Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Laicità questa sconosciuta

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Oggi leggendo questo articolo di Aurelio Mancuso, mi sono interrogata sulla questione dei diritti e della laicità in uno stato come il nostro.

Siamo, a mio avviso, intrappolati in un limbo di assenza di diritto in alcuni campi, ma lo siamo volutamente. La stessa legge 194 è stata il frutto di un compromesso e nelle sue maglie abbastanza larghe, si sono potute infilare le mani di coloro che nel corso degli anni l’anno resa meno efficace, per cui alla fine un diritto alla scelta consapevole diventava di fatto l’inizio di una odissea alla ricerca della struttura che lo rendesse realizzabile. L’obiezione si è espansa in maniera incontrollata o meglio controllata dagli ospedali.
Ancora oggi si discute sul termine di diritto all’aborto, ma io preferirei parlare di diritto alla salute, alla libertà di scegliere e di vedere tutelata la propria salute. Si è affievolita la centralità di una maternità consapevole e protetta. Perché ancora una volta ragioniamo in maniera egoistica, come se tutte le donne e tutti dovessero pensarla come noi. Io sono per la libertà di scelta, perché a tutti sia garantito un diritto a scegliere in sicurezza. Io non posso scegliere al posto di un altro, questo deve essere chiaro. Sarebbe il controllo delle coscienze da parte di uno stato o di una parte della popolazione. Quando affermiamo “mai più clandestine”, dobbiamo ricordarci cosa c’era prima della 194. Non voglio tornare indietro.

Se non siamo certi di voler difendere questi diritti, vedremo la 194 piano piano svuotata sempre più. Se siamo tiepidi, insicuri, questo accadrà.

Ecco perché il tema della laicità dovrebbe essere centrale, perché troppi diritti non vengono riconosciuti ancora, come se fossimo in uno stato confessionale. Uno stato non può non esprimersi, perché lo stato deve rappresentare tutti, la molteplicità e non solo una parte. Questo vale per tutti i diritti civili.

Abbiamo paura di cosa? Le muraglie non servono, se non a fare del male. Abbattiamo questi muri, staremo tutti molto meglio.

Ringrazio ZEROVIOLENZADONNE per l’articolo.

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Il concetto di humanitas

Humanitas: mi interessa la tua vita?

Una riflessione importante, preziosa, che vi consiglio di leggere, realizzata da @donnesconnesse. Sul confine del concetto di Cura/Care.

Le mie riflessioni sul paradigma della cura.

 

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Un’altra sentenza

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La mia buona notizia di oggi è che oggi la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale un altro pezzo della orrenda Legge 40. In questo caso a cadere sotto la scure della Consulta è il divieto di fecondazione eterologa.

La legge ormai è stata svuotata, come ha ammesso persino la ministra Lorenzin.  Forse è il caso di impegnarsi per una seria riforma organica in materia. Forse sarà possibile realizzare un quadro normativo che non colpisca la salute della donna e il desiderio di diventare genitori. Almeno che qualcuno non si impegni a remare contro, sia a destra che a sinistra. Non si sa mai, le larghe intese potrebbero fare molti danni. Si sa, di solito si usa dire che è una questione ideologica per fermare qualsiasi riforma migliorativa.

Un passo in avanti della civiltà, che dimostra quanto sia sbagliato credere di poter imporre le proprie convinzioni personali agli altri.

Da queste vicende la politica tradizionale, con il Parlamento in primo luogo, esce sconfitta. Andiamo avanti a colpi di sentenze della Consulta per riparare i danni compiuti da una legge dello stato. Nessuna sentenza potrà mai risarcire coloro che sono stati colpiti dalle distorsioni di una legge come la 40.

Vedremo come andrà a finire. Oggi è un giorno nuovo e positivo.

 

Mini rassegna stampa:

http://idadominijanni.com/2014/04/09/la-pietra-tombale-sulla-legge-40/

http://www.associazionelucacoscioni.it/comunicato/abbiamo-vinto-la-corte-costituzionale-dichiara-incostituzionale-il-divieto-di-eterologa

http://espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2014/04/03/news/fecondazione-assistita-la-consulta-decide-1.159740?fb_action_ids=10203396573825400&fb_action_types=og.recommends&fb_ref=s%3DshowShareBarUI%3Ap%3Dfacebook-like&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582

http://www.huffingtonpost.it/2014/04/09/fecondazione-eterologa-cade-il-divieto_n_5116670.html?utm_hp_ref=italy

http://www.lastampa.it/2014/04/09/italia/cronache/stop-al-divieto-di-fecondazione-eterologa-la-cassazione-e-incostituzionale-CDuCPf4baV7pvIqGjpLvNP/pagina.html

http://www.corriere.it/salute/14_aprile_09/fecondazione-cade-divieto-eterologa-ad4c122c-bfd2-11e3-a6b2-109f6a781e55.shtml

 

 

 

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Impressioni di WAE!

Riporterò qui la mia esperienza dell’incontro che si è tenuto domenica 6 aprile a Milano, della rete Womenareurope.

Incontrarsi di persona, condividere idee, progetti, pensieri per me ha rappresentato un’occasione per uscire dal mio guscio quotidiano e fare squadra. Al termine della giornata, la mia sensazione era di aver ricevuto da ognuna delle donne presenti una sferzata incredibile di energia, di voglia di fare. Ne sono uscita arricchita e piena di nuovi spunti di riflessione. La condivisione aiuta a cambiare i propri orizzonti e punti di vista personali. Questo è successo e ne sono molto contenta.
Ho notato che è mancata la partecipazione della componente dei movimenti femminili più legati alla realtà dei centri sociali. Questo probabilmente spiega in parte l’esigua partecipazione della fascia 20-30. Mi è sembrata totalmente assente la fascia under 20, che evidentemente non siamo riuscite ad intercettare o a coinvolgere. La mia fascia 30-40 anni, ahimè, latita e partecipa poco: per fortuna ci sono delle mie coetanee eccezionali, che domenica scorsa mi hanno resa fiera della mia generazione. Non siamo poi messi così male.
Non seguirò l’iter preciso della giornata, ma vorrei annotare qui i punti che secondo me aiutano a dare un’idea di quanto ricco e variegato sia stato il dibattito.
L’incontro nazionale di domenica arriva dopo le giornate del 1 febbraio e dell’8 marzo, dopo i fatti di Spagna e la legge Gallardón, la bocciatura della mozione Estrela in UE. Il clima attorno ai diritti di autodeterminazione delle donne e i ripetuti tentativi, da più fronti, di smantellarli ci richiamano e ci spingono a tornare a mobilitarci e a farci sentire, in prima persona e come gruppi. I diritti acquisiti non lo sono mai per sempre, vanno alimentati e curati. L’idea della rete serve proprio a riunire le nostre forze, per non disperdere le nostre energie e l’efficacia delle nostre azioni. Occorre rompere la frammentarietà dei singoli movimenti e associazioni, cercando di condividere ciò che realizziamo sul territorio.
È emerso quanto sia difficile il rapporto con le istituzioni, che sono fondamentali se si desidera ottenere cambiamenti reali, effettivi, miglioramenti e tutele certe. Probabilmente dovremmo cercare di trovare i nostri interlocutori politici e istituzionali a livello europeo.
Troppo spesso si cerca la vittima, quando si parla di IVG: la donna, l’embrione. Questo è strumentale a creare dei sensi di colpa che gravano unicamente sulla donna, laddove si dovrebbe richiamare anche un ruolo/responsabilità maschile nell’ambito riproduttivo.
Sul tema dell’aborto, l’assenza di una riflessione pubblica ha rimosso questo tema, per cui manca una informazione adeguata anche in contesti centrali come le scuole mediche e professionali di specializzazione. Andando in pensione la generazione di medici che ha sostenuto la 194, rischiamo che aumentino le difficoltà di applicazione della legge. Occorre prevedere una formazione scientifica in merito, in grado di rispettare le singole posizioni del personale medico e paramedico, senza mettere a repentaglio la tutela della salute della donna, che va comunque garantita. Non dimentichiamoci il giuramento di Ippocrate e ciò che accade quando l’obiezione raggiunge i livelli di alcune regioni italiane.
Si è fatta strada una certa visione ideologica sul tema dell’aborto, quando invece si dovrebbe tornare alle origini, come sottrazione della sessualità dall’obbligo riproduttivo: la libertà di essere madri o di non esserlo.
Il tema della precarietà lavorativa e del reddito estende le sue ricadute in tutte le scelte, diventando precarietà sentimentale, affettiva, nei rapporti con l’altro. Il diritto a un’esistenza libera da pressioni, dalle angosce di sopravvivenza, può avere importanti riflessi sulla vita, di uomini e donne.
Si è accennato anche a una sorta di diritto universale alla maternità, con un tentativo di stabilire un reddito garantito.
Si è ricordato che, accogliendo il ricorso della LAIGA e dell’Ippf (International Planned Parenthood Federation), il Consiglio d’Europa ha riconosciuto che l’Italia non garantisce l’effettiva applicazione della Legge 194. La professoressa Marilisa D’amico ci ha illustrato il lavoro che è stato fatto per giungere a questo verdetto. Vedi qui.
Anna Pompili, ginecologa LAIGA, ha sottolineato la centralità della formazione per gli operatori del settore, che gli permetta di acquisire metodiche nuove. L’aborto è una scelta libera, e deve essere garantita la libertà di scegliere. Dobbiamo uscire dai sensi di colpa.
Anna Picciolini di Libere Tutte e Il Giardino dei ciliegi (Firenze), ha sostenuto che l’aborto è un problema di potere. La dichiarazione di scelta della donna rompe gli equilibri di un contesto che è sempre stato viziato da una mentalità patriarcale. Se la prima parola e l’ultima spettano alla donna, viene meno il potere di decisione esclusivo dell’uomo. La donna diviene consapevole del suo potere e della sua responsabilità, su cui si poggia la sua libertà.
Carla Ceccarelli, in rappresentanza delle donne democratiche PD, ha presentato la mozione per la salvaguardia e la valorizzazione dei consultori, che sta girando per il territorio milanese nei consigli di Zona, dopo un primo passaggio in Regione.
Nadia De Mond di Donne nella crisi, ha parlato delle iniziative (di cui anche una ad Atene) a sostegno delle donne in questo periodo di crisi economica. Non dimentichiamo gli effetti devastanti dei tagli alla Sanità greca di cui avevo scritto.
Monica Lanfranco di Genova, rivista Marea, ha lamentato la mancanza di conoscenza della radice storica del movimento femminista/femminile. Forse sarebbe opportuno far conoscere il contesto culturale e storico che portò al varo della 194, che ricordiamo è a tutela della maternità e per una procreazione autodeterminata e consapevole. Per non tornare all’aborto clandestino dobbiamo essere presenti, farci sentire, perché la memoria che fugge via è il cancro del nostro tempo. Dobbiamo riprendere il tema dell’autodeterminazione sui corpi, della sessualità, coinvolgendo maggiormente gli uomini.
Durante un intervento è stato ribadito che nessuna di noi è contro la vita, ma appunto perché siamo per la vita, nessuna di noi vuole imporre la nostra scelta a un’altra donna. Io riconosco all’altra donna la capacità di scegliere liberamente, perché alla base c’è un rispetto reciproco. La 194 è una legge per la vita, che protegge la salute delle donne. Nessuno può decidere al posto di una donna.
Esiste un diritto a vivere e non un diritto a nascere.
Ci siamo interrogate sul divario generazionale in merito a sessualità, autodeterminazione, aborto: cosa ha rappresentato per le generazioni degli anni ’70 e cosa rappresenta per le ultime generazioni. È cambiato il ruolo della donna, la società, il mondo del lavoro, le istituzioni, la rappresentanza femminile. Per questo Lea Melandri ci invita a tornare sulla nostra storia e su cosa possiamo ancora utilizzare del materiale del passato e cosa va rinnovato. La generazione che produsse la 194 si appassionava ai temi della sessualità e della maternità. Oggi dovremmo riuscire a spostare la questione femminile al rapporto uomo-donna, con una responsabilizzazione degli uomini sul tema della sessualità.
Luciana Bova da Reggio Calabria ci ha parlato delle iniziative che stanno portando avanti, attraverso ad esempio l’idea dei “consultori in piazza”, soluzione itinerante che rappresenta un importante passo per riappropriarsi degli spazi pubblici e parlare alle persone in modo diretto di sessualità consapevole. Questo significa creare spazi di democrazia partecipata, all’esterno, per farne una discussione pubblica e politica. Si parla in modo diretto con tutti, soprattutto con i più giovani, per avvicinarli a temi importanti come quello della contraccezione. Le donne del sud hanno una carica trascinante, coinvolgente. Le iniziative di Reggio ci insegnano che una nuova forma di mobilitazione è non solo possibile, ma è indispensabile. Gustatevi il loro flash mob alla Lorenzin.
A tal proposito è necessario riaffermare che la donna è un soggetto di scelta, di decisione, non deve essere vista come il contenitore di un altro oggetto che servirà poi al mondo della produzione.
Giulia del Collettivo Altereva di Torino ci ha parlato di cosa sta accadendo nei consultori piemontesi e di come stanno cercando di resistere al tentativo di Cota di far entrare il Movimento per la vita. Guardate cosa si inventano queste ragazze in gamba a Casale Monferrato e al Convegno di Federvita in Piemonte. A mio avviso sono una vera bomba! Concordo con Giulia quando afferma che molte donne strumentalizzano le tematiche femministe, utilizzandole come “taxi per la rappresentanza” e aggiungerei per la propria carriera politica o di potere. Questo offusca e vanifica l’attività di coloro che credono veramente nelle battaglie femministe. Quindi condivido l’auspicio che la nostra rete sia trasparente, aperta e sappia andare oltre le parole. Dobbiamo essere concrete al massimo.

“Dobbiamo incanalare le energie, tornare in piazza a parlare con le persone, lavorare su piccoli progetti/azioni” come si augura Eleonora Cirant. La posizione di Eleonora e la sua chiave di lettura mi è sembrata molto lucida: credo che sia la strada giusta da percorrere. Vi suggerisco il suo post sull’incontro del 6 aprile, che ho trovato perfetto. Anche quando ci interroghiamo sulla rappresentanza femminile nelle istituzioni, dobbiamo accertare di che qualità sono le donne che vengono scelte, altrimenti rischiamo che non vengano portate avanti le istanze per le donne.
Diana De Marchi del PD e di Usciamo dal silenzio ha proposto l’idea di stilare una carta di impegno sui temi femminili, da far sottoscrivere alle candidate politiche, in modo da esplicitare una loro posizione su questi fronti.
Essere donna non significa automaticamente essere brave, per questo forse le quote di genere non sono sufficienti da sole a garantire un buon risultato e una rappresentanza efficace. Se oggi la 194 è in pericolo, forse abbiamo sbagliato strategia. I temi della 194 sono rimasti in un alveo unicamente femminile, senza farlo diventare un problema di civiltà. Non si tratta di problemi di donne, non dobbiamo restare in un contesto di genere o di generazione: è una battaglia di civiltà, che avvantaggia uomini e donne, di età trasversali.
Il corpo della donna occupa spazio, la volontà di normarlo e di stringerlo in vincoli e catene è un modo di controllare la società, rientra in un ritorno di un pericoloso autoritarismo.
Libere di scegliere, concepire e abortire, legando insieme i temi della contraccezione, della maternità consapevole e dell’IVG. La libertà di disporre di sé e di trattare con l’altro sesso rispetto al proprio corpo.
Dalla giornata del 6 aprile siamo uscite con l’idea di formare una rete per condividere le esperienze di operatori/operatrici e movimenti e le informazioni in tema di contraccezione, sessualità consapevole, educazione sessuale, IVG legale e sicura per tutte. In pratica sarà un hub, un inizio di relazione per condividere successi e non, idee, progetti e pratiche.
La rete che vorremmo creare deve essere inclusiva, non gerarchica, aperta alle differenti posizioni e strategie per portare avanti le questioni femminili, per una sessualità libera e consapevole, per la tutela della salute riproduttiva delle donne.
Ci siamo date come impegno la redazione di un manifesto che tenga insieme i temi principali, le cose da fare, su cui possiamo facilmente convergere e sui quali concentrare i nostri sforzi futuri.

Alcuni contributi video e audio della giornata:

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/due-contributi-dalla-riunione-di-wae-raccolti-da-lanfranco-luciana-bova-e-assunta-sarlo/

http://womenareurope.wordpress.com/2014/04/09/registrazione-audio-assemblea-wae-del-6-aprile-a-milano/

 

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La politica antimafia e le istituzioni

A4 EVENTO PD 5 APRILE 2014 - DEF

Il circolo PD “Enzo Biagi” di Milano ha organizzato un incontro dal titolo “La politica antimafia e le istituzioni”, che ha visto il prezioso contributo apportato da personalità da tempo impegnate su questo fronte. I lavori sono stati efficacemente introdotti e moderati da Rosario Pantaleo, consigliere del Comune di Milano e membro della Commissione Antimafia.
Il Senatore Franco Mirabelli, membro della Commissione parlamentare Antimafia, ha esordito ricordando i grossi passi in avanti compiuti dalla magistratura nella lotta alle mafie, grazie anche al fenomeno del pentitismo. In parallelo si è registrato un rafforzamento delle capacità di appartati come la ‘ndrangheta, che ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano in riferimento ai principali traffici illeciti, anche grazie all’accesso ai vari cartelli sudamericani della droga. La ‘ndrangheta ha scelto di mettere in atto una strategia molto invasiva e che riguarda il riciclaggio di denaro sporco, che ha nel nord Italia ha ottenuto un particolare successo, poiché le attività economiche sono più numerose e attive e risulta più semplice ripulire il denaro. La ‘ndrangheta ha una struttura molto solida, costituita da “locali” sparse sul territorio, con un buon grado di autonomia, che però rispondono tutte al centro del sistema, in Calabria. L’infiltrazione avviene con successo grazie alla scelta di non procedere quasi mai con azioni eclatanti o di scontri violenti, per restare invisibili, per non suscitare reazioni nell’opinione pubblica, per evitare fenomeni di pentitismo. Un esempio tipico di questa prassi è il fatto che dopo la faida tra famiglie di Duisburg del 2007, qualcuno scelse la via di una sorta di “pacificazione” tra i clan, che bloccò ogni forma di scontro violento, al fine di spegnere i riflettori sulla vicenda: gli affari prima di tutto. Senza pentitismo, l’azione di contrasto risulta molto più complicata. Con l’arrivo della crisi economica e la riduzione dei prestiti da parte degli istituti di credito, la ‘ndrangheta ha incrementato l’invasione del nord Italia, divenendo uno dei principali finanziatori alle imprese. Questo ha permesso alla ‘ndrangheta di penetrare nel tessuto economico, di inquinare l’economia del territorio: ciò comporta un pari inquinamento della democrazia del paese.
Il Senatore Mirabelli ha richiamato il caso di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia. Questa vicenda dimostra come la ‘ndrangheta sia capace di costruire strutture composte da pezzi di economia reale e di pubblica amministrazione. Si evince che non solo la produzione ma anche il settore delle professioni (avvocati e commercialisti) e la politica sono coinvolti in casi di infiltrazione mafiosa. A tal fine opera l’art. 416 ter del codice penale, che interviene in materia di scambio elettorale politico-mafioso. Il Senatore Mirabelli auspica un ruolo forte degli ordini professionali, volto a punire i professionisti che si prestano ad azioni di connivenza con le organizzazioni criminali: attraverso la creazione di una white list di professionisti a garanzia della legalità.
La mafia si innesta su politica e P.A. per riuscire ad ottenere consenso sociale, attraverso il controllo sui fondi per i sussidi per i poveri. La ‘ndrangheta ha superato la prassi della corruzione di organismi politici, riuscendo a collocare propri uomini presso le istituzioni amministrative locali. Per questo motivo dobbiamo attrezzarci e adottare criteri di trasparenza nella scelta delle candidature, in vista delle prossime europee e amministrative di maggio.
La mafia è forte, ma si sono contemporaneamente creati dei robusti anticorpi costituiti dall’antimafia. Ciò è stato reso possibile attraverso una legislazione all’avanguardia, che va comunque costantemente manutenuta e aggiornata. In Italia è previsto il sequestro e la confisca dei beni in via preventiva, anche in assenza di una sentenza di condanna definitiva. Colpire i patrimoni (anche attraverso sinergie internazionali) è vitale, perché segna una vittoria morale e concreta dello Stato nei confronti di queste organizzazioni. Al fianco di questa prassi, va accelerato il processo che deve consentire una veloce restituzione di tali beni alla collettività. A tale scopo Mirabelli suggerisce la necessità di una modifica delle modalità di azione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione di beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Occorre assegnare più potere ai magistrati che dispongono queste misure, in modo tale che decidano immediatamente che uso farne. Inoltre, va rivisto anche il ruolo dei custodi giudiziari. Siccome spesso sono intere aziende ad essere oggetto di confisca, occorre consentire che esse proseguano la produzione, prevedendo anche che arrivino le risorse finanziarie necessarie (da qui la necessità di una collaborazione con le banche). Al momento, per quanto concerne i fondi liquidi confiscati alle mafie, è previsto che confluiscano nel FUG (fondo unico giustizia). Mirabelli auspica che si crei un fondo ad hoc.
Mirabelli ha toccato anche il tema della necessità di una legge che preveda e persegua il reato di autoriciclaggio (ricordo la proposta presentata qualche giorno fa da Giuseppe Civati).
Il presidente della Commissione Antimafia del Comune di Milano David Gentili ha sottolineato l’importanza di coinvolgere tutti i ruoli nel contrasto alle mafie, poiché queste organizzazioni criminali creano legami trasversali tra professioni, settori economici, pubblica amministrazione. Uscire dall’omertà, dalla convenienza personale, dal clima di paura sono le ricette per creare un fronte coeso di lotta. Occorre contrastare la deresponsabilizzazione e spingere per una cittadinanza attiva e per una partecipazione responsabile. Questo significa agire anche a livello culturale e sin dalla scuola, come ha ribadito anche Laura Grata dell’associazione Libera. Milano è stata il primo Comune ad applicare la legge 231/2007 in materia di antiriciclaggio, che prevede l’obbligo per banche, operatori finanziari e pubbliche amministrazioni di segnalazione delle operazioni sospette, attraverso analisi (e incroci di dati) puntuali e periodiche di determinati indicatori di rischio. In questo il Comune di Milano è stato pioniere nel prevedere questo tipo di prassi, sia in capo a persone fisiche che ad aziende. Esiste un ufficio preposto alla ricezione di segnalazioni in caso di atti intimidatori, cambiamenti sospetti di licenze commerciali, incendi dolosi di attività commerciali ecc. Gentili ha ribadito la necessità di un codice di autoregolamentazione per i politici del PD, al fine di evitare spiacevoli episodi di infiltrazione mafiosa (vedi Pioltello e Lecco). Come Commissione Antimafia di Milano si è cercato di dare un segnale sanzionatorio (tramite la sospensione dell’appalto organizzativo) laddove le imprese che gestivano le feste di via e le fiere hanno dimostrato di non avere una conduzione corretta. Le situazioni opache come queste devono essere chiarite, anche grazie alla partecipazione diretta della cittadinanza.
Per quanto riguarda il PD, Gentili ha auspicato che le liste dei candidati siano rese pubbliche con largo anticipo, per consentire una verifica tempestiva.
Laura Grata, da tempo impegnata con Libera, associazione nata nel 1995 a ridosso delle grandi stragi di mafia degli anni ’90, ha ricordato gli sforzi per la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare, diventata poi la L. 109/1996, che ha previsto che i beni sottratti alle organizzazioni criminali siano restituite alla collettività, alla società, per fini di giustizia e sociali. Sicuramente un’impresa tolta alla mafia e affidata a una cooperativa di giovani ha un forte valore simbolico: un fiore che cresce laddove la criminalità aveva fatto terra bruciata. Ma spesso il passaggio non è così semplice e molte di queste attività falliscono e stentano a decollare. In questo alveo si inserisce l’iniziativa di Libera sui Forum regionali e interregionali sui beni confiscati alla criminalità organizzata, conclusasi con la con la Conferenza nazionale “Le mafie restituiscono il maltolto. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati per la legalità, lo sviluppo sostenibile e la coesione territoriale”, che si è tenuta il 1 marzo in Campidoglio a Roma.
In Lombardia si contano 958 beni confiscati, di cui ben 585 solo a Milano. Le istituzioni del territorio milanese stanno svolgendo un’importante opera di controllo di tutto il grande cantiere dell’EXPO 2015, che sinora ha portato ad estromettere dai lavori 42 aziende risultate non in regola con i protocolli fissati per le attività.
Per rimarcare la centralità del tema del lavoro, si segnala l’iniziativa di Libera presso l’Università Statale di Milano, dal titolo: “Quale gestione per le aziende confiscate”. Tra i relatori Nando dalla Chiesa, Davide Pati, don Virginio Colmegna, Antonio Calabrò, Stefania Pellegrini.
Libera è impegnata anche in vista delle elezioni europee per creare una rete capace di incidere sulle istituzioni, per parlare di welfare e di sostegno a chi non ha lavoro. A tale scopo è nata l’iniziativa “Miseria Ladra”. La povertà è la peggiore delle malattie, perché senza uguaglianza e giustizia sociale si lascia spazio all’illegalità.
Il 24 febbraio 2014 anche l’Europa (qui e qui) si è dotata di una normativa in tema di confisca di beni alla criminalità organizzata, sebbene solo dopo sentenza definitiva passata in giudicato.

Il tema della legalità dev’essere centrale, perché non si tratta solo di criminalità organizzata, ma di rispetto delle regole: se viene meno si crea una frattura nel rapporto di fiducia cittadini-rappresentanti politici, che consente alla criminalità di infiltrarsi nelle istituzioni. Prevedere uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, varato quando Maroni era ministro dell’Interno, significa legittimare un comportamento illegale e derubricarlo. Un pericoloso precedente e un esempio da non ripetere.

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Marciare…. per tornare indietro? Rispondiamo a chi marcia contro l’autodeterminazione delle donne

Condivido questo post perché dobbiamo marciare affinché il diritto all’autodeterminazione della donna venga rispettato e che vengano salvaguardate la salute riproduttiva della donna e la 194. Dobbiamo guardare al futuro e non ripiombare in un passato di repressione e di colpevolizzazione.

Ex UAGDC

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Noi di Un Altro Genere di Comunicazione ci siamo spesso occupate di tematiche relative all’Interruzione Volontaria di Gravidanza, soprattutto da quando i segnali in Europa e in Italia al riguardo sono diventati sempre più allarmanti.

E così ci è capitato di partecipare a sit-in o eventi di vario genere a risposta dei nostri ormai conosciutissimi membri del Comitato No.194.org che ogni due mesi pregano davanti agli ospedali pubblici “in riparazione dell’aborto e dell’eutanasia”.

Abbiamo anche creato un blog che si occupa di “contronarrazioni” sull’aborto per sottolineare come sia prezioso il diritto di scelta in tema di maternità e con l’intento di smascherare la retorica dei vari gruppi di pro-life che vorrebbero raccontarci come l’aborto sia sempre e comunque un enorme dolore per tutte le donne che lo scelgono e che vorrebbero dimostrarci che dare alla luce un bambino non desiderato sia sempre e comunque meglio di interrompere la gravidanza nei limiti…

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Macchine o galline in batteria?

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Ecco cosa accade quando si fanno le larghe intese, non solo per caso, ma si reitera e si fa il bis. Accade che dobbiamo convivere con posizioni come quelle del ministro Lorenzin che si esprime così in questa intervista al quotidiano l’Avvenire:

“Già, i bambini. Devono tornare a nascere e serve educare alla maternità. Ho in testa una nuova sfida, un grande piano nazionale di fertilità. Il crollo demografico è un crollo non solo economico, ma anche sociale. È una decadenza che va frenata con politiche di comunicazione, di educazione e di scelte sanitarie. Bisogna dire con chiarezza che avere un figlio a trentacinque anni può essere un problema, bisogna prendere decisioni per aiutare la fertilità in questo Paese e io ci sto lavorando. Sia chiaro: nessun retropensiero e nessuno schema ideologico, ma dobbiamo affrontare il tema di un Paese dove non nascono i bambini”.

La medesima notizia su Zenit.
Scarsa natalità? Calo demografico? Una soluzione degna del Ventennio, quando si incentivavano le nascite e si chiamavano i figli Benito. Una rieducazione alla maternità, un grande piano nazionale di fertilità. Cosa facciamo, mettiamo le donne in batteria, come le galline? Se poi affrontiamo la questione della maternità in età sempre più elevata, il ministro deve anche ricordarsi che si diventa mamme più tardi perché il lavoro è precario, scarso, mal retribuito e la stabilizzazione stenta ad arrivare, se arriva. Siamo un paese in cui i servizi di sostegno scarseggiano e le politiche di conciliazione e di condivisione sono chimere.
C’è chi non ci sta e protesta, come il coordinamento calabrese 194 che dichiara CARA LORENZIN, NON SIAMO MACCHINE PER LA RIPRODUZIONE!!!

“L’educazione che andrebbe fatta alle nuove generazioni di donne, e di uomini, non è quella alla maternità ma quella alla consapevolezza del proprio corpo, alla sessualità, all’autodeterminazione”.

Vi consiglio di leggere interamente il testo del coordinamento: contiene i punti essenziali su cui dovremmo chiedere interventi a questo governo. Si tratta di non lasciar passare politiche reazionarie e chiedere un rafforzamento delle tutele e delle garanzie previste dalla 194, passando per una legge seria sulla fecondazione assistita, che sani l’obbrobrio della Legge 40. Difficile con le larghe intese? Quasi impossibile, forse. Ma non per questo dobbiamo demordere.

Qui il video della protesta del coordinamento calabrese 194.

Ringrazio WOMENAREUROPE.

 

Aggiornamento del 03.04.14

Ne parla anche Marina Terragni nel suo post di oggi.

Insieme a Manuela Campitelli qui su ZEROVIOLENZADONNE.

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12 aprile.. cosa si muove a Milano

Purtroppo nel 2014 accade questo, a Milano. L’attacco alla 194 sembra non conoscere tregua. L’autodeterminazione della donna è in pericolo. Dobbiamo vigilare e non lasciare che questi episodi minino una delle leggi migliori al mondo sulla salvaguardia della salute riproduttiva della donna e per una maternità consapevole.

Nel blog di Eleonora Cirant trovate un po’ di news in tema di salute riproduttiva e 194.

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SOS imbecilli

SOS

Tra tante app non poteva mancare questa: SOS PMS. La sigla indica la sindrome premestruale e l’applicazione promette di aiutare i poveri maschietti ad affrontare le pericolose e insopportabili donne in quei giorni. La cosa sembra scherzosa, ma non lo è, soprattutto se osserviamo tutto l’impianto di marketing per il lancio. In un clima oscurantista e pieno di pregiudizi ci mancava anche uno strumento per maneggiare con cautela l’isteria femminile per tutta la durata del ciclo. Sono lontani i tempi delle mobilitazioni femministe, oggi tutto passa in sordina e non ci indigniamo più se qualcuno fa certe battutine e allusioni, tra l’altro prive di fondamenti scientifici. Tra l’altro la cosiddetta sindrome varia da donna a donna e da periodo a periodo. L’idea veicolata è veramente preoccupante e disgustosa. Le donne appaiono come un disastro per la storia e l’umanità, origine di tutti i maggiori conflitti, malefiche streghe in preda agli ormoni. Ma dico io, i maschietti non hanno gli ormoni? I maschietti quando hanno mal di testa, mal di pancia sono tutti vispi e sorridenti, disponibili e tranquilli? Credo proprio di no. Se a questo aggiungessimo le perdite ematiche mensili, come si sentirebbero? Provare per credere.

La cosa ignobile è che dietro tutto questo c’è un integratore a base di magnesio, venduto specificatamente per la sindrome premestruale. Me lo hanno appioppato, perché lamentavo mal di pancia e di testa, ma sono soldi buttati via. Credetemi! Meglio una cioccolata calda che ti mette di buon umore.

Ringrazio il sito http://comunicazionedigenere.wordpress.com per la segnalazione.

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L’attrattiva europea

serata Europa

Ieri 1 aprile, ho partecipato a un incontro dal titolo “In Europa: lavoro, diritti, democrazia“, con la partecipazione degli eurodeputati Patrizia Toia e Antonio Panzeri. La serata è stata ricca di spunti e vorrei riassumervela.

Ma vorrei fare una constatazione preliminare. Il tema europeo è poco attraente, la sala non era piena e il pubblico era composto da persone fortemente motivate e abituate a una partecipazione politica attiva. Mancava nettamente la componente giovanile, il che la dice lunga. Triste dover ammettere che le giovani generazioni latitano quando ci sono queste occasioni e ci si chiede dove siano e perché il PD fatichi a interloquire con loro. Forse la disaffezione a certi temi è più grave di quanto si pensi e anche la voglia di confrontarsi è un po’ in sordina. Avremmo probabilmente dovuto mantenere un contatto più diretto e costante con i temi europei e non riprenderli solo a ridosso delle elezioni. Abbiamo lasciato spazio a posizioni euroscettiche, che hanno usato l’UE come capro espiatorio dei nostri problemi e della crisi. Non abbiamo saputo chiarire che fuori dall’Euro non c’è il paradiso, ma un deserto di lire svalutate.

Abbiamo dimenticato il lungo periodo di pace che l’Unione ci ha garantito. L’Unione ha rappresentato un motore potentissimo di democratizzazione di molti paesi (Spagna, Portogallo, Grecia e Est europeo). Negli ultimi anni si è affermata anche in Europa una visione liberista, individualista, nazionalista, a salvaguardia degli interessi dei singoli stati, che ha influito anche sullo sviluppo o mancato sviluppo del progetto europeo. Il metodo comunitario, con un ruolo centrale della politica, con un Parlamento e una Commissione forti, è stato soppiantato da una prassi che ha visto la supremazia del Consiglio e quindi subordinata alle volontà dei singoli governi statali. Senza la dimensione politica è difficile far crescere le comunità, avvicinare i cittadini all’Europa. L’On. Toia ha sottolineato la necessità di un progetto meno oligarchico dell’Europa, con una gestione federalista che valorizzi le autonomie e sappia fare da volano per le economie in sofferenza. Nell’ultima legislatura è emersa l’inadeguatezza della costruzione, sono state compiute scelte sbagliate, c’è stata una perdita di competitività delle imprese italiane. L’Europa si è preoccupata di debito e PIL, di meri numeri e fiscal compact da rispettare, senza interrogarsi su come un Paese cresce e produce. Occorre ribadire che l’origine della crisi finanziaria ed economica è stata negli USA.

Con la prossima legislatura il PSE potrebbe avere la maggioranza in Parlamento e quindi i meccanismi potrebbero cambiare rispetto al quinquennio precedente, caratterizzato da un PPE molto forte. Altro elemento di squilibrio è stato un allargamento dell’UE forse troppo precipitoso, che ha aperto a economie molto diverse. La struttura europea non ha saputo attrezzarsi per tempo e adeguarsi a queste nuove sfide: non abbiamo operato una convergenza fiscale, economica e del mercato del lavoro. Non abbiamo messo in sicurezza l’edificio, prima che arrivassero le tempeste. Panzeri esorta ad andare oltre l’austerità, per un rilancio di una nuova politica economica, che metta al centro il lavoro e salari dignitosi. Inoltre, auspica che si proceda verso una politica estera e di difesa comuni, che siano in grado di essere attive in momenti di crisi come quello ucraino. È importante che permanga una libera circolazione delle persone, perché se sono solo i capitali a muoversi, il progetto europeo è fallito. Panzeri guarda all’UE come un importante strumento per risolvere le crisi: risolvere i problemi dei paesi confinanti con l’Unione equivale a risolvere anche parte dei problemi dei nostri paesi. Il ruolo europeo dev’essere forte, visto il ritiro progressivo degli USA da molte aree di crisi. Dobbiamo essere lungimiranti, specialmente in un contesto in cui Russia e Cina giocano un ruolo crescente a livello geopolitico ed economico.

Dalla serata emerge un Panzeri che ha le idee chiare sulle strategie di politica estera, recupera precedenti storici, analizza le dinamiche interne ed esterne all’Unione, si dimostra immerso a pieno titolo in un contesto sovranazionale. Dimostra di avere una capacità di analisi e di lettura non comuni. Dovremmo averne cento di politici di questo tipo. Dobbiamo completare il progetto europeo, dobbiamo interrogarci su quale Europa vogliamo si crei, con che strumenti. La cessione di sovranità se accompagnata da meccanismi democratici non può essere vista come un pericolo. Dobbiamo interrogarci su quali strumenti mettiamo in campo per la crescita e per uscire dalla crisi.

Patrizia Toia porta sul campo alcuni spunti importantissimi su cui lavorare:
Eurobond, recupero dei capitali evasi e portati nei paradisi fiscali, lotta al dumping fiscale, maggiore trasparenza fiscale. È necessario smetterla di interrogarsi su quali paesi vengono avvantaggiati da determinati progetti per lo sviluppo, il sostegno all’innovazione o su temi come il “made in”: lo sviluppo è una questione comune, non dei singoli stati.
L’Europa ci ha consentito una sicurezza democratica e sociale non da poco. Dobbiamo raccontare questi e tutti gli altri aspetti positivi dell’Unione. Affinché non siano gli euroscettici ad avere la meglio e ad affossare l’intero progetto europeo.
Vi allego il manifesto del PES per le prossime europee. #knockthevote FOR MARTIN SCHULZ!

 

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Nasko e Cresco

DAISY

Oggi ho letto questo articolo sul giro di vite deciso dalla Regione Lombardia in merito ai fondi Nasko e Cresco, a favore di donne in difficoltà economiche in attesa di un figlio.

In pratica la giunta Maroni ha deciso di fissare un paletto di 5 anni di residenza come pregiudiziale per accedere ai fondi. Questo è già un aspetto diabolico, ideologicamente partorito da menti insane, alimentato da una visione xenofoba delle tutele. Ma, la questione che mi porta ad avere un ulteriore disturbo gastrico è proprio sull’istituzione di questi fondi e come vengono erogati. Mi sembra veramente assurdo che venga previsto un sostegno economico subordinato all’espressione della volontà di abortire. In pratica, accade che se una donna va ad abortire, le viene proposto di accedere ai fondi Nasko e Cresco, al fine di recedere dal suo intento. Mi chiedo, ma se una donna ha deciso per la IVG, perché metterla sotto pressione, paventandole un contributo economico? Tutto rientra in un approccio perverso alla maternità. Questi fondi possono innescare meccanismi non esattamente puliti. La genitorialità non può essere subordinata a una sorta di assegno temporaneo, deve essere una scelta consapevole e slegata da qualsiasi logica pecuniaria. Cosa accade, quando si interrompono gli assegni? Non capisco la logica che lega la maternità a un assegno di denaro, al giorno d’oggi. In pratica, lo stato ti elargisce un sostegno solo se prima dichiari di voler interrompere la gravidanza. Ma ci rendiamo conto? Per assurdo, questo incentivo non spetta a coloro che pur avendo condizioni disagiate, decidono comunque di avere il bambino. Quindi, se sei a conoscenza dei fondi e dei loro meccanismi, è vivamente consigliato di fare la pantomima di voler ricorrere all’IVG, altrimenti niente soldini. Trovo questo meccanismo terribile.

Ora con questo limite dei 5 anni di residenza, verrebbero escluse proprio coloro che avrebbero maggior bisogno di tutela. Vergognoso.

Inoltre, chiediamo che venga cancellata la condizione preliminare (aver dichiarato di voler interrompere la gravidanza) per accedere ai fondi. Se davvero vogliamo aiutare le donne.

Deve essere un sostegno alla maternità, a priori e incondizionato. Altrimenti è propaganda e diventa uno strumento altamente pericoloso.

 

Ringrazio http://www.zeroviolenzadonne.it per la rassegna stampa da cui ho tratto l’articolo allegato.

 

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