Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

I danni dell’oblio

su 26 febbraio 2014

Parto dallo splendido ma dolorosissimo articolo di Barbara Spinelli uscito oggi su Repubblica.

Mentre noi ci perdiamo sul fondo del secondo governo in meno di un anno, abbiamo perso di vista il resto e con questa amnesia abbiamo rimosso anche cosa ha rappresentato in passato (ed oggi) il neoministro dell’economia Padoan, che il 29 aprile 2013 al Wall Street Journal, quando era vice segretario generale dell’Ocse si sperticava nell’elogio delle politiche di austerity: “Il dolore sta producendo risultati”. Se lo paragoniamo ai dati diffusi dal Lancet e da Emergency sulla distruzione della sanità greca, causata da anni di torchio da parte della Troika, ci sembra assurdo che ci siamo imbarcati una personalità simile in seno al nostro nuovo governo. Per cosa è arrivato lì? Per controllare ed appurare che anche da noi sia possibile tenere sotto controllo la situazione, adoperando qualsiasi mezzo?

Riprendo uno stralcio dell’articolo:

“La smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d’Europa e della sua cultura, s’aggira la morte e la chiamano dolore produttivo”.

Un pugnale che affonda nelle nostre membra e che purtroppo resta nell’ombra. Si preferisce non parlarne. Le teorie di cui è stata resa cavia da esperimento la Grecia sono una sorta di applicazione delle leggi di selezione naturale dei popoli, laddove solo i più forti, o meglio, i più fortunati sopravvivono. E sono i bambini e gli anziani, vi prego di guardare le cifre e non solo (qui). Non riesco a intravedere altro, se non una volontà di prendere la Grecia come emblema sacrificale. Il risanamento dei bilanci come prassi per plasmare ed educare i popoli. Cosa può giustificare un comportamento tanto disumano? Nulla. E se restiamo in silenzio, ne siamo complici.

Dal rapporto di Lancet, Italia e Spagna non sarebbero lontani dall’inferno greco.

“Alexander Kentikelenis, sociologo dell’università di Cambridge che con cinque esperti scrive per la rivista il rapporto più duro, spiega come il negazionismo sia diffuso, e non esiti a screditare le più serie ricerche scientifiche (un po’ come avviene per il clima). L’unica istituzione che si salva è il Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie, operativo dal 2005 a Stoccolma”.

Siamo lontani dalle origini dell’UE, dagli ideali che l’hanno alimentata. Come osserva Barbara Spinelli, stiamo applicando lo stesso trattamento che venne inflitto alla Germania nel primo dopoguerra. Sappiamo anche come andò a finire.

Vi suggerisco di leggere la lettera dell’economista greco Yanis Varoufakis (ringrazio Loredana Lipperini per la lettera e la poesia che segue).

Una poesia di Titos Patrikios

Non ci aspettavamo che accadesse di nuovo
eppure è di nuovo nero come la pece il cielo,
partorisce mostri di oscurità la notte,
spauracchi del sonno e della veglia
ostruiscono il passaggio, minacciano, chiedono riscatti.
Non temere Lestrigoni e Ciclopi…
Non temere, diceva il poeta,
Ma io temo i loro odierni simulacri
e soprattutto quelli che li muovono.

Temo quanti si arruolano per salvarci
da un inferno che aspetta solo noi,
quanti predicano una vita corretta e salutare
con l’alimentazione forzata del pentimento,
quanti ci liberano dall’ansia della morte
con prestiti a vita di anima e di corpo,
quanti ci rinvigoriscono con stimolanti antropovori
con elisir di giovinezza geneticamente modificata.

Come una goccia di vetriolo brucia l’occhio
così una fialetta di malvagità
può avvelenare innumerevoli vite,
“inesauribili le forze del male nell’uomo”
predicano da mille parti gli oratori,
solo che i detentori della verità assoluta
scoprono sempre negli altri il male.
“Ma la poesia cosa fa, cosa fanno i poeti”
gridano quelli che cercano il consenso
su ciò che hanno pensato e deciso,
e vogliono che ancora oggi i poeti
siano giullari, profeti e cortigiani.

Ma i poeti, nonostante la loro boria
o il loro sottomettersi ai potenti,
il narcisismo o l’adorazione di molti,
nonostante il loro stile ellittico o verboso,
a un certo punto scelgono, denunciano, sperano,
chiedono, come nell’istante cruciale
chiese l’altro poeta: più luce.
e la poesia non riadatta al presente
la stessa opera rappresentata da anni,
non salmeggia istruzioni sull’uso del bene,
non risuscita i cani morti della metafisica.
Passando in rassegna le cose già accadute
la poesia cerca risposte
a domande non ancora fatte.


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