Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Le risorse del Paese

Un Paese che vuole crescere e non solo a parole, non avvierebbe mai una finanziaria e una serie di altre misure volte a “scoraggiare” chiunque voglia metter su famiglia. Tito Boeri, su Internazionale n° 1023, illustra bene i termini della questione: 18,5_Boeri. In un Paese dove la natalità è sempre più bassa e si diventa genitori in età sempre più avanzata, ci servivano proprio questi disincentivi a migliorare la situazione. Il tutto condito con il solito sarcasmo che viene utilizzato sempre più spesso ultimamente “non possiamo fare altrimenti”. Così, da un lato colpiamo sempre i soliti idioti e dall’altro demoliamo anche la sola idea di mettere al mondo dei figli. Eppure, sarebbe l’ora di rompere con certi tabù e ampliare le nostre vedute, visto che non sarebbe poi tanto malvagio iniziare a tassare chi ha davvero di più. A proposito, segnalo questo pezzo del Die Zeit: Tassare di più i ricchi non fa male. Le risorse sono sempre meno, ma rastrellare sempre dallo stesso pezzetto di umanità mi sembra criminale.

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Le canne al vento del PD

Leggendo questo post di Chiara Geloni, ho sussultato. Certo si tratta di un approccio molto “diretto”, una sorta di pugno sferrato, evidentemente, per una questione mai completamente metabolizzata dall’autrice. A un certo punto non si può più mandare giù il boccone amaro e vien fuori tutto in articoli come questo. Capisco appieno la Geloni, il problema è che in questo modo, pur affermando cose sacrosante, corre il rischio di crearsi più nemici che altro. Ritornando al mio sussulto, posso dire che le uscite della Madia di solito mi provocano gastrite. Qualcuno doveva pur dire qualcosa (di sincero) in merito alla Madia, prima o poi. Non trovo possibile che il PD arruoli gente con una tale biografia, tutta infarcita di amicizie, relazioni e salti su innumerevoli carri. Non trovo lusinghiero e coerente parlare di pari opportunità, di donne di talento da valorizzare, di onestà e pulizia quando ci sono personaggi siffatti, che hanno fatto di tutto pur di emergere. Se il mio partito vuole dare una sterzata, dobbiamo lasciarci alle spalle questi figurini. Siamo veramente poco decorosi e scarsamente credibili. Se poi, si leggono sostegni alla Madia di questo tipo, mi cascano le braccia completamente. Affoghiamo nella vergogna.

Post scriptum:

A quanto pare le vipere non si fermano e la povera Geloni continua ad essere vittima di attacchi, come questo di un altro fiore all’occhiello del PD, Alessandra Moretti. Mi duole dirlo, ma mi fa specie che si critichi la Geloni, che non ha fatto altro che dire cose palesi. Moretti cara, il silenzio in qualche caso non guasterebbe. Se questi sono i trascorsi

Post post scriptum:

12/12/13

Rileggendo quanto ho scritto ieri, mi sono resa conto di essermi lasciata andare nei toni. Solitamente, non è mia abitudine essere così dura, ma quando assisto a simili episodi di gogna non posso stare zitta. In un partito, tanto più se progressista, deve essere ammesso il diritto di critica, così come il diritto di replica, che in questo caso spetta alla Madia, che è nelle piene facoltà di rispondere puntualmente. Tutte le altre colleghe intervenute a difesa della Madia, avrebbero fatto meglio a restarne fuori. Non si può richiamare la solidarietà femminile, che qui non c’entra niente perché Chiara Geloni ha semplicemente posto delle questioni, com’è naturale per una che di mestiere fa la giornalista. Personalmente trovo più sinceri i post di Annagrazia Calabria di Forza Italia rispetto a ciò che scrive la Madia. Quanto meno la Calabria è coerente. Se l’obiettivo era rottamare, dovevamo dare un taglio anche all’opportunismo e al servilismo politico. Ma a quanto pare non ci siamo, se non viene tollerato chi parla fuori dal coro. Cosa dovremmo fare noi donne, cucirci le labbra e non fare mai interventi scomodi su altre donne? Non dobbiamo dire cose vere, pur di non cadere nella colpa di aver procurato un danno a una donna come noi? Tutte allineate? A questo punto mi vien da pensare che i nuovi avamposti femminili del PD siano sempre più simili alle deputate di Silvio che al modello Iotti.. Altri tempi davvero. 20 anni di Berlusconi hanno avuto anche questo effetto. Dobbiamo pensare con la nostra testolina,  ma non troppo,  e sopratutto stare attente a non esternare fuori dal copione. E poi, avere un bel visino e i giusti sostegni, non guasta mai. Questo è lo spazio riservato alle donne? Che bella famiglia democratica!

Aggiornamento ore 18:50 12/12/13:

Attendiamo ancora fiduciosi una replica puntuale dalla Madia e non questo.

Aggiornamento 13/12/13:

Roba da romanzo a puntate.. con zero risposte. Ecco l’ultimo capitolo uscito sul Corriere. Una vera barzelletta, triste davvero.

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Il 9 dicembre: il risveglio con Matteo

I risultati delle Primarie del PD sono sotto i nostri occhi. Renzi è il nostro nuovo segretario e spetta a lui ora dettare la linea del partito. Non ci sono dubbi su quanto desiderato da elettori, simpatizzanti ed esterni al PD: con queste Primarie aperte, che piaccia o meno, il verdetto ha premiato il rottamatore. Il che potrebbe essere un segnale positivo, si chiede un cambiamento, più o meno consapevole di ciò che potrebbe portare. Il compito che spetta, da oggi in poi, a tutti noi è quello di mantenere vivo il dialogo interno al partito, portare avanti i progetti nati e immaginati nel corso di questo eccezionale percorso pre-Primarie, delineare un progetto e un modello di sistema economico-sociale per il Paese intero, credibile, concreto e che sappia traghettarci fuori dalla crisi in cui siamo impantanati da tempo. Ciò che occorre fare è mettere da parte gli antagonismi e stendere un tappeto condiviso il più possibile per riformare l’Italia. Non possiamo permetterci scivoloni, l’ennesima scissione,  ma dobbiamo imparare a lavorare tutti fianco a fianco, condividendo lo stesso obiettivo: il benessere collettivo, uscendo da logiche clientelari, dalla corruzione, dai privilegi di pochi, da facili soluzioni sempre sulle spalle dei soliti noti, con il coraggio e la forza che un movimento progressista deve avere. Riportiamo a galla valori sociali ormai sopiti e coperti dalla polvere, rinvigoriamo la nostra capacità di riflessione e di dialettica produttiva, siamo curiosi e aperti, che non fa rima con l’essere schiavi o asserviti. Il nostro compito resta sempre lo stesso. Il laboratorio a cui ha dato vita Pippo continuerà a creare tessuto culturale a 360 gradi: ciò di cui abbiamo estremo bisogno. Ciò che abbiamo toccato con mano è l’energia vitale e positiva che può scaturire da un lavoro di squadra sincero e in cui ci si può rispecchiare. È stata una palestra e un modello di lavoro, di come si possono coinvolgere storie ed esperienze diverse per produrre, condividere e diffondere un progetto. Questa progettualità diffusa e questo spirito inclusivo non devono essere smarriti, devono diventare il consueto modus operandi del PD. Oggi questo bagaglio resta a disposizione del partito e del nuovo segretario. Siamo certi che dal terreno fertile dei civatiani continueranno a spuntare ancora numerosi fiori di idee. Il territorio e i circoli in primis saranno sempre più essenziali e indispensabili per mantenere vivo il progetto per cui è nato il PD.

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Il (semi)recupero di Marx

A proposito di lotta di classe, c’è chi recupera MarxLa rivincita di Marx_Internazionale1027 , per molto tempo considerato un visionario, le cui idee erano state smentite dai fatti. Liberismo, libero scambio, globalizzazione sembravano aver decretato il fallimento delle teorie di Marx, propagandando l’idea di una ricchezza che si sarebbe diffusa a vantaggio di tutti coloro che desideravano diventare ricchi. Tutti gli strumenti erano a portata di mano, semplici da applicare e da portare a proprio vantaggio. Certo, se tutto ciò fosse stato corretto, oggi saremmo tutti un po’ più felici e soddisfatti, non ci sarebbe la crisi e non sarebbe tanto acuto il conflitto sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio e io aggiungerei anche che è sempre più percepibile un altro scontro: come accennavo qui, si tratta di una guerra tra poveri, una lotta per difendere il proprio, quel poco che si ha. Il capitalismo ha sviluppato questo escamotage, una sorta di sistema immunitario della ricchezza. Il fatto che chi oggi protesta contro questi assetti socio-economici esistenti non chieda più di rovesciarli, bensì solo di riformarli e di rivederli, in modo che siano più praticabili e sostenibili sul lungo periodo, tramite una semplice redistribuzione della ricchezza, contiene una chiara debolezza. Come si può chiedere al sistema di cambiare e di autoriformarsi? Il sistema che ha prodotto il disastroso gap attuale tra poveri e ricchi tende a massimizzare i suoi profitti, il suo successo e il suo potere. Il potere passa anche per il controllo totale di coloro che servono a produrre ricchezza, a qualunque condizione. I meccanismi di autocura che si immaginano, sono veramente di una ingenuità enorme. Vogliamo il cambiamento,  ma siamo pigri, ci trema la voce e il pensiero al solo immaginare di perdere questo nostro disastrato modello capital-consumistico. Vogliamo forze progressiste in grado di dare una sterzata significativa e poi ci preoccupiamo di non calpestare troppi piedi “importanti”, non vogliamo cambiare in modo sostanziale il modello, ci accontentiamo di una fantomatica elemosina,  perché di questo si tratterebbe. Dobbiamo esserne consapevoli fino in fondo. Questo per Marx non sarebbe stato immaginabile. Le opportunità per tutti passano per una profonda ridefinizione delle regole, dei patti, degli equilibri tra le forze socio-economiche, per un cambiamento dei modelli e degli stili di vita. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Interventi troppo tiepidi avrebbero l’efficacia dei pannicelli caldi, in stile Gattopardo.

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Ragionando sul lavoro ai nostri tempi

Leggendo questo articolo dell’antropologo David Graeber Il secolo del lavoro stupido_Internazionale1023, si hanno delle impressioni discordanti. Keynes nel 1930 aveva previsto, molto ottimisticamente, che la tecnologia ci avrebbe consentito di avere una settimana lavorativa di 15 ore. Il che fa un po’ sorridere, perché in parte sarebbe realmente possibile, ma nei fatti non lo è. Certo, sono largamente diminuiti i posti di lavoro di chi produce beni materiali, ma il sistema economico ha ideato al contempo nuove forme di lavoro legate al terziario, alla fornitura di servizi. In pratica, sono fioriti opifici di lavori inutili o quasi, della cui utilità sociale si può, in un certo senso, nutrire qualche dubbio. Avete presente l’efficienza che è richiesta in qualsiasi impresa produttiva? Ce la siamo lasciata alle spalle, affogata nel modello lavorativo impiegatizio, consulenziale e di somministrazione di servizi di vario e presunto “alto valore aggiunto”, dove il valore pecuniario di queste prestazioni è elevato, ma spesso questo prezzo finisce solo nelle tasche di pochi e privilegiati dirigenti e manager. Ecco perché vediamo lievitare gli emolumenti di una parte di lavoratori e d’altro canto c’è chi assiste al depauperamento della propria busta paga. Ma questo sarebbe un male minore, se noi poveri lavoratori del terziario avessimo un po’ di tempo libero al di là del lavoro. Spesso il lavoro è diventato senza orario, mal retribuito, con un notevole ammontare di ore lavorate e per niente retribuite. Parlavo di efficienza, ma spesso la legge che vige in alcuni lavori è l’esatto contrario, la giornata è spesso fatta di tempi morti, per poi averne altri in cui non hai nemmeno il tempo di respirare. Ci sono giornate fiacche e giornate in cui si lavora a oltranza. Siamo operai intellettuali che vengono sfruttati senza molte regole. Per molti il lavoro diventa l’unico fulcro della propria vita, consuma le giornate ma senza un vero appagamento o un vantaggio per la collettività. La sensazione diffusa è di un lavoro arido, poco soddisfacente e che avvantaggia economicamente solo i vertici. Addirittura se riesci a completare un incarico in un tempo minore di quanto pattuito nel contratto con il cliente, vieni tacciato di far perdere fatturato e che si dovrebbe far finta di lavorare piuttosto che far perdere alla ditta quel margine di guadagno in più. Questo voi come lo chiamate? A voi la risposta e a me le conclusioni: tutto questo modus operandi porta il nostro modello economico all’autodistruzione, al lento impoverimento di senso e di valori. Anziché produrre un benessere diffuso, si crea un contesto di cannibalismo improduttivo e senza regole, dove il fumo vale più della sostanza, dove produrre spesso fa  coppia con aria fritta. I servizi sono importanti, ma solo se vengono gestiti bene e hanno come obiettivo un miglioramento tangibile. Tutto il resto crea distorsioni nel modo di vivere, percepire e produrre. Nell’articolo trovo corretto che si affermi che questo è un modello ideale per salvaguardare il capitalismo, dove sia chi produce beni materiali, sia chi fa un lavoro  “di concetto” o come dice l’autoreinutile”, sono vittime inconsapevoli di un ingranaggio creato dai vertici aziendali e dalla classe dirigente. Così si corre il rischio di una guerra tra poveri e si perde di vista il nocciolo del problema: indurre i lavoratori subalterni a una contrapposizione formale tutta interna, non più in chiave di una lotta di classe, ma di una lotta inter-classista, per poterci meglio sfruttare. Il nostro modello socio-economico perde il valore sociale dello svolgere un’occupazione utile e “migliorativa” della nostra società e ci lascia solo il lato pecuniario e vile della miseria a fine mese. Il sistema regge se la massa è inconsapevole e preoccupata solo del proprio orticello. Il sistema regge solo se si continua a percepire il lavoro come di first class o di categorie inferiori. Il capitalismo ha le mani libere se non c’è più un’unica e compatta classe lavoratrice, ma tante deboli compagini disorganizzate e in lotta tra loro per le briciole. Altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il crescente arretramento dell’azione delle organizzazioni sindacali.  Il sistema regge se l’istruzione non ci fornisce i giusti strumenti di interpretazione della realtà e ci fa crescere subalterni e ciechi. Il sistema regge se l’unico nostro obiettivo consiste nel lavorare per comprare. Il sistema capitalista si regge sul “Produci, consuma, crepa”, come in una canzone dei CCCP. Il problema è se vogliamo farci consumare da questa gestione folle.

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Il femminismo e l’estetica delle “bruttine”

Quale perversa deriva sta imboccando la nostra società, se dobbiamo assistere a certi episodi che ci riportano indietro di secoli, con una mentalità e una mancanza di sensibilità degne dei periodi più oscuri della nostra storia?  Un Paese, il nostro, che è in crisi anche sul versante del rispetto delle donne. Condivido ogni parola di questo articolo di Marina Terragni Amiche 5 Stelle, avete un problema. La questione è veramente grave, se un Movimento che si propone come alternativa seria e responsabile vede tra i suoi sostenitori simili soggetti. Colpire Maria Novella Oppo de L’Unità con argomenti tanto biechi, se fossimo in un Paese sano, dovrebbe subito far riflettere e portare a prendere le distanze da questo gruppo. Ma si sa, non siamo in un Paese dove alberga il buon senso e non c’è molto rispetto per la dignità delle persone, di qualsiasi genere esse siano.

Ma a quanto pare, il problema è altrettanto grave anche all’estero. Ne parlava la giornalista britannica Laurie Penny, in un suo pezzo uscito qualche settimana fa su Internazionale: Internazionale1023_Laurie Penny.

In pratica, si coltiva la tendenza ad edulcorare e a rendere più gradevole la figura della femminista, una sorta di esortazione a migliorare l’immagine del femminismo, come ha cercato di fare il mensile Elle. Dobbiamo parlare, ma assecondando ciò che gli uomini si aspettano da noi, una sorta di “vestito” decoroso e rispettoso dell’idea di donna che piace agli uomini. Scrive la Penny: “Lo stereotipo della femminista bruttina e indesiderabile sopravvive per un motivo preciso: perché è ancora l’ultima e migliore linea di difesa contro ogni donna che cerca di far sentire la sua voce e pretende di fare politica. Tanto per dirle che se continua così nessuno l’amerà mai”. Stiamo tornando all’idea che la donna deve essere dimensionata a ciò che l’uomo desidera trovare in lei. Ci vogliono deboli, fragili e disunite perché così ci possono tenere sotto controllo. Nella mia storia personale, posso dire che l’amore vero ti ama per ciò che sei e che esprimi con la tua personalità, che è unica e speciale perché non è frutto di compromessi e non è addizionata con edulcoranti artificiali. Il dialogo con gli uomini significa che non dobbiamo diventare subalterne o semi-mute  su temi come il lavoro, i salari, il welfare e la violenza sessuale. Su certi problemi occorre farsi sentire con il linguaggio giusto e dovremo riuscire a rompere quel muro di consuetudini e di grettezza dietro cui si trincerano alcuni uomini. Perché occorre parlare con la giusta forza della questione femminile in termini di questione maschile. E’ un percorso da fare insieme, uomini e donne, e ne trarremo tutti dei benefici considerevoli.

Riporto un altro stralcio di Laurie Penny:

“Per citare le parole di Susan B. Anthony, una delle prime attiviste per il sufragio universale e i diritti civili: “Le persone caute e prudenti che si sforzano sempre di salvare la propria reputazione e di rispettare le norme sociali non provocheranno mai il cambiamento. Quelle che fanno sul serio sono disposte a dichiarare apertamente il loro disprezzo per certe idee e i loro sostenitori e a sopportarne le conseguenze”.

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Perché Pippo

La mia storia personale e i miei studi hanno sempre viaggiato in parallelo con la politica, ma la mia partecipazione non è stata mai da militante in prima linea. Oggi qualcosa è cambiato. Con la nascita di mia figlia sono diventate più evidenti e a volte dirompenti alcune storture della nostra società. A ciò si è aggiunto un deterioramento del già precario rapporto tra società, politica e partito. Ciò che avevo sempre delegato ad altri a un certo punto ha iniziato a non essere più sostenibile, mi sono sentita richiamata a un impegno in prima persona. Perché ho avvertito che stavamo smarrendo il nostro universo di valori e che la sinistra si stava sciogliendo in un magma filo-liberista, persa nel suo inseguimento di una vittoria elettorale, come se questo tipo di successo potesse riassumere l’unica ragion d’essere di un partito come il PD. Il punto di non ritorno è coinciso con le ultime elezioni politiche e con l’affondamento di Prodi come presidente della repubblica. Dentro me è maturata pian piano l’idea di “esserci” e di giocare in prima persona all’interno del PD. Nel 2013 ho deciso di fare la tessera e di sostenere Civati, che seguivo già da tempo: è nata l’urgenza di correggere in extremis la linea smarrita e di coltivare la speranza di un futuro migliore per tutti noi. Ci sono temi che possono essere declinati solo grazie alla sensibilità di un grande partito di sinistra. Il nostro Paese deve recuperare la solidarietà di una collettività sana, che si ispira ai principi laici di onestà, uguaglianza, pari opportunità, meritocrazia e rispetto delle leggi in contrapposizione con le malattie croniche dell’evasione fiscale, del familismo e del nepotismo, del clientelismo, della corruzione e della violenza. Ci sono troppe istanze che aspettano di avere una risposta. Ecco, io ho trovato tutto questo nel documento programmatico che Pippo ha saputo costruire con un respiro collegiale e aperto. La differenza sostanziale è il suo modo di fare politica: insieme e per un futuro migliore per tutti noi, per tutti gli adulti di domani come Nina e Caterina. Nella speranza che quando diventeranno donne e madri sarà molto più semplice conciliare maternità e lavoro e le voci al femminile saranno la normalità e non una rarità. Civati ha dato un segnale importante in questo senso e non erano solo frasi di circostanza. E se devo fare un nome, io scelgo Debora Seracchiani. Iniziamo a cambiare, non possiamo rimandare, e insegniamo ai nostri figli ad essere sempre vigili e curiosi.

Se ci dovessimo svegliare il 9 dicembre con Pippo come segretario, sarebbe uno scenario meraviglioso. Noi civatiani ci crediamo. Hasta la victoria!! Sarebbe l’unica vera speranza di cambiamento. E comunque Pippo ha già vinto: con questa campagna ha coinvolto ed emozionato, ha riportato entusiasmo e voglia di fare bene in politica. Questa energia continuerà a propagarsi e a dare nuova linfa vitale al partito e non solo.

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L’intellettuale avulso o apolitico

Ho scoperto che va di moda un nuovo tipo di “intellettuale”. Dopo aver letto questo post di Corrado Ocone, mi è venuta una specie di dermatite allergica:

L’intellettuale apolitico

Ognuno è libero di giungere alla costruzione di un prototipo di intellettuale, ma da qui a gettare alle ortiche la figura dell’intellettuale organico ce ne passa. Trovo alquanto complicata questa separazione tra teoria e prassi, che oltre ad essere difficilmente attuabile nella realtà, mi sembra una forzatura mentale non da poco. Si tratta di creare e gestire un pensiero in provetta, senza che peraltro si
possa confrontare con l’universo circostante. Infernale e datato è concepire un sistema di monadi che non parlano tra di loro: infruttuoso e sterile lavoro di stile, fortemente condizionato e lacunoso. Altrimenti, a cosa servirebbero tutte le “produzioni del pensiero”?

A proposito di intellettuali, mi è tornato in mente un articolo uscito su Die Zeit “How to stop a sharknado” di Evgeny Morozov, che affronta il tema “aggiornandolo” al rapporto intellettuale-internet. Il discorso si apre a un adattamento contemporaneo del ruolo. Oggi siamo talmente immersi in questo nuovo habitat web che forse occorrerebbe includerlo nelle nostre analisi.

http://www.zeit.de/digital/internet/2013-10/morozov-sharknado-chomsky-foucault

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A proposito della salute del welfare europeo

Significativo questo articolo di Torreblanca:

Dal welfare olandese al modello europeo

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