e i tagli al welfare dall’altro, hanno incrinato fortemente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Il modello di sviluppo cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Il rigido controllo da parte del Partito sembra più efficiente dei metodi democratici occidentali. Sinora gran parte dei cinesi ha preferito avere meno libertà, in cambio di una crescita costante. La Cina offre un’alternativa (anche se non priva di grosse crepe):

“Wang Jisi, also of Beijing University, has observed that “many developing countries that have introduced Western values and political systems are experiencing disorder and chaos” and that China offers an alternative model. Countries from Africa (Rwanda) to the Middle East (Dubai) to South-East Asia (Vietnam) are taking this advice seriously”.

I sintomi di una crisi del modello democratico occidentale sono stati la mancata democratizzazione dell’ex URSS, l’Iraq e l’Egitto.

“All this has demonstrated that building the institutions needed to sustain democracy is very slow work indeed, and has dispelled the once-popular notion that democracy will blossom rapidly and spontaneously once the seed is planted. Although democracy may be a “universal aspiration”, as Mr Bush and Tony Blair insisted, it is a culturally rooted practice. Western countries almost all extended the right to vote long after the establishment of sophisticated political systems, with powerful civil services and entrenched constitutional rights, in societies that cherished the notions of individual rights and independent judiciaries”.

Come dicevo prima, la democrazia, magari sarà un’aspirazione universale, ma deve essere radicata o quanto meno introiettata nella cultura di un paese. Altrimenti non è detto che fiorisca e ci si adatti secondo i modelli ideali occidentali. Non è detto che queste caratteristiche vadano a pennello per tutti i popoli della terra e soddisfino le loro aspirazioni.
Anche l’UE non ha sempre dimostrato di applicare le regole democratiche, prendendo decisioni con modalità elitarie.

“The decision to introduce the euro in 1999 was taken largely by technocrats; only two countries, Denmark and Sweden, held referendums on the matter (both said no). Efforts to win popular approval for the Lisbon Treaty, which consolidated power in Brussels, were abandoned when people started voting the wrong way. During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. The European Parliament, an unsuccessful attempt to fix Europe’s democratic deficit, is both ignored and despised. The EU has become a breeding ground for populist parties, such as Geert Wilders’s Party for Freedom in the Netherlands and Marine Le Pen’s National Front in France, which claim to defend ordinary people against an arrogant and incompetent elite. Greece’s Golden Dawn is testing how far democracies can tolerate Nazi-style parties. A project designed to tame the beast of European populism is instead poking it back into life”.

Sono cambiati i rapporti di forza: la democrazia si è espressa attraverso gli stati-nazione e i parlamenti, eletti dal popolo. Oggi il meccanismo è sotto pressione a causa della globalizzazione che agisce non solo a livello di rapporti economici, ma a livello di equilibri che diventano sovranazionali. Inoltre, con la crisi tornano a farsi sentire spinte separatiste (Scozia, Catalogna), che nella chiusura pensano di rispondere meglio ai contraccolpi globali.

Le tesi di Platone sembrano avverarsi:

“Plato’s great worry about democracy, that citizens would “live from day to day, indulging the pleasure of the moment”, has proved prescient. Democratic governments got into the habit of running big structural deficits as a matter of course, borrowing to give voters what they wanted in the short term, while neglecting long-term investment. France and Italy have not balanced their budgets for more than 30 years. The financial crisis starkly exposed the unsustainability of such debt-financed democracy”.

Siamo chiamati in causa, esattamente per il clientelismo di cui parlavo. La crisi finanziaria ha svelato l’insostenibilità di una democrazia fondata sul debito e aggiungerei di un rapporto democratico cittadini-rappresentanti falsato dalle convenienze personali.
Convincere gli elettori che è necessario adattarsi a una fase di austerity non è popolare. Le risorse sono poche ed è certo che ci saranno dei conflitti per “accaparrarsi” la propria fetta di torta. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione occidentale e dall’inevitabile scontro tra passato e presente, tra diritti acquisiti e investimenti per il futuro.
Per non parlare di una conclamata disaffezione alla politica, del fatto che la militanza politica è in declino, così come cresce l’astensione. Questi fenomeni non lasciano ben sperare per le nostre strutture democratiche.
Tornano utili i suggerimenti dei padri della democrazia moderna.
Alexis de Tocqueville sosteneva:

“Being able to install alternative leaders offering alternative policies makes democracies better than autocracies at finding creative solutions to problems and rising to existential challenges, though they often take a while to zigzag to the right policies. But to succeed, both fledgling and established democracies must ensure they are built on firm foundations”.

James Madison e John Stuart Mill consideravano la democrazia un meccanismo potente ma imperfetto, che doveva sì avvalersi della creatività dei cittadini, ma creando anche degli argini ad eventuali devianze. In pratica l’ingranaggio democratico andava continuamente manutenuto, calibrato e perfezionato.

“The key to a healthier democracy, in short, is a narrower state”, con un ritorno agli albori della democrazia statunitense.
La sfida sembrerebbe saper guidare le forze gemelle del globalismo e del localismo:
“The trick is to harness the twin forces of globalism and localism, rather than trying to ignore or resist them. With the right balance of these two approaches, the same forces that threaten established democracies from above, through globalisation, and below, through the rise of micro-powers, can reinforce rather than undermine democracy”.

L’intero articolo è chiaramente di matrice liberale, ma aiuta a soffermarsi su un particolare: la crisi è arrivata quando si è incrinato il rapporto stretto tra democrazia e stato liberale, tra i diritti civili e il diritto di proprietà.

 

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Quest’anno è diverso

1 MAGGIO

Provo a scriverci su. Provo perché è il “primo” 1 maggio, dal 2004, che passo da non lavoratrice. A settembre scorso ho dato le dimissioni per occuparmi a tempo pieno della mia famiglia. Ne ho già parlato e non mi soffermo sui motivi alla base di questa mia decisione. In questo primo maggio 2014 vorrei portare la riflessione su cosa accade oggi al mondo del lavoro. Ci sono derive che ci spingono verso soluzioni sempre più estreme, orari sempre più folli, turni senza regole e paghe da fame. Si invoca un ripensamento dei sistemi di protezione sociale, si sfornano nuove leggi che mortificano il lavoro e precarizzano la vita. Nonostante tutto si porta all’estero parte o tutta la produzione, servizi compresi. Evidentemente stracciare tutto pur di sperare di conservare un pezzettino di lavoro non è stato sufficiente, è stata una scelta che non ci ha portati da nessuna parte. Se vogliamo affondare in un mondo senza diritti e senza garanzie, siamo sulla buona strada. Dobbiamo avere il coraggio di invertire la corrente. Siamo quasi fuori tempo massimo. Si va verso la distruzione di ogni sicurezza e non è proprio la soluzione migliore.

Guardo al mondo femminile: pressato e compresso tra precarietà, disoccupazione, mancanza di servizi di sostegno alla conciliazione vita privata-lavoro. Ci ripetono che dobbiamo contribuire al PIL. Ci fanno sentire degli oggetti utili solo per essere adoperati dal sistema produttivo e come welfare in carne ed ossa. Ci hanno promesso tante cose, ma alla fine di tutto restano solo le parole e le richieste di ulteriori sacrifici. Badate bene che si tratta naturalmente di sacrifici che valgono unicamente per coloro che non sono “nate bene”. Le differenze di classe esistono ancora, solo che la discriminante è ancora più subdola, più sfuggente rispetto al passato. Non è solo una questione di genere. Ci hanno consigliato di studiare, ma siamo rimaste esattamente dove eravamo. L’ascensore sociale per noi non è mai esistito, così come non sono mai esistiti i diritti e i servizi. L’unica regola che vale in questo paese è la furbizia, l’inganno e la truffa, l’evasione e il clientelismo. Devi affiliarti e servire qualcuno.

Siamo così ciechi da non accorgerci del punto in cui siamo? Non avete ancora compreso che i diritti e le garanzie saranno ristrette solo per chi non si può difendere e per chi non ha un potere contrattuale? Siamo incredibilmente vicini allo smantellamento di tutte le conquiste ottenute nel secolo scorso. Ci stiamo immolando per la ripresa e non ce ne accorgiamo.

Vorrei che questo primo maggio accendesse i riflettori su tutte le donne che hanno compiuto una scelta, una rinuncia, non per sé, ma per il bene degli altri. Noi donne siamo specializzate in sacrifici, ma non devono essere un’attenuante per chi da sempre ci mette i bastoni tra le ruote. Vorrei che si cancellasse la parola discriminazione. Vorrei che il peso dei sacrifici venisse equamente distribuito, in ogni senso. Vorrei che noi donne trovassimo il modo di essere un fattore di cambiamento, un elemento di stimolo critico al sistema che si è inceppato. Vorrei delle donne con il coraggio di essere se stesse e di alzarsi in piedi per dire che le cose così non vanno e non possono andare.
Vorrei un primo maggio di lavoro della mente, perché la ruggine non ci blocchi e non ci renda servi.

Ringrazio Paola Bucci per l’immagine splendida 🙂

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BUON 1 MAGGIO A TUTT*

mafalda trabajo

Vi auguro un buon Primo Maggio, con questo scritto di Rosa Luxemburg.

 

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Radici 2 – E le ragazze?

albero in fiore

Ieri ho letto l’intervista a Jackson Katz riportata dal blog Il ricciocorno schiattoso, che ringrazio.

Ottima analisi, ma a mio avviso manca un pezzo della storia.

La cultura americana forgia un certo modello di uomo, che deve essere forte e di successo a tutti i costi. Il modello educativo forma due tipologie di uomo: lo sfigato e sottomesso (che servirà poi alla produzione e a essere comandato) e il capo, il leader, il bullo, colui che ha sempre successo in tutti i campi, specialmente negli sport. Come sostenevo nel mio precedente post sul tema, Radici, quest’ultimo modello, come anche il primo, possono portare ad innescare degli strani meccanismi di violenza, nel caso qualcosa non dovesse girare nel verso giusto: sia nel caso dello sfigato che a un certo punto si sveglia e decide di non voler più accettare la sua condizione, sia nel caso in cui il leader fallisca miseramente nelle proprie aspirazioni.
Ultimamente le cose stanno cambiando, stanno venendo a galla le potenzialità di successo nella vita reale dei nerd, di coloro che a scuola non avevano una fama eccezionale o non erano popular.
Alla forza fisica si sta sostituendo una capacità intellettiva, di venditore onnicomprensivo, alla Jobs, mantenendo comunque un sistema competitivo forte e altamente infiammabile, per poter gestire un apparato produttivo e militare molto efficiente. I germi di questa cultura sono riscontrabili ad esempio nel film Ritorno al futuro, nel quale il mingherlino McFly ha il sopravvento sull’energumeno senza cervello Biff. Se a prima vista questo finale sembra happy, se si guarda attentamente, l’immagine finale ci mostra il bullo a sua volta deriso e emarginato. Per cui si sono invertiti i rapporti di forza, ma sono rimasti immutati gli strumenti di sopraffazione e il tipo di relazioni sociali.
All’analisi di Katz manca l’elemento femminile. Cosa fanno le ragazze in questo sistema educativo? Le ragazze si dividono a loro volta tra sfigate/bruttine/secchione e popular/cheerleaders. Se nel mondo male si ha una violenza che colpisce essenzialmente gli altri, il resto del mondo, nel caso delle ragazze, uno stato di frustrazione e di risentimento tende a covare e può sfociare in una violenza autoinflitta, che va da forme di anoressia/bulimia a un tentativo di autoannientarsi attraverso il suicidio.

Naturalmente, non sono una tecnica della materia, si tratta di considerazioni personali.

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tiritere72663953.wordpress.com/

"Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai". Miriam Mafai

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Contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere

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