Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

I gradienti della libertà di espressione

Fino a che punto si può spingere la libertà personale? Vi sono motivi per cui anche la libertà di espressione rischia di minare la democrazia. Di per sé la libertà di espressione è certamente un valore, ma quando questa è adoperata da gruppi di potere per indirizzare l’opinione pubblica, le cose si complicano. Questa libertà rappresenta un’esigenza di “tolleranza integrale” (e la contempo di relativismo dei valori) e rischia perciò di lesionare le basi stesse su cui si fonda una società (i valori condivisi). Ma come individuare i limiti della libertà di espressione? Un primo livello riguarda il “luogo” dell’espressione: volontà o meno del ricevente, platea di ascolto, scientificità della pubblicazione ecc. Un secondo livello riguarda i rapporti di potere. Tzvetan Todorov propone una possibile quantificazione per valutare e stabilire i limiti della libertà di espressione, che consiste nel rapporto tra il potere di colui che si esprime e quello dell’oggetto della sua espressione. Come esempio: caso a) una figura in posizione di debolezza attacca un uomo che occupa una posizione socio-economica rilevante; caso b) lo stesso uomo di potere attacca a reti unificate un uomo in posizione di debolezza. Il secondo caso sarà più facilmente stigmatizzabile e in qualche modo avrà oltrepassato i limiti che si richiedono a una persona che occupa un ruolo di riferimento. Inoltre, questa libertà deve essere effettiva (i politici e chi detiene il potere mediatico hanno molta più voce dei cittadini comuni: il blog di Grillo e uno di Pinco Pallo non partono dallo stesso gradino di visibilità, successo e disponibilità finanziarie). Per esempio, poniamo il caso della volpe nel pollaio: non possiamo affermare che la volpe sia libera di entrare nel pollaio perché le galline sono libere e in grado di difendersi. Su internet è chiaro che avendo una platea sterminata, le parole che si dicono hanno anche più potere e possono essere anche più violente perché i social hanno privilegiato l’anonimato, il diritto alla privacy, piuttosto che il diritto a non essere oltraggiati e vilipesi. La libertà di espressione si è rivelata un’arma a doppio taglio, per coloro che usano internet e che sono in una posizione sociale “debole”. Anche in questo ambiente artificiale, stando alle notizie ricorrenti, esiste una particolare predilezione per una “facile” violenza sulle donne, che spesso viene classificata dalle autorità di polizia come una eccessiva sensibilità femminile nei confronti di minacce e aggressioni verbali sui social. In merito vi suggerisco questo articolo di Amanda Hess su Pacific Standard (1) e il libro di Laurie Penny “Cybersexism: Sex, Gender and Power on the Internet”. Anche il confine tra cosa costituisce una molestia online e cosa no diventa labile, plasmabile a seconda di quanta apertura e interazione ci viene richiesta dai web tools che adoperiamo. Se poi, per ragioni professionali, ci troviamo a dover essere online e a non poter staccare lo spinotto, la situazione potrebbe diventare insostenibile e discriminatoria. Forse non è ancora avvenuta la traslazione di alcuni reati (come le molestie) ai social network, ma sarebbe opportuno interrogarci su come sono cambiati i rapporti di forza tra le persone e come questi rapporti possano avere gradienti diversi a seconda delle piattaforme (reali e virtuali) in cui avvengono le relazioni e le comunicazioni umane. Rendere il web del tutto identico alla realtà è un processo irreversibile, in cui tutto può avvenire, poiché può accogliere ed espandere a dismisura sia gli aspetti positivi e i valori, sia i disvalori e i pregiudizi del passato. Il web non può che essere lo specchio di ciò che siamo. Pensare che il nuovo luogo virtuale possa far mutare la mentalità in un paio di lustri e aprire a nuovi orizzonti più “pacifici” nei rapporti umani è un sogno che manca di realismo. Se mai avverrà, sarà un processo lento e lungo, ma che non potrà passare per una blindatura o l’affermazione di uno stato di polizia della nuova dimensione virtuale, pena la sua sopravvenuta morte per asfissia dello stesso contenitore.

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Genitori single

Si parla sempre di come sia difficile conciliare famiglia e lavoro. Ma spesso si sottintende una famiglia composta da due individui. Le cose si complicano a dismisura se il genitore è da solo e non può contare sull’assistenza e sull’aiuto di parenti, partner e amici per la gestione del quotidiano. Qui si apre una vera e propria voragine di crisi e il gioco degli equilibrismi tra casa e lavoro può diventare insostenibile. Specialmente in questo periodo di elevata disoccupazione e di contratti precari. Per questo mi sembra utile segnalarvi un gruppo, Rete Interattiva, che si occupa di fare rete e sostenere queste situazioni, che coinvolgono donne e uomini. Si esita a chiedere aiuto ai servizi sociali per paura di essere sottoposti a verifiche sulle proprie capacità di genitori. In Italia i nuclei monogenitoriali sono soggetti alle stesse tutele delle famiglie numerose, ma occorrerebbe prevedere una gestione ad hoc. Ci sono ancora troppi pesi che allontanano i genitori dal piacere di godersi i figli in serenità e li obbligano ad occuparsi di questi affanni quotidiani.

 

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La tecnologia e il cambiamento che (non) fanno paura

Il mio ragionamento parte da questo articolo. La spinta al cambiamento e ad adattarvisi cambia da persona a persona. Ci sono gli entusiasti e coloro che mantengono sempre un certo scetticismo e distanza quando arrivano delle novità. Questo aspetto è amplificato quando si tratta di tecnologie, specie se coinvolgono le nostre abitudini nelle modalità di comunicazione. La resistenza, la riluttanza a priori portano a rimandare le decisioni e ad arrivare in ritardo sulle scelte. Anche un eccesso di prudenza, una sottovalutazione della portata di una novità possono fare danni, soprattutto in un contesto come il nostro, dove ogni cosa viaggia alla velocità della luce. Si rischia di perdere il treno della ripresa anche perché si è giunti tardi a innovare. Attendere immobili è rischioso almeno quanto il seguire la corrente d’istinto. Ma se si resta fermi, il treno ci passa davanti e noi non possiamo fare altro che salutarlo, rimanendo nel pantano. Neofili e neofobi saranno compresenti in eterno, la questione è che non ci si può chiudere a riccio, stare sempre sulle barricate e giustificare il nostro immobilismo nel nome del rispetto della tradizione. Sono solo delle blande autoassoluzioni. In realtà,  ci si condanna a essere periferici. Un Paese senza spinte propulsive al suo interno non ha prospettive. Un Paese che non investe nelle sue fasce più giovani e in chi ha voglia di fare, ma ne soffoca le aspirazioni e tende ad appiattire le aspettative, si è appena infilato in un cul de sac.

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YO DECIDO: un giro per l’Italia il 1 febbraio

Decido io, un segnale importante.

womenareurope

Questo è un primo mix di foto della piazze d’Italia fatto il 1 febbraio con le immagini che ci avete mandato, ne aspettiamo altre, anche dall’estero!

Cliccate qui per vederle tutte:

http://womenareurope.wordpress.com/foto-e-altro-dal-1-febbraio/

 Stefania decide

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L’arte della traduzione

Le lingue sono il crogiuolo delle culture e dei popoli che le hanno generate e adoperate nel corso dei secoli. Ci sono delle abitudini, delle soluzioni, delle scelte linguistiche che sono gli abiti e l’essenza di un popolo. Quindi, cosa c’è di più complicato del mestiere del traduttore? Tradurre è passare attraverso mondi, universi diversi dai nostri, assaporarne i contesti, i suoni, i profumi e renderli in un’altra lingua. È un processo creativo delicatissimo, perché ci sono lingue più “asciutte” e altre che hanno una complessità che implica l’uso di più parole per comunicare lo stesso concetto. Vi segnalo questa intervista a Antony Shugaar, traduttore statunitense di opere italiane, che sostiene che:  “tradurre è come “camminare su un’autostrada, laddove leggere significa guidare a cento all’ora”, e a volte devi fermarti e fare un giro nel panorama intorno”. Il traduttore respira l’aria di tutto il libro e ne deve rendere l’atmosfera a chi poi leggerà. “Spesso si parla di parole intraducibili (“untranslatable words”), ma in un certo senso non esistono parole intraducibili. Possono servire tre parole, o una frase intera, o un paragrafo aggiuntivo, ma qualsiasi parola può essere tradotta. A meno di non trasformare un libro in un’enciclopedia, però, non c’è modo di risolvere il problema più grosso: i mondi intraducibili (“untranslatable worlds”)”.

Vi lascio con questa riflessione di Lucy Greaves: “I think it’s important to recognise that translation is about making creative decisions, particularly when so-called untranslatable words are concerned. Good translation shimmies its way round untranslatable words in a host of different ways, and we have to be aware that every word that we read in a translation has been chosen for a reason, in order to create a certain effect and to work as part of a whole. Just like the words in any piece of good writing, really”. Qui l’intero articolo.

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Sei povero? Sei un onere indesiderato..

L’Unione Europea e con essa il suo spirito originario navigano in serie difficoltà, se accadono certe cose. Sembra che in tempi di crisi nessuno abbia più voglia di questa Europa, con i suoi diritti e le frontiere aperte. Nessuna solidarietà, se non produci e non generi ricchezza, nessuna pietà o spirito di accoglienza sono più ammessi. I tempi degli abbracci comunitari sembrano sul viale del tramonto. Sono 2.712 i cittadini (265 italiani) dell’Unione che nel 2013 si sono visti recapitare un decreto di espulsione dalle autorità belghe. Sì, il Belgio si comporta così con coloro che  sono privi di risorse necessarie per assicurare il loro mantenimento e quello dei familiari: sono un peso insostenibile per il welfare belga. Se non lavori da tempo e usufruisci  di sostegni sociali, viene emessa un’ordinanza di espulsione, che può essere accettata o meno. In pratica non ti mettono su un aereo per rispedirti a casa, ma agiscono in maniera tale che tu non abbia alternative. Le autorità agiscono in modo subdolo, rendendoti un fantasma, un clandestino comunitario: in un Paese dove è essenziale avere un contratto di locazione o di proprietà per registrarsi in Comune e poter accedere alla sanità, all’istruzione ecc. In pratica vieni cancellato dai registri ufficiali. Il Belgio applica alla lettera la direttiva comunitaria 2004/38/CE, articoli 7 e 14. Dopo i primi tre mesi di soggiorno, devi soddisfare uno dei seguenti requisiti: lavorare o essere in cerca di lavoro se rimasto disoccupato, avere risorse sufficienti per mantenersi, avere un’assicurazione sanitaria per evitare di diventare un onere per l’assistenza sociale statale durante il soggiorno, essere studente. Ma la direttiva in questione ha degli aspetti ambigui: “riconosce il diritto di soggiorno del cittadino dell’Unione il quale, dopo avere esercitato un’attività lavorativa, si trovi in stato di disoccupazione o sia iscritto presso un ufficio di collocamento”. Al punto 3 dell’articolo 14: “Il ricorso da parte di un cittadino dell’Unione o dei suoi familiari al sistema di assistenza sociale non dà luogo automaticamente ad un provvedimento di allontanamento”.  Il deputato socialista dei francesi del Benelux Philip Cordery ha protestato, ma chi si occupa della questione ha preferito non rispondere. Intanto, questa prassi rischia di fare proselitismo: in Baviera se ne inizia a parlare. Cosa facciamo, chiudiamo le frontiere e lasciamo che la meravigliosa idea di Europa unita perisca per una sorta di neo-egoismo dei popoli europei?

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Al lavoro sullo smartwork

Il prossimo 6 febbraio Milano inaugura la giornata del lavoro agile. Ossia, un esperimento a cui hanno aderito numerose aziende e che dovrebbe servire ad accendere l’attenzione sul tema del telelavoro o lavoro in remoto da casa. Secondo il Politecnico se la verifica dei superiori è solo sui risultati, non sui tempi dell’organizzazione, la produttività sale del 5,5% insieme alla motivazione. Così si abbattono i tempi per gli spostamenti, l’inquinamento, i costi per i buoni pasto, i tempi morti in ufficio e si riesce a conciliare meglio lavoro e famiglia.

Ma cosa si muove a Roma? È stata presentata la proposta di legge tripartisan sullo smartwork firmata da Alessia Mosca (Pd), Irene Tinagli (Scelta Civica), Barbara Saltamartini (Nuovo Centrodestra). Lo stesso trio ha presentato anche emendamenti al decreto Destinazione Italia. Se approvati, permetteranno l’accesso a forme di credito d’imposta alle aziende che vogliono allestire postazioni di lavoro domestiche.

Intanto sembra che anche la squadra di Matteo Renzi, con la Madia in testa, sta lavorando per promuovere lo smartwork. Infatti la responsabile Lavoro della segreteria del Pd ha dichiarato “Si tratta di uno strumento interessante che può favorire la conciliazione famiglia-lavoro, per questo mi auguro che entri anche nel cosiddetto contratto di governo”. La scoperta dell’acqua calda. E se lo dice la Madia, stiamo freschi.

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