Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’arte della traduzione

Le lingue sono il crogiuolo delle culture e dei popoli che le hanno generate e adoperate nel corso dei secoli. Ci sono delle abitudini, delle soluzioni, delle scelte linguistiche che sono gli abiti e l’essenza di un popolo. Quindi, cosa c’è di più complicato del mestiere del traduttore? Tradurre è passare attraverso mondi, universi diversi dai nostri, assaporarne i contesti, i suoni, i profumi e renderli in un’altra lingua. È un processo creativo delicatissimo, perché ci sono lingue più “asciutte” e altre che hanno una complessità che implica l’uso di più parole per comunicare lo stesso concetto. Vi segnalo questa intervista a Antony Shugaar, traduttore statunitense di opere italiane, che sostiene che:  “tradurre è come “camminare su un’autostrada, laddove leggere significa guidare a cento all’ora”, e a volte devi fermarti e fare un giro nel panorama intorno”. Il traduttore respira l’aria di tutto il libro e ne deve rendere l’atmosfera a chi poi leggerà. “Spesso si parla di parole intraducibili (“untranslatable words”), ma in un certo senso non esistono parole intraducibili. Possono servire tre parole, o una frase intera, o un paragrafo aggiuntivo, ma qualsiasi parola può essere tradotta. A meno di non trasformare un libro in un’enciclopedia, però, non c’è modo di risolvere il problema più grosso: i mondi intraducibili (“untranslatable worlds”)”.

Vi lascio con questa riflessione di Lucy Greaves: “I think it’s important to recognise that translation is about making creative decisions, particularly when so-called untranslatable words are concerned. Good translation shimmies its way round untranslatable words in a host of different ways, and we have to be aware that every word that we read in a translation has been chosen for a reason, in order to create a certain effect and to work as part of a whole. Just like the words in any piece of good writing, really”. Qui l’intero articolo.

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Sei povero? Sei un onere indesiderato..

L’Unione Europea e con essa il suo spirito originario navigano in serie difficoltà, se accadono certe cose. Sembra che in tempi di crisi nessuno abbia più voglia di questa Europa, con i suoi diritti e le frontiere aperte. Nessuna solidarietà, se non produci e non generi ricchezza, nessuna pietà o spirito di accoglienza sono più ammessi. I tempi degli abbracci comunitari sembrano sul viale del tramonto. Sono 2.712 i cittadini (265 italiani) dell’Unione che nel 2013 si sono visti recapitare un decreto di espulsione dalle autorità belghe. Sì, il Belgio si comporta così con coloro che  sono privi di risorse necessarie per assicurare il loro mantenimento e quello dei familiari: sono un peso insostenibile per il welfare belga. Se non lavori da tempo e usufruisci  di sostegni sociali, viene emessa un’ordinanza di espulsione, che può essere accettata o meno. In pratica non ti mettono su un aereo per rispedirti a casa, ma agiscono in maniera tale che tu non abbia alternative. Le autorità agiscono in modo subdolo, rendendoti un fantasma, un clandestino comunitario: in un Paese dove è essenziale avere un contratto di locazione o di proprietà per registrarsi in Comune e poter accedere alla sanità, all’istruzione ecc. In pratica vieni cancellato dai registri ufficiali. Il Belgio applica alla lettera la direttiva comunitaria 2004/38/CE, articoli 7 e 14. Dopo i primi tre mesi di soggiorno, devi soddisfare uno dei seguenti requisiti: lavorare o essere in cerca di lavoro se rimasto disoccupato, avere risorse sufficienti per mantenersi, avere un’assicurazione sanitaria per evitare di diventare un onere per l’assistenza sociale statale durante il soggiorno, essere studente. Ma la direttiva in questione ha degli aspetti ambigui: “riconosce il diritto di soggiorno del cittadino dell’Unione il quale, dopo avere esercitato un’attività lavorativa, si trovi in stato di disoccupazione o sia iscritto presso un ufficio di collocamento”. Al punto 3 dell’articolo 14: “Il ricorso da parte di un cittadino dell’Unione o dei suoi familiari al sistema di assistenza sociale non dà luogo automaticamente ad un provvedimento di allontanamento”.  Il deputato socialista dei francesi del Benelux Philip Cordery ha protestato, ma chi si occupa della questione ha preferito non rispondere. Intanto, questa prassi rischia di fare proselitismo: in Baviera se ne inizia a parlare. Cosa facciamo, chiudiamo le frontiere e lasciamo che la meravigliosa idea di Europa unita perisca per una sorta di neo-egoismo dei popoli europei?

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Al lavoro sullo smartwork

Il prossimo 6 febbraio Milano inaugura la giornata del lavoro agile. Ossia, un esperimento a cui hanno aderito numerose aziende e che dovrebbe servire ad accendere l’attenzione sul tema del telelavoro o lavoro in remoto da casa. Secondo il Politecnico se la verifica dei superiori è solo sui risultati, non sui tempi dell’organizzazione, la produttività sale del 5,5% insieme alla motivazione. Così si abbattono i tempi per gli spostamenti, l’inquinamento, i costi per i buoni pasto, i tempi morti in ufficio e si riesce a conciliare meglio lavoro e famiglia.

Ma cosa si muove a Roma? È stata presentata la proposta di legge tripartisan sullo smartwork firmata da Alessia Mosca (Pd), Irene Tinagli (Scelta Civica), Barbara Saltamartini (Nuovo Centrodestra). Lo stesso trio ha presentato anche emendamenti al decreto Destinazione Italia. Se approvati, permetteranno l’accesso a forme di credito d’imposta alle aziende che vogliono allestire postazioni di lavoro domestiche.

Intanto sembra che anche la squadra di Matteo Renzi, con la Madia in testa, sta lavorando per promuovere lo smartwork. Infatti la responsabile Lavoro della segreteria del Pd ha dichiarato “Si tratta di uno strumento interessante che può favorire la conciliazione famiglia-lavoro, per questo mi auguro che entri anche nel cosiddetto contratto di governo”. La scoperta dell’acqua calda. E se lo dice la Madia, stiamo freschi.

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