Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il dissenso non è necessariamente un male

Di questi tempi coloro che sono capaci di dissentire e di proseguire in maniera coerente sono merce rara. La fretta di raggiungere posizioni di potere è talmente golosa e ottenebrante da escludere qualsiasi altro tipo di valutazioni. Ci si allinea troppo facilmente e si perde il senso critico e la visione globale. Soprattutto si corre il rischio di perdere il senso del bene comune, di cui molti si fregiano senza ragione. Gli ultimi episodi accaduti, a cavallo tra PD e governo avvalorano la mia premessa. Ma più che guardare ai piani alti del partito, vorrei parlare di un caso più particolare e “locale”. Lo scorso 12 febbraio si è tenuto a Milano il confronto tra i due candidati alle primarie regionali del prossimo 16 febbraio: Alessandro Alfieri e Diana De Marchi. L’ho trovato molto istruttivo ed emblematico sia per quanto concerne le diverse personalità e gli spiriti che animano il partito, sia per i contenuti e le differenti sensibilità. Posso dare un giudizio: 10 a zero per la De Marchi. Una donna che ha dimostrato energia, competenza, conoscenza del territorio, capacità di ascolto, misura, equilibrio e soprattutto idee chiare e senza alcun tentennamento, anche sulla sua perplessità in merito a un Renzi premier senza passare per le urne. Insomma, ciò che ti aspetteresti dal PD, da un partito moderno e serio, con la testa sulle spalle. Dall’altra parte un personaggio totalmente di apparato, tronfio, teso come una corda di violino, tanto da sbottare alla prima occasione di critica. Infatti, il predestinato e favorito Alfieri perde la calma subitissimo e si mostra piccato quando qualcuno della platea dissente su quello che dice. Ma c’è una chicca. Qualche giorno fa Ambrosoli aveva presentato in consiglio regionale una mozione per la depenalizzazione delle droghe leggere. In pratica si chiedeva di aprire un confronto sul tema. Risultato? Il PD non sostiene Ambrosoli (il candidato presidente del Patto civico, cui partecipava il PD, perdente alle scorse elezioni regionali). Motivo? Il 12 è stato piegato così da Alfieri (consigliere in Regione Lombardia): abbiamo saputo della mozione dai giornali, ci siamo confrontati con Ambrosoli e dovevamo sostenerlo, ma lui non si è presentato in aula e perciò alcuni del PD hanno deciso di non appoggiare la mozione. Il PD si è spaccato, ma non possiamo berci la spiegazione puerile di Alfieri: se sei d’accordo, lo sei anche in assenza del proponente. Forse Ambrosoli non si è presentato perché consapevole dell’ostilità dei suoi. Forse Ambrosoli ha pagato la poca chiarezza del PD su questo e su tanti altri temi. Un piccolo e fulgido esempio di com’è messo il PD.

Consiglio il pezzo di Nino Carella qui.

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I gradienti della libertà di espressione

Fino a che punto si può spingere la libertà personale? Vi sono motivi per cui anche la libertà di espressione rischia di minare la democrazia. Di per sé la libertà di espressione è certamente un valore, ma quando questa è adoperata da gruppi di potere per indirizzare l’opinione pubblica, le cose si complicano. Questa libertà rappresenta un’esigenza di “tolleranza integrale” (e la contempo di relativismo dei valori) e rischia perciò di lesionare le basi stesse su cui si fonda una società (i valori condivisi). Ma come individuare i limiti della libertà di espressione? Un primo livello riguarda il “luogo” dell’espressione: volontà o meno del ricevente, platea di ascolto, scientificità della pubblicazione ecc. Un secondo livello riguarda i rapporti di potere. Tzvetan Todorov propone una possibile quantificazione per valutare e stabilire i limiti della libertà di espressione, che consiste nel rapporto tra il potere di colui che si esprime e quello dell’oggetto della sua espressione. Come esempio: caso a) una figura in posizione di debolezza attacca un uomo che occupa una posizione socio-economica rilevante; caso b) lo stesso uomo di potere attacca a reti unificate un uomo in posizione di debolezza. Il secondo caso sarà più facilmente stigmatizzabile e in qualche modo avrà oltrepassato i limiti che si richiedono a una persona che occupa un ruolo di riferimento. Inoltre, questa libertà deve essere effettiva (i politici e chi detiene il potere mediatico hanno molta più voce dei cittadini comuni: il blog di Grillo e uno di Pinco Pallo non partono dallo stesso gradino di visibilità, successo e disponibilità finanziarie). Per esempio, poniamo il caso della volpe nel pollaio: non possiamo affermare che la volpe sia libera di entrare nel pollaio perché le galline sono libere e in grado di difendersi. Su internet è chiaro che avendo una platea sterminata, le parole che si dicono hanno anche più potere e possono essere anche più violente perché i social hanno privilegiato l’anonimato, il diritto alla privacy, piuttosto che il diritto a non essere oltraggiati e vilipesi. La libertà di espressione si è rivelata un’arma a doppio taglio, per coloro che usano internet e che sono in una posizione sociale “debole”. Anche in questo ambiente artificiale, stando alle notizie ricorrenti, esiste una particolare predilezione per una “facile” violenza sulle donne, che spesso viene classificata dalle autorità di polizia come una eccessiva sensibilità femminile nei confronti di minacce e aggressioni verbali sui social. In merito vi suggerisco questo articolo di Amanda Hess su Pacific Standard (1) e il libro di Laurie Penny “Cybersexism: Sex, Gender and Power on the Internet”. Anche il confine tra cosa costituisce una molestia online e cosa no diventa labile, plasmabile a seconda di quanta apertura e interazione ci viene richiesta dai web tools che adoperiamo. Se poi, per ragioni professionali, ci troviamo a dover essere online e a non poter staccare lo spinotto, la situazione potrebbe diventare insostenibile e discriminatoria. Forse non è ancora avvenuta la traslazione di alcuni reati (come le molestie) ai social network, ma sarebbe opportuno interrogarci su come sono cambiati i rapporti di forza tra le persone e come questi rapporti possano avere gradienti diversi a seconda delle piattaforme (reali e virtuali) in cui avvengono le relazioni e le comunicazioni umane. Rendere il web del tutto identico alla realtà è un processo irreversibile, in cui tutto può avvenire, poiché può accogliere ed espandere a dismisura sia gli aspetti positivi e i valori, sia i disvalori e i pregiudizi del passato. Il web non può che essere lo specchio di ciò che siamo. Pensare che il nuovo luogo virtuale possa far mutare la mentalità in un paio di lustri e aprire a nuovi orizzonti più “pacifici” nei rapporti umani è un sogno che manca di realismo. Se mai avverrà, sarà un processo lento e lungo, ma che non potrà passare per una blindatura o l’affermazione di uno stato di polizia della nuova dimensione virtuale, pena la sua sopravvenuta morte per asfissia dello stesso contenitore.

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