Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Una risoluzione contro la violenza

Lo scorso 25 febbraio, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla “Lotta alla violenza contro le donne”.

Il testo contiene la richiesta di una direttiva e una serie di proposte per la definizione di nuovi strumenti legislativi connessi a sette temi principali: standard minimi di difesa delle vittime di violenza, prevenzione e controllo della violenza sulle donne, creazione di sistemi nazionali coerenti ed equivalenti fra loro, coordinamento a livello UE della lotta alla violenza sulle donne, condivisione delle buone pratiche, creazione di un forum della cittadinanza e delle associazioni, creazione di un supporto finanziario per il meccanismo di uguaglianza di genere.

Un gruppo di eurodeputate, tra cui Patrizia Toia, in occasione della presenza dei commissari nei dibattiti in Aula, ha richiesto che l’Unione Europea abbia un ruolo più attivo nel far ratificare la Convenzione di Istanbul.

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Iniziamo dalla parità retributiva

Vi riporto la lettera dell’europarlamentare Patrizia Toia, in merito alla quarta giornata europea per la parità retributiva che si celebra oggi. In un contesto italiano veramente terrificante, penso sia opportuno riflettere. Noi donne penalizzate ma necessarie, in un continuo sbilanciamento di ruoli e trattamenti. In un contesto in cui si fa strada il regime dei contratti aziendali, risulta sempre più arduo garantire dei diritti uguali per tutti e tutte.

Per la seconda volta si è scelto come data il 28 febbraio, che corrisponde al 59° giorno dell’anno, perché 59 sono i giorni che una donna dovrebbe lavorare in più per guadagnare quanto un uomo.

In Europa, infatti, secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione Europea, le donne continuano a lavorare 59 giorni a salario zero.

Il differenziale retributivo di genere, cioè la differenza media tra la retribuzione oraria di uomini e donne nell’intera economia, è rimasto quasi immutato negli ultimi anni ed è ancora del 16% circa (attestandosi al 16,4%, come l’ anno precedente).

Il divario retributivo di genere è la differenza tra il salario orario medio lordo degli uomini e quello delle donne nell’intera economia dell’Unione, espresso come percentuale del salario maschile.

Gli ultimi dati indicano appunto, per il 2012, un differenziale retributivo medio del 16,4% nell’Unione europea e confermano una stagnazione dopo la lieve tendenza al ribasso degli ultimi anni rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti.

In Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Austria, nei Paesi Bassi e a Cipro si registra una costante riduzione del divario, mentre altri paesi (Polonia, Lituania) hanno invertito la tendenza al ribasso nel 2012. In alcuni paesi, come l’Ungheria, il Portogallo, l’Estonia, la Bulgaria, l’Irlanda e la Spagna, negli ultimi anni il differenziale retributivo di genere è aumentato.    

La tendenza al ribasso è riconducibile a una serie di fattori, come l’aumento della percentuale di lavoratrici con un più elevato livello di istruzione e l’impatto della recessione economica, che è stato più forte in alcuni settori a prevalente manodopera maschile (edilizia, ingegneria). Pertanto, questo lieve livellamento non è imputabile esclusivamente ad aumenti della retribuzione femminile o a un miglioramento delle condizioni di lavoro delle donne.    

In una relazione del dicembre 2013 sull’attuazione delle norme UE sulla parità di trattamento di uomini e donne in materia di impiego (direttiva 2006/54/CE), la Commissione ha constatato che la parità retributiva è ostacolata da una serie di fattori: sistemi retributivi poco trasparenti, assenza di chiarezza giuridica nella definizione di “lavoro di pari valore” e ostacoli procedurali. Riguardo a tali ostacoli, ad esempio, le vittime di discriminazioni retributive non sono sufficientemente informate su come presentare un ricorso efficace e non sono disponibili dati sui livelli salariali per categoria di dipendenti. Una maggiore trasparenza dei sistemi salariali permetterebbe raffronti immediati tra le retribuzioni dei due sessi, favorendo così le rivendicazioni da parte delle vittime.    

La Commissione sta attualmente valutando i possibili interventi a livello europeo per accrescere la trasparenza salariale e ridurre così il differenziale retributivo di genere, contribuendo a promuovere e facilitare l’effettiva applicazione del principio della parità retributiva.    

Vale la pena di ricordare che la parità retributiva è sancita dai trattati sin dal 1957 e trova attuazione nella direttiva 2006/54/CE sulla parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.    

Oltre a monitorare la corretta applicazione della normativa, l’Europa è intervenuta costantemente su tutti i fronti per colmare il divario retributivo. Tra gli interventi voglio ricordare l’iniziativa Equality Pays Off (L’uguaglianza paga) portata avanti nel 2012 e nel 2013, che ha sostenuto i datori di lavoro impegnati a ridurre il divario retributivo di genere con l’organizzazione di seminari e formazioni, le raccomandazioni specifiche per paese formulate ogni anno nel quadro del semestre europeo, che richiamano l’attenzione degli Stati membri sulla necessità di affrontare il problema del divario retributivo, le giornate europee per la parità retributiva, lo scambio di buone prassi, il finanziamento di iniziative degli Stati membri attraverso i Fondi strutturali e le azioni della società civile.    

Vi segnalo anche alcuni esempi di buone pratiche che promuovono la parità retributiva a livello nazionale, presenti in altri Paesi dell’UE:    

nel 2012 il Parlamento belga ha adottato una legge che obbliga le imprese a condurre, ogni due anni, analisi comparative della struttura salariale. Il Belgio è anche il primo paese dell’UE ad avere organizzato (nel 2005) una giornata per la parità retributiva;    

il Governo francese ha rafforzato le sanzioni per le aziende con più di 50 dipendenti che non rispettano gli obblighi in materia di parità di genere. Per la prima volta, a seguito di un decreto del 2012, nell’aprile 2013 due imprese sono risultate non conformi alla normativa sulla parità retributiva;    

la legge austriaca sulle pari opportunità impone alle imprese di presentare relazioni sulla parità retributiva. Le disposizioni, introdotte gradualmente, si applicano attualmente alle imprese con più di 250, 500 e 1 000 dipendenti, mentre quelle con più di 150 dipendenti dovranno adeguarsi a partire dal 2014;    

con la risoluzione dell’8 marzo 2013, il Portogallo ha introdotto misure volte a garantire e promuovere la parità tra uomini e donne sul mercato del lavoro, in termini sia di opportunità che di risultati, anche attraverso l’eliminazione dei divari salariali; tali misure includono l’obbligo per le imprese di rendere conto in merito al differenziale retributivo di genere.    

Allego le statistiche in merito al divario retributivo.

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L’Europa che vogliamo

UE

Ieri sera ho partecipato alla presentazione, a Milano, dei risultati dell’indagine “L’Europa che vogliamo”, patrocinata dagli europarlamentari Antonio Panzeri e Patrizia Toia, con la partecipazione dell’On. Hannes Swoboda, presidente del gruppo S&D (il gruppo di cui ha fatto parte il PD, sino all’ammissione ormai ufficiale nel gruppo PSE) al Parlamento europeo. L’idea ricalca lo slogan ulivista che qualcuno ricorderà.. In pratica, dalla scorsa estate è girato un camper per la Lombardia, che si è recato presso i mercati rionali e ha raccolto opinioni in merito al progetto europeo (1.700 questionari raccolti). La base degli intervistati è quasi prettamente composta da persone vicine al PD. Il questionario era disponibile anche online e c’era anche una pagina FB. Ha girato poco nei circoli PD, sempre a causa di una strana disconnessione dalla realtà che affligge un gran numero di circoli. Vorrei riassumervi il contenuto della serata. Sicuramente siamo di fronte a una crisi strutturale dell’UE, che se non correttamente affrontata potrebbe costituire una battuta d’arresto per l’intero progetto. Quindi urge un intervento, che completi l’architettura europea, che costruisca uno scheletro istituzionale adeguato, che detti una linea politica, economica, sociale e democratica di partecipazione. L’Europa deve tornare ad essere una realtà che può realizzare qualcosa di positivo non solo per le prossime generazioni, ma anche per tutti coloro che hanno bisogno di sostegno ora, donne, anziani, bambini. Dev’essere quindi un lavoro per superare l’euroscetticismo, innanzitutto. Tra le conquiste principali raggiunte, gli intervistati hanno scelto: la libera circolazione sul territorio europeo, aver assicurato un periodo di pace, euro e mercato comune. In un gioco di accostamento, l’idea di UE è legata strettamente alle parole opportunità, pace e burocrazia. Quest’ultima parola detta un po’ il segno di come ultimamente viene presentata l’Unione: un pachiderma di direttive che si aggiunge a quelle nazionali. In realtà questo comune sentire è foraggiato da una mancanza di informazione adeguata, di cui si lamentano gli intervistati. Si parla di Europa solo in momenti di crisi e per sottolineare le sue debolezze. Tra i programmi europei più conosciuti emergono l’Erasmus, i FSE, i programmi per la ricerca, Leonardo. Quello di cui ci sarebbe bisogno è un programma Erasmus allargato alla dimensione lavorativa. Perché tra i temi più urgenti c’è proprio il lavoro o la sua cronica mancanza. Occorre concentrarsi al fine di trovare soluzioni comuni a questa piaga. Occorre investire in ricerca, innovazione, sviluppo, istruzione perché si possa competere a livello globale, come suggerisce l’attento e preparato Swoboda. Siamo all’incirca il 7% della popolazione mondiale e solo se siamo competitivi in innovazione possiamo sperare di incidere nel mondo globalizzato. Lo si può fare rimanendo uniti, spingendo per l’affermazione dei diritti umani, della pace, di un serio approccio ai cambiamenti climatici. Dobbiamo diffondere il modello di welfare europeo. In Europa ci sono molteplici identità, che devono arrivare a lavorare insieme, unite per poter contare qualcosa nel mondo di oggi e di domani. Questa è la sfida vera. L’On. Swoboda ci spinge a guardare agli aspetti meno ovvi e ad evitare considerazioni comode. Dobbiamo essere realisti e cambiare la sostanza delle nostre politiche nazionali ed europee. Senza un approccio unitario non si può sperare di resistere a lungo. Dal suo intervento ho capito cosa manca ancora a buona parte della nostra classe politica: il coraggio delle proprie idee, una forte cultura realmente socialista, una preparazione corposa su temi globali, insomma una visione d’insieme e chiarezza di intenti.

Manca un’unità d’intenti vera, mancano istituzioni efficienti e democratiche, mancano i grandi ideali, manca la dimensione sociale: sono queste, in ordine di rilevanza, le mancanze che gli intervistati segnalano. Quindi manca una visione coesa di Europa. Bisognerebbe impegnarsi maggiormente nel decidere preventivamente quali politiche adottare in Europa. I cittadini lamentano una scarsa propensione alla pianificazione intelligente del modo in cui i politici nazionali si confrontano con le politiche comunitarie. Ci si concentra sui problemi nazionali e si perdono di vista le opportunità europee. L’Europa manca di incisività perché sono ancora troppo prevalenti gli interessi nazionali. Quindi cosa vogliamo dall’Europa di domani? La costituzione di una realtà politica unica, politiche di aiuto alle economie dei Paesi in difficoltà, politiche per i giovani, creare un senso di appartenenza europeo (difficile da realizzare, viste le spinte separatiste che serpeggiano all’interno di molti stati dell’UE). Quindi deve svilupparsi un’Europa sensibile ai problemi di chi ha bisogno. Si chiede un’inversione di rotta chiara, rispetto a certi approcci che hanno sconquassato Paesi come la Grecia. Per questo le prossime europee sono un passaggio fondamentale e per nulla secondario per poter far capire l’Europa che vogliamo. Quindi, non dovranno essere un voto di protesta, ma un segnale preciso della rotta da intraprendere. Basta tentennamenti, che hanno prodotto tanti danni.

Sempre sul tema, consiglio: Ignoranza e diffidenza: gli spagnoli e l’UE.

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Le rovine di un’utopia?

disegno nicaragua

Guardando i dati nudi e crudi, il Nicaragua ha fatto passi da gigante:

  • è al decimo posto al mondo per la promozione delle pari opportunità
  • L’ONU ha confermato che il Paese ha raggiunto il primo degli obiettivi del millennio (dimezzare il numero di persone che soffrono la fame)
  • ha una legge all’avanguardia contro la violenza sulle donne
  • ai vertici delle istituzioni statali la presenza di donne supera il 50%
  • dal 2010 è stato definito un Paese a reddito medio dalla Banca Mondiale e non ha più bisogno di assistenza finanziaria permanente.
  • rispetto al 2006 il Nicaragua esporta il doppio e riceve il triplo degli investimenti stranieri
  • il primo governo di centrodestra di Chamorro avviò nel 1990 un progetto volto a trasformare l’economia di guerra niacaraguense in un’economia di produzione e di esportazione. In tal senso si è dato impulso all’industria manifatturiera in zone franche, aree industriali con un regime di lavoro speciale, conveniente per gli investitori esteri.

Nonostante queste pillole dorate, i bambini a Managua continuano a mendicare per strada e attorno alla città ci sono miriadi di baracche. Nel Paese vivono circa 6 milioni di persone, di cui quasi la metà è povera. Secondo il programma dell’ONU per lo sviluppo, il Nicaragua è il secondo più povero dell’America Latina e l’ultimo nel continente per reddito pro capite. I fondi venezuelani hanno smesso di arrivare dopo la morte di Chavez. Il Nicaragua è una repubblica cristiana, socialista e solidale, guidata da Daniel Ortega, membro del Fsln dall’inizio della rivoluzione che nel 1979 rovesciò la dittatura di Somoza (iniziata nel 1934, sotto la protezione USA). Presidente dal 1985 al 1990, dopo una lunga parentesi di governi conservatori, è tornato nel 2006 e ha finora inanellato 3 mandati presidenziali, che lo hanno reso una specie di monarca, insieme alla moglie Rosario Murillo. L’orteguismo è qualcosa di diverso dagli ideali che sostennero la rivoluzione. Perciò, molti dei compagni rivoluzionari di Ortega hanno preso le distanze, formando il Movimiento Renovador sandinista (Mrs), di cui fa parte anche la scrittrice Gioconda Belli. La famiglia del presidente controlla quasi tutti i mezzi di informazione e anche i sindacati fanno capo al Fsln. La vita è dura, per tutti, per vari fattori. Basta vedere la diffusione di HIV, epatite e tubercolosi, i cicli di carestia dopo i vari uragani, la violenza sessuale, le condizioni di vita dei minatori del Triangulo minero. A questo si aggiunge la legge che dal 2008 ha reso illegale l’interruzione di gravidanza, pena il carcere. Una situazione che colpisce le zone più povere, le ragazzine, le donne costrette a partorire nonostante gravi complicanze, nei contesti dove è alta l’incidenza degli stupri. Nonostante una forte opposizione governativa, i movimenti femministi resistono, cercano di raddrizzare la situazione, sostenere le donne in un processo di emancipazione lavorativa ed economica. Si stanno diffondendo le cooperative agricole solidali di donne, le donne sono sempre più consapevoli della necessità di uscire dall’isolamento, di essere autonome e di studiare. Si tratta di un processo lungo in cui il femminismo si muove per ottenere risultati concreti e non solo ideali. Il sogno del cambiamento attraverso la rivoluzione sembra essere tramontato. Oggi, in molti guardano a un passaggio democratico verso un sistema diverso, non più attraverso quello che fu il movimento sandinista.

Ringrazio Rubén Díaz Caviedes per il suo interessante reportage.

 

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