Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Come lasciare il lavoro e vivere sereni. Seduta di autoanalisi, autoguidata, capitolo secondo.

su 3 gennaio 2014

Ovvero, come metabolizzare un cambiamento. Ci vuole più tempo e più sofferenza nel prendere la decisione che a vivere la nuova dimensione di mamma a tempo pieno. L’unico campanello di allarme che dimostra la mia digestione difficile è che ancora oggi, a distanza di tre mesi dalle mie dimissioni, faccio fatica a parlarne e mi viene sempre un groppo in gola quando devo affrontare l’argomento. Non ne parlo, di solito aspetto la domanda degli altri, anche perché devo entrare nel labirinto delle spiegazioni. Forse perché ho paura che abbia ragione mio padre, che sostiene che non ho mai combinato niente di buono nella vita. Forse perché ho paura che questa mia parentesi di astensione volontaria dal lavoro passi dallo stato temporaneo al permanente. Fatto sta che ho lasciato il mio lavoro di consulente perché con i miei ritmi la famiglia non era conciliabile. Ho scoperto che per alcuni tipi di lavoro non esiste una via “sana” per la conciliazione. Ho scoperto, con rammarico, che non tutti i bimbi sono tipi da nido, che la tata è solo una costosa toppa per non accudire i figli e fare altro, che i nonni non possono e non devono essere la soluzione, se esci di casa alle 7 e torni, se va bene, alle 20. In questa giungla di cose, che capisci solo vivendole in prima persona, il tempo scorre a velocità sostenuta e non cogli niente, se non in occasione dei compleanni, quando ti accorgi che è passato un anno, che tuo figlio è cresciuto non proprio grazie a te e che ti stai perdendo tutto o quasi. Nel mio caso, le ho provate tutte e non ne è andata bene una. In pratica, mi sono persa un anno di vita di mia figlia per tirare avanti nell’impresa titanica e folle di continuare a lavorare. In più mia figlia non ha messo su neanche un grammo per tutto un inverno. Lei seguiva la nostra vita di genitori, con i nostri orari pazzi e i nostri stress. Oggi, non posso dire di riuscire a gestire tutto bene, ma ho il tempo per giocare e bisticciare con  mia figlia, per darle una vita più a misura di bambino. Ho il tempo per stare con mio marito. Ho capito che in ogni caso ci sarebbero stati dei sensi di colpa e che a questo punto valeva la pena fermarsi e godersi la battaglia quotidiana del crescere un figlio. I ritmi da catena di montaggio sono rimasti, ma ora è la nostra piccola che detta i tempi ed è giusto che sia così. Ho capito anche che noi donne abbiamo ancora tanta strada da fare per conciliare famiglia e lavoro. Siamo all’anno zero. Ho compreso che la carriera, in talune tipologie di lavoro, mal si concilia con la maternità, se non accompagnata da un adeguato sostegno legislativo e che sarebbe ora di rendere più appetibile il part-time, per esempio. Ma con i tempi che corrono, la vedo difficile. Viaggiamo verso lo smantellamento dei diritti e del welfare. Ho scelto male il mio tipo di lavoro? Può darsi, ma in tempi di vacche magre non si hanno molte alternative e un lavoro a misura di famiglia non è alla portata di tutti. Quindi non scarichiamo tutto sulle scelte personali e rimbocchiamoci le maniche per cambiare le condizioni esterne e creare un humus favorevole per le donne lavoratrici. I tempi stanno per cambiare e cambieranno. Per i nostri figli.

Ringrazio Laura Preite per aver accolto la mia storia sul suo blog sulla Stampa.

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