Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il paradigma del nutrimento e della cura

su 17 febbraio 2014

Afrodite

Ultimamente sto cercando di approfondire il tema della “cura”, esplorando nuove idee e soluzioni. Vorrei richiamare il mito di Cura, tramandato da Igino e ripreso poi da Heidegger. Premetto che il termine “cura “si può rendere nell’accezione di preoccupazione, inquietudine, ansia.

Il mito racconta che, un giorno, nell’attraversare un fiume, Cura sia stata attratta dal fango argilloso. Cura si mise a modellarla, traendone la figura di un uomo. Fu allora che sopraggiunse Giove, a cui la dea chiese di infondere spirito vitale nella scultura da lei plasmata, cosa a cui Giove acconsentì. A questo punto, Cura chiese di poter dare il proprio nome alla creatura, ma il dio glielo negò, sostenendo che il nome di quell’essere doveva provenire da lui, poiché gli aveva infuso la vita. Ne nacque una disputa, che si complicò quando a essa si unì la Terra: riteneva di avere il diritto di attribuire il nome in quanto era sua la materia con cui era stata plasmata la creatura. Per risolvere la questione, fu chiamato Saturno: a Giove, che aveva infuso lo spirito sarebbe toccato, alla morte di quell’essere, di rientrare in possesso dell’anima; alla Terra, della cui materia l’essere era composto, sarebbe tornato il corpo dopo la morte; ma a possederlo durante tutta la vita sarebbe stata l’Inquietudine, la prima a plasmarlo. Il nome, invece, non sarebbe toccato a nessuno dei tre contendenti: l’essere si sarebbe chiamato “uomo”, perché creato dall’humus.

Vorrei, a questo punto, suggerirvi alcuni stralci di un intervento di Ina Praetorius, come spunti di riflessione, in quanto si riprende il tema della cura, meglio reso con l’inglese care.

[..] Quello che mi sta a cuore è il paradigma del nutrimento: il lavoro deve nutrire ciò che nutre. Abbiamo ricevuto tante cose in dono: dunque per me il criterio per un buon lavoro è che ogni lavoro deve essere un lavoro di cura. Non importa se produco una macchina o se coltivo un giardino o curo un bambino, tutto deve essere un lavoro di cura.

A me piacerebbe che il concetto di cura si potesse applicare a qualsiasi settore della produzione, un grattacielo, una macchina… vorrei discutere su che tipo di produzione ci sarebbe se si potesse applicare il concetto di cura. Non “in modo accurato” ma secondo il concetto di care, che è una postura nei confronti del mondo. [..]

Capite cosa significa introdurre un concetto di care in ogni aspetto della nostra vita, traslarlo dal livello materno a quello di ogni nostra attività quotidiana, personale, familiare, lavorativa ecc? Questo aspetto della “cura” estesa aggancia anche i termini dipendenza e relazione, per cui si parla di libertà nella dipendenza.

[..] È un fatto che l’umanità ha funzionato per tanto tempo senza soldi, ma non ha mai funzionato senza aria e senza acqua. Questo è un fatto. Ma il capitalismo e il patriarcato hanno fatto sì che i soldi, che all’inizio erano un mezzo di base per garantire la sopravvivenza, oggi non la garantiscano più, lo vediamo dalle cifre che indicano la distribuzione della ricchezza. La sinistra propone la ridistribuzione della ricchezza attraverso la piena occupazione: tutti devono lavorare per avere i soldi. Poi c’è la posizione di chi dice che anche il lavoro di cura va pagato, cioè propone la professionalizzazione del lavoro di cura. Io sono assolutamente contraria perché il lavoro di cura per un neonato che altrimenti morirebbe non è traducibile in un lavoro pagato. Chi fa il lavoro di cura è molto più ricattabile di chi fa il lavoro industriale: quest’ultimo può smettere di lavorare, fare sciopero, ma se interrompi il lavoro di cura l’altro muore. Le donne fanno questo lavoro da migliaia di anni senza incentivi economici: questo ci dice che, se il lavoro ha senso, non ci vuole un incentivo economico per farlo. [..]

Ina Praetorius con le sue parole e le sue argomentazioni è come se sollevasse finalmente una coltre di polvere secolare fatta di silenzio, di consuetudini, di strutture mentali, sociali ed economiche mai messe in discussione, accettate come normali, ma che se ci pensiamo bene, sono alla base dei più pericolosi meccanismi che gli esseri umani hanno messo in pratica. Secoli di società patriarcali su cui si è poggiato il capitalismo, hanno costruito un modello senza scelte reali. Ci ha chiuso tutti in delle gabbie, con ruoli e tempi difficilmente modulabili sulla base delle nostre inclinazioni. Ci ha convinti che l’unico mezzo per sopravvivere fosse quello di lavorare duramente e senza troppe possibilità di scelta. Il termine sopravvivere è correttissimo, perché mentre da una parte c’è chi arricchisce ben oltre le sue esigenze di sopravvivenza, dall’altra i comuni lavoratori riescono a malapena a sopravvivere. Il fatto di non avere alternative ci rende meglio “gestibili” dal datore di lavoro. Se invece potessimo contare su un reddito di base che ci assicurasse il livello di sopravvivenza, potremmo scegliere se quel lavoro è necessario, se è nocivo a noi stessi (fisicamente o psicologicamente), se è consono alle nostre aspirazioni, se è utile, se è interessante. Insomma sarebbe una rivoluzione culturale, sovvertirebbe il nostro approccio di schiavi del lavoro. Se si è liberi dalle angosce della sopravvivenza si può avere maggior potere contrattuale. Mi rendo conto che questo comporterebbe sovvertire l’ordine a cui molti sono aggrappati e affezionati. Ma è necessario se vogliamo superare questa fase di crisi dei modelli, che comporta solo un imbarbarimento sociale e umano.

[..] Il reddito di base incondizionato ci mette nella posizione di non avere più nessuna scusa per appoggiare il capitalismo, per produrre cose insensate, ma possiamo fare solo lavori che ci sembrano sensati. Questa è una posizione rivoluzionaria. [..]

Il reddito di base incondizionato (senza dover continuamente dimostrare di essere bisognoso) non abolirebbe lo stipendio. In una società fondata sui soldi, la misura di questo reddito è la sopravvivenza. Tutto ciò che esula da questa misura appartiene al territorio dello stipendio.

Oggi, noi donne ci accontentiamo di una riduzione dell’orario di lavoro per poterci occupare dei nostri altri mille lavori di cura. Per molte non c’è nemmeno questa possibilità. Ma questi part-time ci condannano a una vecchiaia difficile, una pensione misera. In più con questo sistema, non c’è la garanzia che cambi qualcosa nella condivisione effettiva delle funzioni di care.

Siamo molto lontani, almeno in Italia, da un passaggio tanto significativo. A mio parere siamo materialmente, ma soprattutto culturalmente impreparati e immaturi. Dovremmo partire dal chiarire prima di tutto chi siamo come esseri umani, come esseri relazionali. Riconsiderare la nostra essenza che ci rende vicendevolmente legati gli uni agli altri, in una relazione di dono reciproco, verso noi stessi e verso gli altri. Noi siamo in quanto riusciamo ad uscire da noi stessi, dal nostro essere monadi e ci proiettiamo verso l’esterno, siamo in quanto entriamo in relazione con gli altri e con il mondo esterno.

Essere impegnati a sopravvivere non ci consente di avere la lucidità e il tempo per riflettere sull’importanza di una rimodulazione delle nostre vite. Su questo contano i capitalisti e tutti coloro che vogliono difendere le loro posizioni privilegiate. Vogliono farci credere che il loro è l’unico modello possibile di vita. Non siamo abituati a pensare nei termini di Ina, ci hanno abituato ad altro. Da alcuni potrebbe essere etichettato come idealismo senza fondamento. Questo solo perché non siamo abbastanza elastici da guardare oltre quello che ci hanno insegnato, al modus vivendi consueto e codificato nei secoli, che ci rende “accettati” e inquadrati socialmente nel sistema produttivo, subordinando o sacrificando la dimensione relazionale e di care. Proviamo a cambiare schema. Personalmente non mi fido di chi mi dice che non ci sono alternative o che potrei pentirmi: puzza di bruciato.

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3 responses to “Il paradigma del nutrimento e della cura

  1. […] Le mie riflessioni sul paradigma della cura. […]

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  2. […] a mio avviso, alle preziose intuizioni e riflessioni di Ina Praetorius, di cui avevo parlato qui. Dobbiamo anche riabituarci a recuperare il politico che è nelle nostre vite, perché ciò che […]

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  3. simonasforza ha detto:

    Ringrazio le compagne di Ladynomics.it per il suggerimento: “sul reddito incondizionato, negli anni 70 in Canada ci hanno provato: http://en.wikipedia.org/wiki/Mincome“. Vi consiglio di seguirle su http://www.ladynomics.it

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