Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

I malanni della democrazia

su 2 maggio 2014

democrazia

Che la democrazia non goda di ottima salute ultimamente è chiaro a tutti, ma a proposito suggerisco l’approfondimento dell’Economist, che cerco di adoperare come personale occasione di riflessione. Ho scritto questo post qualche settimana fa e ora vorrei condividerlo con voi.

Mi scuso se sarò prolissa.

La crisi ucraina è stata contraddistinta da richieste di democrazia e di un reale stato di diritto, almeno ufficialmente. Il mito della democrazia che porta con sé ricchezza, pace, benessere diffuso e possibilità di pianificare la propria vita e quella delle future generazioni, certezza del diritto e delle pene, persiste e affascina tuttora, se tante persone sono disposte ancora a lottare per questo obiettivo. Ma le cose non sono così e non sempre i risultati sono immediati e si giunge necessariamente a un modello migliore. Questa è solo la patina, perché spesso il nuovo non è meglio del vecchio governo. Non dimentichiamoci che la rivoluzione arancione aveva già mandato a casa Janukovic, tornato in auge nel 2010 dopo il fallimento dei governi post rivoluzione. L’opposizione spesso stenta a realizzare un progetto di cambiamento reale ed efficace, come accade nella stragrande maggioranza delle ultime rivoluzioni.

Qualcosa è cambiato rispetto alla seconda parte del secolo scorso, in cui la democrazia si è affermata ed è attecchita bene anche in contesti difficili e a pezzi come la Germania, l’India e il Sud Africa. Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Grecia. Il fenomeno è continuato soprattutto dopo la caduta dell’URSS.

Nel 2000 si segnava il trionfo della democrazia:
“Representatives of more than 100 countries gathered at the World Forum on Democracy in Warsaw that year to proclaim that “the will of the people” was “the basis of the authority of government”. A report issued by America’s State Department declared that having seen off “failed experiments” with authoritarian and totalitarian forms of government, “it seems that now, at long last, democracy is triumphant.”

In realtà, con l’arrivo del nuovo secolo, questo processo democratico sembra aver subito un arresto, se non un arretramento: non solo per una conversione autoritaria, ma anche perché, in alcuni casi, nonostante ci siano libere elezioni, diritti e istituzioni sono solo una crosta superficiale di mera facciata. Il modello democratico, aggiungerei occidentale, ha perso lo slancio vitale e si è dimostrato non sempre esportabile, nonostante qualcuno continui a pensarla diversamente. Perché a mio avviso è questo l’errore di fondo: voler esportare un modello dappertutto senza considerare le peculiarità di ciascun paese.

Nel saggio dell’Economist si suggeriscono alcune piste: la crisi finanziaria 2007-2008, che ha dimostrato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, incrinando la fiducia nei confronti del modello democratico e l’ascesa della Cina. L’erogazione di diritti e prestazioni ha gonfiato il debito pubblico, gli stati si sono illusi di riuscire a tenere sotto controllo i cicli economici e il rischio. In Italia abbiamo semplicemente applicato a dismisura il clientelismo sfrenato. Il salvataggio delle banche da un lato e i tagli al welfare dall’altro, hanno incrinato fortemente la fiducia dei cittadini nei confronti della politica.

Il modello di sviluppo cinese ha rotto il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Il rigido controllo da parte del Partito sembra più efficiente dei metodi democratici occidentali. Sinora gran parte dei cinesi ha preferito avere meno libertà, in cambio di una crescita costante. La Cina offre un’alternativa (anche se non priva di grosse crepe):

“Wang Jisi, also of Beijing University, has observed that “many developing countries that have introduced Western values and political systems are experiencing disorder and chaos” and that China offers an alternative model. Countries from Africa (Rwanda) to the Middle East (Dubai) to South-East Asia (Vietnam) are taking this advice seriously”.

I sintomi di una crisi del modello democratico occidentale sono stati la mancata democratizzazione dell’ex URSS, l’Iraq e l’Egitto.

“All this has demonstrated that building the institutions needed to sustain democracy is very slow work indeed, and has dispelled the once-popular notion that democracy will blossom rapidly and spontaneously once the seed is planted. Although democracy may be a “universal aspiration”, as Mr Bush and Tony Blair insisted, it is a culturally rooted practice. Western countries almost all extended the right to vote long after the establishment of sophisticated political systems, with powerful civil services and entrenched constitutional rights, in societies that cherished the notions of individual rights and independent judiciaries”.

Come dicevo prima, la democrazia, magari sarà un’aspirazione universale, ma deve essere radicata o quanto meno introiettata nella cultura di un paese. Altrimenti non è detto che fiorisca e ci si adatti secondo i modelli ideali occidentali. Non è detto che queste caratteristiche vadano a pennello per tutti i popoli della terra e soddisfino le loro aspirazioni.
Anche l’UE non ha sempre dimostrato di applicare le regole democratiche, prendendo decisioni con modalità elitarie.

“The decision to introduce the euro in 1999 was taken largely by technocrats; only two countries, Denmark and Sweden, held referendums on the matter (both said no). Efforts to win popular approval for the Lisbon Treaty, which consolidated power in Brussels, were abandoned when people started voting the wrong way. During the darkest days of the euro crisis the euro-elite forced Italy and Greece to replace democratically elected leaders with technocrats. The European Parliament, an unsuccessful attempt to fix Europe’s democratic deficit, is both ignored and despised. The EU has become a breeding ground for populist parties, such as Geert Wilders’s Party for Freedom in the Netherlands and Marine Le Pen’s National Front in France, which claim to defend ordinary people against an arrogant and incompetent elite. Greece’s Golden Dawn is testing how far democracies can tolerate Nazi-style parties. A project designed to tame the beast of European populism is instead poking it back into life”.

Sono cambiati i rapporti di forza: la democrazia si è espressa attraverso gli stati-nazione e i parlamenti, eletti dal popolo. Oggi il meccanismo è sotto pressione a causa della globalizzazione che agisce non solo a livello di rapporti economici, ma a livello di equilibri che diventano sovranazionali. Inoltre, con la crisi tornano a farsi sentire spinte separatiste (Scozia, Catalogna), che nella chiusura pensano di rispondere meglio ai contraccolpi globali.

Le tesi di Platone sembrano avverarsi:

“Plato’s great worry about democracy, that citizens would “live from day to day, indulging the pleasure of the moment”, has proved prescient. Democratic governments got into the habit of running big structural deficits as a matter of course, borrowing to give voters what they wanted in the short term, while neglecting long-term investment. France and Italy have not balanced their budgets for more than 30 years. The financial crisis starkly exposed the unsustainability of such debt-financed democracy”.

Siamo chiamati in causa, esattamente per il clientelismo di cui parlavo. La crisi finanziaria ha svelato l’insostenibilità di una democrazia fondata sul debito e aggiungerei di un rapporto democratico cittadini-rappresentanti falsato dalle convenienze personali.
Convincere gli elettori che è necessario adattarsi a una fase di austerity non è popolare. Le risorse sono poche ed è certo che ci saranno dei conflitti per “accaparrarsi” la propria fetta di torta. Il fenomeno è aggravato dall’invecchiamento della popolazione occidentale e dall’inevitabile scontro tra passato e presente, tra diritti acquisiti e investimenti per il futuro.
Per non parlare di una conclamata disaffezione alla politica, del fatto che la militanza politica è in declino, così come cresce l’astensione. Questi fenomeni non lasciano ben sperare per le nostre strutture democratiche.
Tornano utili i suggerimenti dei padri della democrazia moderna.
Alexis de Tocqueville sosteneva:

“Being able to install alternative leaders offering alternative policies makes democracies better than autocracies at finding creative solutions to problems and rising to existential challenges, though they often take a while to zigzag to the right policies. But to succeed, both fledgling and established democracies must ensure they are built on firm foundations”.

James Madison e John Stuart Mill consideravano la democrazia un meccanismo potente ma imperfetto, che doveva sì avvalersi della creatività dei cittadini, ma creando anche degli argini ad eventuali devianze. In pratica l’ingranaggio democratico andava continuamente manutenuto, calibrato e perfezionato.

“The key to a healthier democracy, in short, is a narrower state”, con un ritorno agli albori della democrazia statunitense.
La sfida sembrerebbe saper guidare le forze gemelle del globalismo e del localismo:
“The trick is to harness the twin forces of globalism and localism, rather than trying to ignore or resist them. With the right balance of these two approaches, the same forces that threaten established democracies from above, through globalisation, and below, through the rise of micro-powers, can reinforce rather than undermine democracy”.

L’intero articolo è chiaramente di matrice liberale, ma aiuta a soffermarsi su un particolare: la crisi è arrivata quando si è incrinato il rapporto stretto tra democrazia e stato liberale, tra i diritti civili e il diritto di proprietà.

 


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