Nuvolette di pensieri

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I numeri non bastano

I numeri a volte non bastano a rappresentare e a interpretare la realtà. Tito Boeri, sempre molto attento, in questo articolo scivola un po’, dimostrando di avere una visione parziale del problema ‘occupazione femminile’. Lasciando perdere la questione minoritaria del numero di donne nei livelli dirigenziali, mi preme soffermarmi sulle soluzioni che Boeri propone per incrementare le percentuali di donne che lavorano: una su tutte, cancellare le detrazioni fiscali per i carichi familiari con esclusione dei figli. L’economista Boeri ragiona in termini astratti ed evidentemente non conosce i reali motivi per cui una donna ‘sceglie’ (più o meno felicemente) di non lavorare. Se in Italia ci fossero degli incentivi reali per le donne a lavorare e il sistema di welfare fosse più efficiente e capillare, la situazione non sarebbe così tragica. Soprattutto, molte donne non lascerebbero il lavoro dopo il primo figlio o per seguire un familiare bisognoso di assistenza. Perché, di questo parliamo. Con retribuzioni basse (in media inferiori a quelle maschili), lavoro precario (ammesso che lo si abbia), orari di lavoro impossibili, accesso al part-time semi inesistente, spesso non ci sono alternative e quelle cifre irrisorie che vengono destinate per i carichi familiari servono quantomeno a lenire delle scelte che semplici non sono. Le donne che non lavorano non sono più pigre di altre, ognuna porta con sé una storia, una necessità, il più delle volte non dettata da una scelta egoistica, ma da circostanze in cui non si hanno alternative. Stiamo attenti a parlare, perché poi gli effetti li vivono sulla propria pelle coloro che sono dei pilastri viventi di welfare fai da te. Gli incentivi di cui parla Boeri vanno bene se il mercato del lavoro e il sistema Paese funzionano a dovere. Ma prima, guardiamoci attorno: siamo veramente pronti? E non venite a parlarmi di incrementare il numero di asili nido, perché dimostrereste di voler vedere solo la punta dell’iceberg.

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Il futuro parte dal presente

Ieri rileggevo questa analisi del giornalista danese Mads Frese apparsa su Internazionale n° 1029, poco prima della vittoria di Renzi alle Primarie del PD.

Emblematico il passaggio: “Invece è arrivato il momento di svegliarsi e guardarsi intorno per capire com’è ridotto il paese. Anche se si preferisce guardare al futuro, un progetto di cambiamento può convincere solo se parte da una rilettura del passato più recente. Altrimenti tutto si risolve nella semplice rimozione della situazione attuale”.

Ecco, questo è il nocciolo degli errori sin qui commessi dalla sinistra: scavalcare i passaggi che avrebbero previsto un’analisi, un’autocritica, una comoprensione del contesto. Abbiamo cercato di fare un esercizio di prospettiva sbilanciandoci in avanti, ma senza chairire il punto di partenza, come se si volesse fare un’analisi e comprensione del testo di un libro ancora non scritto, a priori.

Oggi mi imbatto in questa intervista al sempre lucido, ma ahimè dimenticato, Achille Occhetto e trovo conferma su alcune delle mie perplessità. Non ci dovrebbero essere dubbi e tentennamenti sui valori connaturati a un partito che si definisce di sinistra:

“Uguaglianza, solidarietà, capacità di stare sempre e comunque con i più deboli, il pacifismo spesso abbandonato stando dalla parte di guerre ingiuste, la non violenza. Valori che vanno incarnati in programmi di governo”.

Invece si rincorre una politica vecchia di oltre un decennio, il capitalismo dal volto umano di Blair, che ha contribuito a generare alcuni germi della crisi attuale.  Si cavalca la solita onda del cambiamento indolore, ma senza aver presente cosa è diventata l’Italia oggi e di come occorra prima intervenire su alcune delle più accese distorsioni economico-sociali, prima di riuscire a posare le fondamenta di un futuro sano ed organico. Senza questi passaggi preliminari, costruiremo di nuovo sulle sabbie mobili e il nostro progetto di sinistra si consumerà in un fallimento.

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