Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

L’arduo mestiere del genitore. Seduta di autoanalisi, autoguidata.

su 22 dicembre 2013

Fare i genitori è un compito complesso, delicato, arduo e costellato di errori, che spesso attraversano le generazioni e si perpetuano identici di padre in figlio. Ci sono genitori che non perdono occasione di lodare e di magnificare le gesta dei propri figli, come esistono altri che non fanno altro che opprimere, denigrare, offuscare in ogni modo l’autostima dei figli. Gli eccessi, si sa, sono entrambi dannosi, ma nel secondo caso si rischia di generare individui insicuri, che si sentono sempre sotto giudizio, che vivono sempre sotto attacco e sono abituati unicamente a sentirsi inadeguati, fuori luogo, insomma delle merdacce per dirla alla Fantozzi. I danni, come dicevo, si possono replicare all’infinito, di generazione in generazione: i figli possono riprodurre il metodo educativo sui propri figli e qualora non lo facciano, ci penseranno i nonni a trasmettere delle immagini fuorvianti ai nipoti. Ci sono genitori che sviliscono i propri figli a vita e continuano a farlo anche davanti ai nipoti, il che finché sono piccoli non produce danno, se non l’ennesimo schiaffo di umiliazione a danno dei figli. I problemi sorgono quando i nipoti crescono e fanno fatica a capire come mai i nonni hanno una così scarsa considerazione dell’operato di un genitore. Sarebbe opportuno prendere le distanze il prima possibile e troncare sul nascere certi comportamenti, parlandone e cercando una mediazione. Se ciò non dovesse essere sufficiente, sarebbe meglio troncare ogni relazione. Ne parlo, perché ne so qualcosa e mi trovo ancora nella prima fase. Il senso di inadeguatezza è sempre stato presente in me, ma non pensavo derivasse dall’esterno. Solo di recente ho compreso che si è trattato di un lavoro che parte da lontano e si è sedimentato in anni di educazione all’annientamento. La frase ricorrente dopo ogni mia piccola conquista era: “ne devi mangiare ancora di pane duro”. Un modo per non farmi riposare sugli allori, che nascondeva uno svilimento di ogni mio sforzo. Non ho mai sentito altro. Le uniche figure che mi hanno fatto sentire amata per quello che ero sono stati i miei nonni materni, che purtroppo ho perso troppo presto. Mi sono nutrita del loro amore incondizionato e sono riuscita a sopravvivere e a crescere meno arida. Loro erano capaci di guardare oltre la mia corazza. Per fortuna, a un certo punto l’influsso dei miei genitori si è ridotto. Partiamo dall’inizio. Mio padre ha schiacciato mia madre dal primo istante. Mia madre ha, a suo dire, cercato di resistere e poi si è arresa. Ultimamente a questo appiattimento si è aggiunta una nuova prassi: la difesa a oltranza di mio padre, pur di mantenere la pace familiare, che poi coincide semplicemente nel far fare a mio padre ciò che vuole e permettergli di disporre degli altri come solo un sultano può fare. Naturalmente ogni opposizione diventa da stigmatizzare e da distruggere. Con gli anni ho capito che in fondo, se una persona finisce con l’appoggiare certi atteggiamenti è perché le va bene così; se si accetta un modo di fare, senza opporsi o cambiare strada, è perché, in fondo, si è uguali. Non puoi mandare giù il boccone amaro all’infinito. Per cui ho capito che la longevità del matrimonio dei miei genitori si basa sul fatto che sono in realtà identici. Le numerose pantomime di separazione non erano serie. Se decidi di accettare certi comportamenti, sei connivente e in fondo ti sta bene. Il lamento di mia madre è solo un paravento, una facciata da mantenere. Pensavo che non fosse una calcolatrice, invece a quanto pare lo è. Ogni cosa dev’essere al suo posto, altrimenti si scatena l’inferno, salvo poi fare la vittima di tutto. Quando si tratta di dire che sono una schifezza e una nullità è al fianco di mio padre, sempre. I suoi tentativi di mantenere un po’ di autonomia sono stati rari. Credo che l’unica cosa che le interessi sia mantenere la facciata di armonia, al primo posto c’è ciò che gli altri pensano della sua famiglia: poca sostanza, molta estetica da famiglia del mulino bianco. Ho passato tutta la prima parte della mia vita a cercare di accontentare i miei, di essere brava, di fare i salti mortali per compiacerli. Poi ho smesso, perché ho capito che era una missione impossibile e che sprecavo solo tempo ed energie. Ho provato ad affrancarmi dall’idea che mi avevano instillato in testa, che fossi un’incapace cronica. Forse, questo mi è servito, perché ho deciso di fare tutto da sola, senza appoggiarmi mai a nessuno. Lo devi a te stessa, altrimenti, rischi di rimanere inchiodata lì,  dove vorrebbero che tu fossi. Così nello studio e nel lavoro, sono sempre giunta alla meta con le mie forze. Ho compreso quanto fosse falsa quell’immagine di incapace. Ho lottato per sbarazzarmi delle varie etichette che mi sono state attribuite, perché non volevo allinearmi, non volevo obbedire ciecamente alla linea impartita da mio padre. Oggi, i miei ci riprovano con mia figlia, non perdono occasione per denigrare il mio ruolo di genitore, mi smentiscono e fanno tutto il contrario di ciò che io vorrei. Finora,  non è successo nulla, mia figlia è troppo piccola per capire, ma siamo al confine ed ho paura che ci possano essere danni seri. Il mio rancore svanisce presto e mi ritrovo a dirmi che non posso troncare ogni contatto, che non posso arrogarmi il diritto di troncare la relazione nonni-nipote. Ma ho paura. La stessa paura che mi assaliva in passato e che a volte riaffiora, quella di sentirmi una merdaccia e di perdere la stima, in questo caso di mia figlia. Mio padre già critica il fatto che mia figlia sia troppo attaccata a me, ma lei ha meno di due anni, quale sarebbe la normalità? Quella ex bambina fragile e insicura è ancora lì, dentro di me, con il suo senso di inadeguatezza. Oggi, rivedo alcune cose della mia infanzia, con un’ottica diversa. Mio padre era spesso assente e quando c’era bisognava stare attenti a non farlo arrabbiare, pena l’inizio di una delle sue “spedizioni punitive”, che consistevano in una sua fuga a casa dei genitori, oppure in un mutismo lungo anche due settimane. Una specie di sospensione di ogni sua ‘incombenza’ familiare. Potete ben immaginare il clima. Durante la mia infanzia ho assistito ad ogni genere di lite. A volte pensavo che fosse colpa mia. Mia madre giocava raramente con me, era sempre troppo occupata a fare altro. Infatti, ricorda poco o niente della mia infanzia. Allora, io la capivo e cercavo di non farle pesare troppo questa assenza, giocavo da sola, facevo i compiti da sola, chiedevo poco o niente. Ultimamente, ho capito che era un’assenza involontaria solo a metà: anche oggi, sostiene di voler trascorrere un po’ di tempo con la nipote, ma ha sempre qualcos’altro da fare, per cui anche adesso la vedi in difficoltà quando deve trascorrere anche solo 5 minuti con la nipote. Saranno solo mie congetture? Quel che è certo è che non voglio che mia figlia ricordi la mia assenza. A volte penso che dovrei risolvere questi problemi che mi porto dentro, perché potrei condizionare il mio futuro e la vita di mia figlia. Ma, l’unica strada è quella di iniziare a perdonare e a perdonarsi soprattutto. Devo scrollarmi di dosso il peso del fallimento totale che mi è stato appiccicato addosso. Forse sono ipersensibile, ma le parole a lungo andare scavano a fondo, quello che ti è stato tolto non torna più, i buchi nell’anima non si riparano facilmente.

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