Nuvolette di pensieri

Mormora l'acqua del ruscello

Il 9 dicembre: il risveglio con Matteo

I risultati delle Primarie del PD sono sotto i nostri occhi. Renzi è il nostro nuovo segretario e spetta a lui ora dettare la linea del partito. Non ci sono dubbi su quanto desiderato da elettori, simpatizzanti ed esterni al PD: con queste Primarie aperte, che piaccia o meno, il verdetto ha premiato il rottamatore. Il che potrebbe essere un segnale positivo, si chiede un cambiamento, più o meno consapevole di ciò che potrebbe portare. Il compito che spetta, da oggi in poi, a tutti noi è quello di mantenere vivo il dialogo interno al partito, portare avanti i progetti nati e immaginati nel corso di questo eccezionale percorso pre-Primarie, delineare un progetto e un modello di sistema economico-sociale per il Paese intero, credibile, concreto e che sappia traghettarci fuori dalla crisi in cui siamo impantanati da tempo. Ciò che occorre fare è mettere da parte gli antagonismi e stendere un tappeto condiviso il più possibile per riformare l’Italia. Non possiamo permetterci scivoloni, l’ennesima scissione,  ma dobbiamo imparare a lavorare tutti fianco a fianco, condividendo lo stesso obiettivo: il benessere collettivo, uscendo da logiche clientelari, dalla corruzione, dai privilegi di pochi, da facili soluzioni sempre sulle spalle dei soliti noti, con il coraggio e la forza che un movimento progressista deve avere. Riportiamo a galla valori sociali ormai sopiti e coperti dalla polvere, rinvigoriamo la nostra capacità di riflessione e di dialettica produttiva, siamo curiosi e aperti, che non fa rima con l’essere schiavi o asserviti. Il nostro compito resta sempre lo stesso. Il laboratorio a cui ha dato vita Pippo continuerà a creare tessuto culturale a 360 gradi: ciò di cui abbiamo estremo bisogno. Ciò che abbiamo toccato con mano è l’energia vitale e positiva che può scaturire da un lavoro di squadra sincero e in cui ci si può rispecchiare. È stata una palestra e un modello di lavoro, di come si possono coinvolgere storie ed esperienze diverse per produrre, condividere e diffondere un progetto. Questa progettualità diffusa e questo spirito inclusivo non devono essere smarriti, devono diventare il consueto modus operandi del PD. Oggi questo bagaglio resta a disposizione del partito e del nuovo segretario. Siamo certi che dal terreno fertile dei civatiani continueranno a spuntare ancora numerosi fiori di idee. Il territorio e i circoli in primis saranno sempre più essenziali e indispensabili per mantenere vivo il progetto per cui è nato il PD.

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Il (semi)recupero di Marx

A proposito di lotta di classe, c’è chi recupera MarxLa rivincita di Marx_Internazionale1027 , per molto tempo considerato un visionario, le cui idee erano state smentite dai fatti. Liberismo, libero scambio, globalizzazione sembravano aver decretato il fallimento delle teorie di Marx, propagandando l’idea di una ricchezza che si sarebbe diffusa a vantaggio di tutti coloro che desideravano diventare ricchi. Tutti gli strumenti erano a portata di mano, semplici da applicare e da portare a proprio vantaggio. Certo, se tutto ciò fosse stato corretto, oggi saremmo tutti un po’ più felici e soddisfatti, non ci sarebbe la crisi e non sarebbe tanto acuto il conflitto sociale. Il divario tra ricchi e poveri non è mai stato così ampio e io aggiungerei anche che è sempre più percepibile un altro scontro: come accennavo qui, si tratta di una guerra tra poveri, una lotta per difendere il proprio, quel poco che si ha. Il capitalismo ha sviluppato questo escamotage, una sorta di sistema immunitario della ricchezza. Il fatto che chi oggi protesta contro questi assetti socio-economici esistenti non chieda più di rovesciarli, bensì solo di riformarli e di rivederli, in modo che siano più praticabili e sostenibili sul lungo periodo, tramite una semplice redistribuzione della ricchezza, contiene una chiara debolezza. Come si può chiedere al sistema di cambiare e di autoriformarsi? Il sistema che ha prodotto il disastroso gap attuale tra poveri e ricchi tende a massimizzare i suoi profitti, il suo successo e il suo potere. Il potere passa anche per il controllo totale di coloro che servono a produrre ricchezza, a qualunque condizione. I meccanismi di autocura che si immaginano, sono veramente di una ingenuità enorme. Vogliamo il cambiamento,  ma siamo pigri, ci trema la voce e il pensiero al solo immaginare di perdere questo nostro disastrato modello capital-consumistico. Vogliamo forze progressiste in grado di dare una sterzata significativa e poi ci preoccupiamo di non calpestare troppi piedi “importanti”, non vogliamo cambiare in modo sostanziale il modello, ci accontentiamo di una fantomatica elemosina,  perché di questo si tratterebbe. Dobbiamo esserne consapevoli fino in fondo. Questo per Marx non sarebbe stato immaginabile. Le opportunità per tutti passano per una profonda ridefinizione delle regole, dei patti, degli equilibri tra le forze socio-economiche, per un cambiamento dei modelli e degli stili di vita. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Interventi troppo tiepidi avrebbero l’efficacia dei pannicelli caldi, in stile Gattopardo.

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Ragionando sul lavoro ai nostri tempi

Leggendo questo articolo dell’antropologo David Graeber Il secolo del lavoro stupido_Internazionale1023, si hanno delle impressioni discordanti. Keynes nel 1930 aveva previsto, molto ottimisticamente, che la tecnologia ci avrebbe consentito di avere una settimana lavorativa di 15 ore. Il che fa un po’ sorridere, perché in parte sarebbe realmente possibile, ma nei fatti non lo è. Certo, sono largamente diminuiti i posti di lavoro di chi produce beni materiali, ma il sistema economico ha ideato al contempo nuove forme di lavoro legate al terziario, alla fornitura di servizi. In pratica, sono fioriti opifici di lavori inutili o quasi, della cui utilità sociale si può, in un certo senso, nutrire qualche dubbio. Avete presente l’efficienza che è richiesta in qualsiasi impresa produttiva? Ce la siamo lasciata alle spalle, affogata nel modello lavorativo impiegatizio, consulenziale e di somministrazione di servizi di vario e presunto “alto valore aggiunto”, dove il valore pecuniario di queste prestazioni è elevato, ma spesso questo prezzo finisce solo nelle tasche di pochi e privilegiati dirigenti e manager. Ecco perché vediamo lievitare gli emolumenti di una parte di lavoratori e d’altro canto c’è chi assiste al depauperamento della propria busta paga. Ma questo sarebbe un male minore, se noi poveri lavoratori del terziario avessimo un po’ di tempo libero al di là del lavoro. Spesso il lavoro è diventato senza orario, mal retribuito, con un notevole ammontare di ore lavorate e per niente retribuite. Parlavo di efficienza, ma spesso la legge che vige in alcuni lavori è l’esatto contrario, la giornata è spesso fatta di tempi morti, per poi averne altri in cui non hai nemmeno il tempo di respirare. Ci sono giornate fiacche e giornate in cui si lavora a oltranza. Siamo operai intellettuali che vengono sfruttati senza molte regole. Per molti il lavoro diventa l’unico fulcro della propria vita, consuma le giornate ma senza un vero appagamento o un vantaggio per la collettività. La sensazione diffusa è di un lavoro arido, poco soddisfacente e che avvantaggia economicamente solo i vertici. Addirittura se riesci a completare un incarico in un tempo minore di quanto pattuito nel contratto con il cliente, vieni tacciato di far perdere fatturato e che si dovrebbe far finta di lavorare piuttosto che far perdere alla ditta quel margine di guadagno in più. Questo voi come lo chiamate? A voi la risposta e a me le conclusioni: tutto questo modus operandi porta il nostro modello economico all’autodistruzione, al lento impoverimento di senso e di valori. Anziché produrre un benessere diffuso, si crea un contesto di cannibalismo improduttivo e senza regole, dove il fumo vale più della sostanza, dove produrre spesso fa  coppia con aria fritta. I servizi sono importanti, ma solo se vengono gestiti bene e hanno come obiettivo un miglioramento tangibile. Tutto il resto crea distorsioni nel modo di vivere, percepire e produrre. Nell’articolo trovo corretto che si affermi che questo è un modello ideale per salvaguardare il capitalismo, dove sia chi produce beni materiali, sia chi fa un lavoro  “di concetto” o come dice l’autoreinutile”, sono vittime inconsapevoli di un ingranaggio creato dai vertici aziendali e dalla classe dirigente. Così si corre il rischio di una guerra tra poveri e si perde di vista il nocciolo del problema: indurre i lavoratori subalterni a una contrapposizione formale tutta interna, non più in chiave di una lotta di classe, ma di una lotta inter-classista, per poterci meglio sfruttare. Il nostro modello socio-economico perde il valore sociale dello svolgere un’occupazione utile e “migliorativa” della nostra società e ci lascia solo il lato pecuniario e vile della miseria a fine mese. Il sistema regge se la massa è inconsapevole e preoccupata solo del proprio orticello. Il sistema regge solo se si continua a percepire il lavoro come di first class o di categorie inferiori. Il capitalismo ha le mani libere se non c’è più un’unica e compatta classe lavoratrice, ma tante deboli compagini disorganizzate e in lotta tra loro per le briciole. Altrimenti non si spiegherebbe nemmeno il crescente arretramento dell’azione delle organizzazioni sindacali.  Il sistema regge se l’istruzione non ci fornisce i giusti strumenti di interpretazione della realtà e ci fa crescere subalterni e ciechi. Il sistema regge se l’unico nostro obiettivo consiste nel lavorare per comprare. Il sistema capitalista si regge sul “Produci, consuma, crepa”, come in una canzone dei CCCP. Il problema è se vogliamo farci consumare da questa gestione folle.

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