Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Europa, apriamo il dibattito

Le prossime europee sono un appuntamento da non sottovalutare, occorre fare delle riflessioni acute, non scontate o superficiali e una volta tanto ragionare senza farsi irretire da tutti quei borbottii senza fondamento. Come ha rilevato Bernard Guetta qui, occorre evitare la trappola nichilista, lanciata da molte parti, compresa Marine Le Pen. In Italia, il dibattito è veramente misero, con argomentazioni povere e gran parte del mondo politico si trincera dietro un euroscetticismo di comodo. Il PD non è da meno, latita e non solo perché impelagato su altri fronti. Ancora una volta siamo a corto di parole convinte e convincenti. Questo si paga e lo sappiamo bene. Di sicuro l’Europa così com’è oggi non va  e va riformata, ampliandone la dimensione politica e l’autonomia decisionale. Al momento, ci sono troppi governi locali che remano contro e che paralizzano di fatto qualsiasi tentativo di progresso. Qualsiasi tentativo di smantellare la costruzione europea tout court dev’essere impedito. Anziché avere paura degli euroscettici e dei cittadini occorre aprire un dialogo, spiegare le ragioni e l’importanza di un lavoro comune di riforma. È necessario progettare l’Ue che vogliamo e investire in questo senso. La strada che porta verso il futuro non è la chiusura nel proprio nucleo nazionale, rifugiandosi nei localismi, bensì nella evoluzione e nella maturazione del progetto europeo. In periodi di crisi o sotto le spinte di una globalizzazione di cui non si comprendono i meccanismi è facile chiudersi a riccio, si tratta della strada più facile e comoda a volte. Ma è anche la più insidiosa e che non garantisce necessariamente benessere e pace. I conflitti vanno risolti nel dialogo aperto e nel confronto costruttivo. Dobbiamo imparare a ragionare in modo sovrannazionale e non aver paura di perdere le nostre peculiarità, che invece ci serviranno a porre le basi per una tavola rotonda di Paesi che vogliono fortemente dar vita a un’Europa solida e finalmente adulta. Queste elezioni ci devono servire per aprire il dibattito con tutte le posizioni e sviscerare tutti i possibili pro e contro. La paura e l’immobilismo non ci portano da nessuna parte. Il disegno europeo può vivere un nuovo rinascimento, ma spetta a noi tratteggiarlo e non lasciarcelo cancellare.

Consigli di lettura:

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4339001-il-futuro-va-scritto-insieme

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4255871-anche-l-europa-rischia-lo-shutdown

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4292261-i-rischi-di-una-commissione-politicizzata

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4236311-lasciamo-parlare-gli-euroscettici

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4197581-uno-scontro-fondamentale

http://www.presseurop.eu/it/content/article/4201021-un-rinascimento-europeo-dopo-la-crisi

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27 gennaio: incontro con Ina Praetorius

Per chi vive a Milano e dintorni, segnalo questo interessante appuntamento.

agoradellavoro

27 gennaio: Una rompiscatole postpatriarcale
Incontro con Ina Praetorius

 Agorà del lavoro di Milano
 &
 Primum vivere anche nella crisi:
la sfida femminista nel cuore della politica

Era a Davos nel 2005/6/7 al Forum economico mondiale. Lì ha avuto una visione: ha immaginato Penelopi con i loro telai che tessevano e disfavano sotto gli occhi di banchieri e miliardari.

Nel 2013 ha fatto campagna, in Svizzera, per un reddito di base incondizionato con l’intento di interpretarlo in chiave postpatriarcale.

Ina sceglie azioni ad alto contenuto simbolico per ribaltare i paradigmi dell’economia e del lavoro.

Quale l’efficacia di queste azioni?

Come si inseriscono nell’orizzonte teorico del suo pensiero?

Riprendendo il filo di questi due anni di “piazza pensante” discutiamo tutte e tutti insieme come si intrecciano i desideri delle donne su vita/lavoro con un’azione politica che incida sull’economia e sul lavoro.

SIETE TUTTE E TUTTI INVITATE/I

L’Agorà del lavoro

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In difesa della 194

A quanto pare c’è qualcuno che si sta muovendo, non solo in Spagna, per spazzare via il diritto all’aborto, con quel che ne consegue. Il ritmo con cui si procede è preoccupante. Segnalo questo bel pezzo di Simona Maggiorelli, uscito su Left. Ringrazio la splendida rassegna stampa a cura del sito www.zeroviolenzadonne.it

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Globalizzazione e pace vanno d’accordo?

globalizzazione

Vorrei sottoporre come spunto di riflessione, questo articolo di Philipp Löpfe, uscito su Internazionale di questa settimana in italiano e di cui vi riporto il link dell’originale su Tages-Anzeiger.

Il pezzo prende spunto da un saggio di una storica canadese che mette a confronto l’economia alle soglie della Grande Guerra e quella di oggi. Il tutto per dimostrare come la globalizzazione non garantisce necessariamente la pace. Nel 1909 uscì un saggio del giornalista Norman Angell (La grande illusione) in cui si delineava l’antieconomicità di un conflitto (per le ingenti perdite e perché nessuno vincerebbe) in un’epoca tanto globalizzata. La storica canadese Margaret MacMillan, nel suo libro The war that ended peace, riprende i ragionamenti di Angell e ne dimostra la fondatezza sul piano economico, evidenziandone però i motivi del fallimento dal lato predittivo.

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Un 2014 in rosa

senzafuturo

Oggi sono stata sollecitata da due articoli che ho letto. Il primo di Valeria Fedeli su Donneuropa e il secondo, apparso sulla 27esimaora del Corriere della sera. Il filo rosso che li unisce e che mi tocca personalmente consiste nella conciliazione lavoro-tempo dedicato alla famiglia. Si parla di come sarebbe meglio se tutti lavorassimo (ne parlava anche Aldo Cazzullo su Sette del Corriere: qui). Sembra un mondo dove tutto è possibile, basta chiedere e volerlo. Purtroppo, molte di noi sanno benissimo che il telelavoro è un’utopia per la maggior parte delle persone e che anche in aziende medio-grandi è considerata una richiesta assurda, anti-aziendale e improduttiva. Ci chiedono di partecipare, ma poi ci lasciano con le nostre scelte difficili. Ci fanno dimettere e poi ci chiedono pure se siamo libere in questa decisione. Certo, pur se nessuno ci costringe (e non è vero per tutte), da qui a parlare di scelta felice ce ne passa. Se ne parla, se ne parla, ma siamo sempre al punto di partenza. Niente di fatto. Datevi al faidate. Mentre in Germania le proposte sono anni luce avanti..

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Pobres pero honrados, sarà vero?

potere

Leggendo questo articolo di José Ignacio Torreblanca, pubblicato su Café Steiner di El País, ho sentito il bisogno di rispondere alla domanda che pone l’autore: “¿Coinciden los lectores con los resultados de este estudio?

Ma prima devo fare un passo indietro. Torreblanca riporta l’esito di una indagine “Higher social class predicts increased unethical behavior”, che studiando la correlazione tra etica e classe sociale, ha cercato di stabilire se ci fosse una interdipendenza tra i due elementi. Nell’articolo sono riportati i vari esperimenti realizzati dagli scienziati. A quanto pare lo studio dimostra che il comportamento economico e sociale degli individui è strettamente correlato con la capacità di difendere i propri interessi e di anteporli a quelli degli altri. Da ciò, si deduce una maggior propensione degli individui delle classi sociali più alte a mettere in atto condotte poco etiche.

Ritorno alla domanda di Torreblanca e devo ammettere che ogni studio va preso con le dovute cautele. Mi sembra opportuno fare riferimento anche al potere che gli individui sono chiamati a gestire e al ruolo sociale che ricoprono. Questo fa la differenza quando i comportamenti poco etici vanno ad incidere fortemente sul tessuto sociale ed economico di un Paese, tranciandone le fondamenta. Ci sono individui che si sentono al di sopra delle regole, delle leggi e di un comportamento da buon padre di famiglia. Qui, non esiste educazione che tenga. La nostra società va verso questa deriva: i valori etici molto spesso non abitano più dentro di noi, perché qualcuno ce li ha presentati come pesanti fardelli che impediscono il successo e l’affermazione personale. Molti politici coltivano questo recondito (alcuni anche palese) pensiero. Il loro codice di comportamento è al di sopra di tutto ed anche i più timidi agnellini si possono rivelare degli scaltri affaristi. C’è chi poi si prodiga ad aiutare gli amici per sollevarli dalle pene carcerarie. Tutto questo sicuramente non aiuta ad incrementare il nostro affetto per la politica, soprattutto se certi atteggiamenti da difesa del particulare non affliggono solo la politica delle alte sfere. Questo però non ci deve far cadere nella tentazione grillesca di fare di tutta l’erba un fascio. C’è chi sbatte la porta e si crede onnipotente, ma c’è anche chi ha una visione più equilibrata e onesta. Questo fa parte della sfera intima dell’etica di ciascun individuo, in tutti i frangenti. Ma non dobbiamo nemmeno cadere nella trappola di considerare le classi più disagiate come un sacro bacino dal quale attingere etica pura e onestà. Le generalizzazioni possono risultare pericolose. Pobres pero honrados non è una regola senza eccezioni. Il comportamento individuale, e quindi il senso etico, in parte si fonda sull’esempio che si riceve, in parte deve far parte delle responsabilità personali nei confronti della collettività. Che ci piaccia o no.

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La sovranità, il nomos e le stelle

Noi siamo qui su questa minuscola penisola, ad arrabattarci ancora su questioni che, se fossimo in grado di capire in che secolo e in che contesto viviamo, dovrebbero considerarsi superabili e non sarebbero coperte dalle ragnatele di un pensiero stantio. Siamo ancorati a un sistema di leggi e di sovranità che ancora incarna il modello degli stati nazionali ottocenteschi e il nostro modo di affrontare i flussi migratori, per esempio, ne è un chiaro sintomo. Non siamo capaci di guardare altrove, siamo con lo sguardo puntato verso il basso e i nostri confini mentali e fisici sono immutati. Non è un problema di globalizzazione, fenomeno che è in atto da molto tempo prima che si diffondesse il panico e che molti studiosi hanno analizzato quando era agli albori. I meccanismi si sono innescati ancor prima che i movimenti no-global emettessero i primi vagiti. Tutto rientra in un movimento globale ciclico volto alla ricerca, affermazione e distruzione di equilibri. Il sistema mondo elabora soluzioni e ridefinisce continuamente se stesso, i suoi equilibri, le sue distorsioni e i suoi “centri magnetici”. In Italia ragioniamo ancora come se fossimo in una bolla chiusa, un mondo ancora guaribile con misure blande o con criteri buoni per stregoni che impongono le loro mani sulla zona malata. Le nostre malattie vengono vissute in termini “speciali”, ci consideriamo delle eccezioni, entità divine da difendere, laddove occorrerebbe affrontarle in modo più generale e meno locale. Il locale non è detto che sia sinonimo di meglio. Ogni tentativo di ragionamento è sempre coperto da una coltre di pregiudizi e di arroganza. Facciamo tutto in casa, ma non ci accorgiamo che là fuori il mondo intero è cambiato. Prima che ce ne accorgiamo sarà ulteriormente cambiato. Non riusciamo a cogliere nessun fenomeno e rimaniamo come statue neoclassiche, bianche, con lo sguardo fisso a guardare i nostri presunti fasti del passato. Il nostro sistema normativo è vissuto come un pesante fardello perché è concepito secondo strutture e modelli che non esistono più. I nostri limiti risiedono nel voler applicare norme concepite per un sistema chiuso a un sistema globale che non può che essere aperto e magmatico. Figuriamoci se siamo pronti ad affrontare sfide come questa, che oltrepassano i confini della nostra atmosfera.

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Il Matchpoint dell’Unione Europea

Ho trovato molto interessante questo articolo di Borja Lasheras*, che ben inquadra il periodo cruciale che sta vivendo l’Unione Europea, sull’orlo di un pericoloso baratro che va dalla frammentazione totale a una soluzione che passa per una totale reinvenzione del progetto europeo.  Come la pallina di Matchpoint di Allen.

“Europa necesita como agua de mayo una nueva narrativa o «raison d’etre» legitimadora, basada en estos tres ejes: paz, prosperidad y poder”.

Quel che è certo è che:

“el «status quo» y la inercia no son futuro”.

*Director adjunto de la oficina en Madrid del Consejo Europeo de Relaciones Exteriores (ECFR)

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Misura

Ho atteso qualche ora prima di decidermi a commentare le ultime ‘fuoriuscite’ del nostro neo segretario. Abituati come siamo a sentire di tutto di più, non dovremmo meravigliarci del ‘Fassina chi?’. Fassina non è facilmente difendibile, per le plurime dimissioni che ha saputo presentare in pochi mesi. Non spetta a me trovare la pezza per capire e assolvere Fassina. Ciò nonostante, l’atteggiamento di Renzi appare alquanto oltre-misura. Tutto è così tanto sopra le righe, che sembra di trovarsi in un musical di Broadway o all’interno del Rocky horror picture show. Il ruolo del segretario ha assunto toni da macchietta di avanspettacolo. Siamo al dileggio intestino, siamo alla vigilia forse di una implosione, che tutti noi temevamo. Ormai siamo alle soglie di uno smantellamento del PD, del suo svuotamento per un travaso frettoloso in quella immaginifica macchina del Renzicambiaverso. Spero di sbagliarmi, ma la mia sensazione è che il partito in meno di un mese dalle Primarie ha perso gran parte dei suoi connotati e si sta assistendo alla seduta di trucco e parrucco per fargli cambiare aspetto definitivamente. Concordo, con chi nota che non dovremmo stupirci di questo risultato. Sinceramente, non mi aspettavo tanta premura e sollecitudine. Piuttosto che rottamazione, mi è sembrata solo una pulizia per far posto a nuovi amici o servi fedeli. Altro che new deal, sembra una spartizione tra vecchi compagniucci. La deriva dell’uomo solo al comando non porta da nessuna parte. Renzi e le sue trovate hanno egregiamente sostituito le uscite colorite del caro vecchio Silvio. Il leader carismatico, qualora lo si possa far coincidere con Matteuccio, in talune congiunture aiuta (non sarebbe una novità nemmeno per la sinistra), ma i personalismi vuoti fanno emigrare altrove. Perciò stiamo attenti. La misura non è mai passata di moda. Dov’è finito il bon ton? La sinistra ridotta a battutine, slogan, lanci pubblicitari, loghi e Renzi style mi fa rabbrividire. Chi comincia l’anno in questo modo è già alla fine dell’opera. Non ci resta davvero che attendere le battute finali?

Bersani coraggio e non mollare! Abbiamo un enorme bisogno di te nel PD!

Consigli di lettura: l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica.

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Il femminismo a stile libero

Riprendo il tema del mio post di ieri. Il femminismo deve aiutare a convogliare le energie femminili e maschili, per evitare che la donna finisca in un tritacarne di stereotipi e di cattive abitudini. Abbiamo voluto inseguire l’uomo sul suo terreno di gioco, senza averne chiare le regole e le sottintese conseguenze. L’assimilazione agli uomini ci ha reso deboli, vulnerabili e spesso infelici. In questo processo delirante, abbiamo annullato noi stesse, la nostra essenza e ogni possibile vocazione volta ad una sincera a e sana affermazione e soddisfazione dei nostri desideri. Abbiamo abbracciato la lancia ma siamo state mandate nelle prime file sprovviste di scudi e di tutele. Oggi sono in molte a piangere le ferite di falsi miti e speranze. Oggi occorre ripartire proprio dalla creazione di quegli argini di sostegno affinché il percorso della donna sia meno accidentato di un tempo. Non ci sono molte alternative. La strada è lunga e dobbiamo dimenticarci il “cut and paste” semplicistico del modello maschile sinora adoperato. Abbiamo perso tempo prezioso e certamente non ci troviamo nella congiuntura economica ideale per mettere mano a riforme strutturali, ci sono molti problemi sul fuoco, ma se non risolviamo la questione dell’enorme disoccupazione femminile e delle sue motivazioni, con annessa disparità di retribuzione, avremo perso un’occasione per risalire la china. In gioco c’è anche la difesa di diritti faticosamente raggiunti, per i quali occorre vigilare affinché non finiscano nell’opera di tagli generalizzati da crisi economica. Annaspiamo o nuotiamo a stile libero?

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L’importanza di “tenere famiglia”

mamma

A quanto pare stiamo vivendo un ritorno all’ovile da parte dell’uomo, che sembra apprezzare nuovamente i piaceri del focolare domestico-familiare, forse più delle donne. Prendo spunto da questo pezzo del Corriere, per parlare ancora una volta dei problemi legati alla genitorialità, in sistemi sociali diversi per cultura e per misure di sostegno statali. Mille indagini che spulciano nelle abitudini e nelle propensioni di uomini e donne, cercando di rilevare nuove tendenze sociali. La questione non è la riscoperta della famiglia e degli affetti da parte dell’uomo, occorrerebbe interrogarsi sul come e perchè questo avviene, se non doventa un ennesima medaglia sul loro petto, ad attestarne il merito e il successo. Dovrebbe essere una naturale necessità quella di stare in famiglia, quella di iniziare ad occuparsi dei figli, come e quanto una madre.

Facciamo il punto e verifichiamo quanto il nostro stile di vita ci ha guadagnato. In nome del femminismo si sono lasciati passare tanti piccoli peggioramenti della vita di una donna e della sua famiglia. Questo non è femminismo è masochismo. Il femminismo è ben altro e ne abbiamo ancora bisogno, ma non con le distorsioni volute da chi voleva andare in una direzione di autosufficienza e di superbo annientamento dei nostri ruoli storici di donne. Abbiamo svilito la ricerca di maggiori diritti, soffocando e sacrificando la nostra voce più pura e la nostra vocazione ad essere mogli e madri. Abbiamo cercato l’emancipazione ad ogni costo, mantenendo le stesse medesime vecchie abitudini maschili, salvo rare eccezioni. Per decenni abbiamo confidato che subappaltando la cura dei nostri figli a nidi e a tate, così come in passato i padri avevano fatto con noi madri, avremmo finalmente potuto raggiungere quello status sociale, economico e lavorativo che per secoli era stato appannaggio degli uomini. Abbiamo rinunciato alle nostre prerogative in cambio delle briciole, perché alla fine siamo rimaste sempre indietro, perdendo sia sul terreno familiare che lavorativo. Le ricette per il successo non esistono, perché non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Chi sciorina ricette ad hoc racconta solo favole. Non possiamo aspirare a far quadrare tutto senza essere disposte a rinunciare a qualcosa. Questo ragionamento vale anche per gli uomini. Fino a quando non ci sarà la consapevolezza che non si può fare tutto bene, non vivremo in pace e ci sarà solo frustrazione o indifferenza. Abbiamo perso decenni, cercando la quadratura del cerchio, quando in realtà si trattava di due rette parallele, ricongiungibili solo all’infinito. Siccome la nostra vita non è infinita, dobbiamo adoperarci affinché sia gradevole oggi e non solo perché abbiamo qualche suppellettile in più. Ci sono donne che nell’illusione della carriera rinviano la maternità e la costruzione di una famiglia, oppure che non ne sentono il bisogno fino a che non avvertono la necessità di un nuovo gingillo da aggiungere tra i propri successi personali. Proprio come fanno alcuni uomini. La tristezza è tanta, perché siamo completamente fuori di testa e poi pretendiamo di dare l’esempio agli uomini. Volersi occupare dei figli non è una scelta di rassegnazione. È una scelta, punto. Dovremmo lasciare la libertà di scelta alle donne e agli uomini di strutturare la propria vita, senza giudicare o etichettare. Non tutti hanno la possibilità di lavorare in modo flessibile o in remoto. Non tutti hanno un datore di lavoro disposto ad agevolare le lavoratrici madri, molti capi sono soliti motivare la scelta così: “per non creare dei pericolosi precedenti e per non rischiare che la piaga della maternità si estenda in azienda”. Altri sostengono che non si possono inaugurare politiche di sostegno alle madri, altrimenti si creerebbe discriminazione in azienda e i signori uomini potrebbero risentirsi. È chiaro che chi ha un part-time è più soddisfatta e riesce a gestire meglio famiglia e lavoro. Ma siccome spesso è un miraggio, dobbiamo arrangiarci con ciò che è a nostra disposizione e nel caso italiano si tratta di molto poco. Si privilegiano i soliti discorsi e soluzioni di circostanza, nei rari casi in cui se ne parla a livello istituzionale. Ciò che mi stupisce è il silenzio di molte donne che fanno politica. Non sembrano temi interessanti nemmeno per le donne ai vertici della politica, che quando tentano di entrare nell’argomento spesso balbettano, perché forse non lo vivono sulla propria pelle. Vogliamo risolvere veramente i problemi in questo modo blando e superficiale, parlandone poco o niente, solo in occasione della pubblicazione dell’indagine o del libro di turno?

Prendiamo atto di essere molto sole e spesso isolate ed ignorate. Prendiamo atto anche della scarsa propensione alla solidarietà tra donne. Mettiamoci al lavoro e non chiudiamoci a riccio nei nostri problemi, cercando toppe fai-da-te. Non ci sono ancore di salvataggio se non impariamo a collaborare e a dialogare di più tra di noi e con i nostri uomini. Il percorso dev’essere comune.

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Come lasciare il lavoro e vivere sereni. Seduta di autoanalisi, autoguidata, capitolo secondo.

Ovvero, come metabolizzare un cambiamento. Ci vuole più tempo e più sofferenza nel prendere la decisione che a vivere la nuova dimensione di mamma a tempo pieno. L’unico campanello di allarme che dimostra la mia digestione difficile è che ancora oggi, a distanza di tre mesi dalle mie dimissioni, faccio fatica a parlarne e mi viene sempre un groppo in gola quando devo affrontare l’argomento. Non ne parlo, di solito aspetto la domanda degli altri, anche perché devo entrare nel labirinto delle spiegazioni. Forse perché ho paura che abbia ragione mio padre, che sostiene che non ho mai combinato niente di buono nella vita. Forse perché ho paura che questa mia parentesi di astensione volontaria dal lavoro passi dallo stato temporaneo al permanente. Fatto sta che ho lasciato il mio lavoro di consulente perché con i miei ritmi la famiglia non era conciliabile. Ho scoperto che per alcuni tipi di lavoro non esiste una via “sana” per la conciliazione. Ho scoperto, con rammarico, che non tutti i bimbi sono tipi da nido, che la tata è solo una costosa toppa per non accudire i figli e fare altro, che i nonni non possono e non devono essere la soluzione, se esci di casa alle 7 e torni, se va bene, alle 20. In questa giungla di cose, che capisci solo vivendole in prima persona, il tempo scorre a velocità sostenuta e non cogli niente, se non in occasione dei compleanni, quando ti accorgi che è passato un anno, che tuo figlio è cresciuto non proprio grazie a te e che ti stai perdendo tutto o quasi. Nel mio caso, le ho provate tutte e non ne è andata bene una. In pratica, mi sono persa un anno di vita di mia figlia per tirare avanti nell’impresa titanica e folle di continuare a lavorare. In più mia figlia non ha messo su neanche un grammo per tutto un inverno. Lei seguiva la nostra vita di genitori, con i nostri orari pazzi e i nostri stress. Oggi, non posso dire di riuscire a gestire tutto bene, ma ho il tempo per giocare e bisticciare con  mia figlia, per darle una vita più a misura di bambino. Ho il tempo per stare con mio marito. Ho capito che in ogni caso ci sarebbero stati dei sensi di colpa e che a questo punto valeva la pena fermarsi e godersi la battaglia quotidiana del crescere un figlio. I ritmi da catena di montaggio sono rimasti, ma ora è la nostra piccola che detta i tempi ed è giusto che sia così. Ho capito anche che noi donne abbiamo ancora tanta strada da fare per conciliare famiglia e lavoro. Siamo all’anno zero. Ho compreso che la carriera, in talune tipologie di lavoro, mal si concilia con la maternità, se non accompagnata da un adeguato sostegno legislativo e che sarebbe ora di rendere più appetibile il part-time, per esempio. Ma con i tempi che corrono, la vedo difficile. Viaggiamo verso lo smantellamento dei diritti e del welfare. Ho scelto male il mio tipo di lavoro? Può darsi, ma in tempi di vacche magre non si hanno molte alternative e un lavoro a misura di famiglia non è alla portata di tutti. Quindi non scarichiamo tutto sulle scelte personali e rimbocchiamoci le maniche per cambiare le condizioni esterne e creare un humus favorevole per le donne lavoratrici. I tempi stanno per cambiare e cambieranno. Per i nostri figli.

Ringrazio Laura Preite per aver accolto la mia storia sul suo blog sulla Stampa.

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Il “cattivismo” è una brutta bestia

Lupus est homo homini direbbe Plauto, concetto ripreso più volte, come per esempio da Hobbes. Mi è venuta in mente questa frase, leggendo questo articolo di Paolo Di Paolo, riportato da Civati sul suo blog. Ci lamentiamo dei toni che tracimano rabbia, violenza, inquietudine, allergia alle buone maniere. Il problema, dal mio punto di vista, ha radici più antiche e radicate nell’animo umano. Oggi ci stupiamo che si adoperino certi toni e turpiloqui con una disinvoltura senza precedenti. La mancanza di filtri ci deriva forse da quella immediatezza della comunicazione, resa possibile con l’avvento di internet e dei social network. Siamo poco abituati a riflettere sull’opportunità o meno di fare certe affermazioni. Dire le cose sul web è come urlarle al mondo, moltiplicando le possibilità di “urtare” la sensibilità di qualcuno o di fargli del male. In questo senso siamo dei maleducati digitali, come se il nuovo mezzo ci desse l’autorizzazione a dire tutto ciò che ci passa per la mente, senza la necessaria riflessione o rielaborazione. Siamo abituati ad una velocità senza precedenti storici e ci aspettiamo che tutto si esaurisca in una manciata di secondi. Altro che fast food delle parole e dei pensieri: qui siamo alla dimensione supersonica delle relazioni interpersonali. Inoltre il web sembra fornirci un anonimato protettivo, una sorta di schermo dietro il quale possiamo trincerarci e sputare fuori tutto. Questo vale solo ad amplificare un meccanismo del tutto umano, una sorta di retaggio animalesco che ci portiamo dietro attraverso i nostri geni.

Ricordo che quando ero piccola, mia nonna mi ha insegnato ad essere gentile, a parlare sempre in modo rispettoso, a pensare prima di agire e a mantenere sempre un atteggiamento “gentile”, cascasse il mondo. Mia nonna lo motivava dicendomi che sarebbe stato un lasciapassare fondamentale per la mia vita e che se avessi seguito i suoi consigli mi sarei trovata bene. Mi hanno insegnato anche ad ascoltare, a non parlare “sopra”. Oggi, a distanza di tempo, posso dire che il mio atteggiamento, sempre in “ascolto” degli altri e sensibile agli altri, non mi ha fruttato granché. Spesso mi sono trovata schiacciata, soverchiata per questa mia benevola tranquilità ed educazione. Non ne parliamo poi nel mondo del lavoro. Solo da grande ho scoperto che la maggior parte dei miei amici erano stati educati in modo del tutto differente: erano cresciuti nel nome della lotta, della forza, del vincere e primeggiare ad ogni costo.  Ricordo che la mia professoressa di italiano del liceo, durante un colloquio con mia madre, le disse che “non sapevo vendere bene la mia merce”, che ero poco capace di far valere le mie qualità e le mie capacità. Da quel momento in poi, ho compreso che qualsiasi mio sforzo per migliorare sarebbe stato vano. Ero bollata a vita, come una fallita, una fessa, una tonta, meno di una nerd (ma all’epoca i nerd non erano di moda in Puglia). Mi si chiedeva di imparare l’arte del vendere fumo e di saperlo fare bene. Questo tipo di professionalità non mi ha mai interessato, ho sempre vissuto male nei contesti in cui non si dava importanza alla qualità del lavoro. Non ho mai mollato (nonostante gli incoraggiamenti a farlo) ed alla fine, in qualche caso, ho vinto io, anche se per alcune persone sono restata la sfigata e la fallita di sempre. Non mi interessa.

Per questo non credo che ci sia una ricetta per campare bene in una società sempre più assetata di sangue e di successo. La prevaricazione molto spesso vince sulla gentilezza, non raccontiamo favole, non ne abbiamo bisogno. Lo so, sarebbe molto meglio se eccedessimo in gentilezza, ma parliamo anche di una cosa: non siamo abituati a comportarci bene e questo lo dobbiamo a decenni di educazione familiare sbagliata, difficilmente sanabile. Poi ci sono tutti gli isti e gli ismi che non fanno altro che accrescere la tensione, lo scontro a tutti i costi. Si ingiuria gratuitamente o per un fantomatico ideale o di una guerra santa da combattere. Caterina Simonsen è caduta in questa ragnatela di superficialità diffusa e di persone di scarsissimo spessore umano. Alcune persone sono talmente ottenebrate da non fermarsi davanti a niente. Ecco come ambientalismo e animalisti corrono il rischio di degenerare e di diventare semplicemente dei veicoli in nome dei quali è consentito usare violenza. Tutto viene strumentalizzato e distorto. Ed alla fine non resta niente. Perché spesso non siamo nemmeno in grado di reggere un confronto serio e pacato. Auguriamoci solo che si abbassino un po’ i toni dei confronti, che si impari a soppesare un po’ di più le parole e ad ascoltare, anche se c’è un diffuso abuso nello smentire (con una leggerezza incredibile) ciò che si dice.  Impariamo ad educare i nostri figli, perché essere dei feroci predatori non sempre paga.

Insomma, ricordiamoci che non siamo portati alla pazienza, per questo dobbiamo recuperare ritmi di comunicazione e di ragionamento più morbidi e a misura di ascolto. L’istinto a volte ci aiuta, ma a volte può essere cieco: usiamo la ragione o almeno sforziamoci di farlo.

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